Riflessioni sul “Ritornare a Casa” – Come le sostanze psichedeliche mi stanno aiutando a ricordare chi sono

A volte i viaggi più significativi non ti portano affatto in posti nuovi.

Non ti catapultano in una dimensione ultraterrena né ti trasformano in un essere umano completamente diverso. Al contrario, ti riportano al punto di partenza, nel luogo che più o meno segretamente hai sempre desiderato ritrovare. O temuto di ritrovare.

È quello che è successo a me. Ho provato le sostanze psichedeliche pensando che, tra le altre cose, mi avrebbero guarito, un po’ come si ripara un computer che non funziona più bene o come si aggiorna un telefono obsoleto. Pensavo che “guarire” significasse diventare qualcun altro, qualcuno più calmo, più sicuro di sé, più equilibrato, qualcuno che non portasse con sé le cicatrici del passato. Quello che sta succedendo in realtà non può essere più lontano da questa narrazione.

Nel mio primo viaggio profondo, la molecola non mi ha regalato una nuova versione di me stesso. Mi ha invitato a spogliarmi dell’armatura che ho capito indossare da anni, armatura che avevo costruito per sopravvivere. Sotto tutto questo c’era qualcosa di sorprendentemente familiare che era lì, ad aspettarmi: il me stesso dolce, curioso, selvaggio e anche un po’ spaventato che avevo abbandonato molto tempo fa.

Non si trattava di diventare nuovo. Si trattava di ricordare. Ricordare la persona che ero prima che il mondo mi dettasse chi voleva che io fossi, prima che imparassi a piegarmi, deformarmi per adattarmi agli schemi e alle aspettative altrui.

Le sostanze psichedeliche, non mi hanno spinto avanti. Mi stanno riportando a casa.

E quel ritorno a casa si sta dimostrando più terapeutico di qualsiasi idea di trasformazione avessi mai avuto.
Credevo che “guarire” significasse sovrapporre nuove abitudini e nuove versioni di me stesso a quelle vecchie, come stendere una mano di vernice fresca su un muro crepato.

Ma più cercavo di diventare nuovo, più mi sentivo lontano da chi ero veramente. Le sostanze psichedeliche mi hanno ricordato che la vera guarigione non consiste nell’aggiungere qualcosa, ma nel rimuovere gli strati fino a vedere la tela originale sottostante. Questa consapevolezza è stata come un sospiro di sollievo dopo anni passati a trattenere il respiro. Ed è stata anche dolorosa.

La maggior parte di noi si rende davvero conto di quanto ci siamo chiusi in noi stessi finché non facciamo un passo indietro?

Nel corso del tempo, la vita ci pone di fronte a sfide, responsabilità, delusioni, drammi e aspettative, e invece di affrontarle direttamente con la nostra vera natura, ci illudiamo di adattarci. Ci arrendiamo. Costruiamo delle maschere. Ci nascondiamo, soprattutto da noi stessi. Impariamo a moderarci, a mettere a tacere la nostra curiosità, a nascondere la nostra sensibilità e a reprimere i nostri impulsi selvaggi, creativi e vitali. Lo facciamo perché, fino ad un certo punto, questi comportamenti ci hanno tenuti al sicuro, vivi.

Il problema di questi strati protettivi è che rischiano di diventare permanenti. Quella che all’inizio era un’armatura alla fine si trasforma in una prigione. Ci ritroviamo disconnessi dalle parti di noi stessi che un tempo rendevano la vita vibrante, colorata, piena.

Questo è stato il mio caso per anni: ho sempre vissuto con la sensazione che troppe cose essenziali fossero ad un certo punto sparite, ma senza mai riuscire a capire cosa fossero o perchè fossero sparite (anche se qualche idea l’avevo). Mi ero abituato all’assenza, adattato alla deformità.

Quando le sostanze psichedeliche sono entrate nella mia vita, non hanno distrutto tutti gli strati in una volta sola ma mi hanno mostrato, in modo dolorosamente cristallino, che quegli strati non ero io.

Ho iniziato a vedere la differenza tra le maschere che avevo indossato e il nucleo sottostante. Per la prima volta dopo anni, ho intravisto me stesso senza tutte le interferenze, senza tutto il rumore, le maschere, le deformazioni e quell’intuizione sta cambiando tutto.

Ciò che mi ha sorpreso di più è stato rendermi conto di quanto fosse normale vivere dietro quegli strati. Mi ero abituato così tanto a recitare, a compiacere gli altri e a cercare (fallendo) di perfezionarmi che non riuscivo nemmeno a capire dove finissero le maschere e dove iniziassi io.

Le sostanze psichedeliche mi hanno dato, quindi, un metro di paragone. Mi hanno mostrato la libertà e il piacere di essere di nuovo me stesso, e solo allora ho capito quanto fosse diventata letale l’armatura.

Il cambiamento più grande è stato capire che quegli strati un tempo erano stati necessari. Non erano errori, ma strategie di sopravvivenza. Tuttavia, solo perché mi avevano aiutato a sopravvivere non significava che dovessero definirmi per sempre. Le molecole mi hanno insegnato che potevo ringraziare quegli strati per avermi protetto e poi iniziare lentamente il processo per lasciarli andare. Processo che è attualmente in corso. Un processo facile ma non semplice.

Ecco il punto per me importantissimo riguardo alle sostanze psichedeliche: non ti danno delle risposte in un pacchetto ben confezionato. Non cancellano magicamente le tue difficoltà. Quello che fanno è mostrarti uno specchio che riflette le parti di te che hai represso, i sentimenti che hai seppellito, i ricordi che non volevi rivivere e le qualità che ti è stato detto di nascondere.

In questo stato alterato, l’ego, quel piccolo narratore nella tua testa che insiste nel controllare la storia, allenta la sua presa. Le regole che normalmente dettano il modo in cui vedi te stesso si ammorbidiscono e in questa apertura, ciò che era stato nascosto ha di nuovo spazio per vivere.

Durante il viaggio del 7 Gennaio 2026, ricordo di aver avuto tra le altre, la sensazione di trovarmi faccia a faccia con il me bambino. Forse era una metafora, forse era assolutamente reale. Mi guardava/mi guardavo con occhi pieni di stupore, malcelato dolore e forse rimprovero, allo stesso tempo. E in quel momento ho capito che non se n’era mai andato davvero.

Avevo solo imparato a ignorare la sua voce. Le sue grida di aiuto. Le sue necessità.

Le sostanze psichedeliche mi hanno ricordato che non se ne è mai andato. Aspettava solo, in silenzio, che io tornassi da lui. A casa.

L’effetto specchio può essere difficile da affrontare, perché non ti mostra solo le parti “belle” di te stesso. Ti mostra anche quelle disordinate, ferite, arrabbiate, spaventate; quelle che stavi per perdere. Ti mostra il quadro completo. Ed è proprio questa brutale onestà che rende il processo così terapeutico.

Perché finché non riesci a vedere chiaramente tutto te stesso o se addirittura rifiuti di vederlo, non puoi abbracciare veramente le parti che meritano di essere amate.

Credo di aver capito che lo specchio non ha lo scopo di punirmi con il rimorso. Ha lo scopo di ricordarmi che anche le parti più dimenticate di me stesso sono ancora mie e posso rivendicarle.

Le sostanze psichedeliche non mi hanno dato una nuova identità, ma mi hanno riflesso quella che avevo nascosto, invitandomi ad amarla di nuovo, a coltivarla di nuovo e ad integrarla con l’adulto di oggi.

Per quanto possa sembrare poetico parlare di specchi e ritorni a casa, dietro questo processo c’è anche una base scientifica. Le sostanze psichedeliche silenziano temporaneamente la rete neurale di default (DMN) nel cervello. La DMN è il sistema che mantiene la narrazione di “chi sei”: il tuo senso di sé, le tue abitudini di pensiero, il tuo monologo interiore.

Quando la DMN fa un passo indietro sotto l’influenza delle sostanze psichedeliche, accade qualcosa di meraviglioso. La connettività del cervello aumenta. Reti che di solito non comunicano tra loro iniziano improvvisamente a funzionare in sincronia. La rigidità della tua identità costruita si allenta e, in quello spazio, parti dimenticate o represse della tua psiche possono venire alla luce.

Per me è stato esattamente così. Non sto inventando una nuova identità. Sto accedendo a qualcosa di più antico, più vero, qualcosa che era sempre stato lì ma nascosto, negletto, dimenticato. Le neuroscienze suggeriscono che questo tipo di allentamento può aiutare le persone a liberarsi dalla depressione, dai circoli viziosi dei traumi o dai modelli di insicurezza, perché permette letteralmente al cervello di provare un modo diverso di essere.

Più leggevo al riguardo, più ne rimanevo affascinato. Ricercatori come Robin Carhart-Harris descrivono come questa dissoluzione della DMN crei uno stato di flessibilità, l’esatto opposto della rigidità che ci tiene bloccati nei vecchi schemi. È proprio in quella flessibilità che avviene il cambiamento, non perché ci viene dato qualcosa di completamente nuovo, ma perché siamo finalmente liberi di scegliere qualcosa di diverso.

La guarigione non deriva dal fatto che le sostanze psichedeliche ti trasformano in una persona nuova. La guarigione deriva dalla consapevolezza che non sei mai stato davvero distrutto. Provato, affaticato, stanco, addolorato, arrabbiato, sicuramente si. Questa consapevolezza, ovvero che il tuo io interiore è sempre rimasto li, può cambiare completamente la vita.

Quando mi sono ricollegato al mio io conscio, non ho visto risolversi improvvisamente tutti i miei problemi. Ho provato un rinnovato senso di amore per me stesso e di creatività che non provavo da anni. Ho ripreso in mano un quaderno pentagrammato dopo quasi un decennio, mi sono ritrovato a ridere di piccole cose sciocche che prima avrei considerato piccole cose sciocche e basta. Ho iniziato a notare la bellezza nella vita quotidiana, il tipo di bellezza che il mio io più giovane assorbiva senza sforzo.

È stato come aprire le tende in una stanza buia. Il mondo è lo stesso, ma il modo in cui lo vedo è cambiato. E quel cambiamento, quel ritorno a casa il cui significato ora si compie e si concretizza, è stato più profondo di qualsiasi altro risultato che avessi mai perseguito.

Sto tornando a casa, da me stesso. Ed ho un nodo in gola di emozione a scriverlo.

La guarigione attraverso il ricordo ti chiede semplicemente di tornare, ancora e ancora, alla verità che sei sempre stato completo. È questa verità che rende questo processo non solo curativo, ma anche liberatorio.

Se il viaggio stesso è la scintilla, l’integrazione è il fuoco. È qualcosa che sto imparando bene con il tempo. È facile sentirsi euforici e in sintonia dopo un viaggio psichedelico, ma se non si prendono provvedimenti per integrare queste intuizioni nella vita quotidiana, il bagliore può svanire e svanisce!

L’integrazione è dove avviene il vero lavoro. Significa riflettere su ciò che hai imparato, scriverlo in un diario, parlarne con amici fidati o con un terapeuta, creare rituali che ti ricordino il tuo io riscoperto.

Senza integrazione, il ricordo del tuo io completo può svanire, proprio come un sogno che sublima quando ti svegli. Con l’integrazione, quel ricordo diventa parte di te, non solo un fugace scorcio.

Quello che ho capito è che l’integrazione non è un processo affascinante. Non sono fuochi artificiali o rivelazioni cosmiche. È piuttosto una costante tranquillità: tornare alle pratiche che ti ricordano chi sei, anche quando la vita ritorna frenetica. E col tempo, questi piccoli gesti costruiscono una base più solida di quanto qualsiasi viaggio possa mai offrire.

L’integrazione ti mantiene umile. È facile lasciarsi trasportare dall’euforia di un viaggio e iniziare a credere di essere “arrivati” ma l’integrazione ti insegna che non c’è un traguardo finale. Ritornare a te stesso è una pratica costante, non un evento occasionale. E più ti impegni in questo, più diventa naturale vivere ogni singolo giorno in questa conoscenza.

Una delle cose più potenti che ho notato delle sostanze psichedeliche è calmare il rumore. Quel chiacchiericcio incessante dell’autocritica, le voci delle aspettative degli altri, le infinite liste di cose da fare: tutto questo viene messo a tacere abbastanza a lungo da permettere alla tua Musica Interiore di farsi sentire.

Nella vita di tutti i giorni, quelle interferenze possono essere assordanti. Viviamo in un mondo che prospera sulle distrazioni, dove la nostra attenzione è costantemente attirata in mille direzioni diverse. Le sostanze psichedeliche non cancellano queste distrazioni, ma fanno capire quanto di quel rumore non è tuo e tu non gli appartieni.

La prima volta che ho sentito di nuovo la mia Musica Interiore, ho pianto. Non perché dicesse qualcosa di rivoluzionario, ma perché era così semplice. Diceva: “Va tutto bene. Respira. È sempre andato tutto bene”. Era da tanto tempo che non avevo abbastanza fiducia in me stesso per crederci.

La molecola mi ha ricordato che la saggezza che cercavo all’esterno era sempre stata disponibile all’interno. Avevo solo bisogno di aiuto per eliminare le interferenze.

Ho imparato che ascoltare la mia Musica Interiore era il vero dono di quella molecola. Non si tratta solo di inseguire visioni o esperienze straordinarie. Si trattava di ricordare come ascoltare me stesso, in modo chiaro e compassionevole, in un mondo che così spesso cerca di soffocarmi ed omogeneizzarmi.

Questa è stata la realtà che mi sta sconvolgendo: il viaggio psichedelico mi ha rivelato che il mio nucleo era rimasto intatto per tutto il tempo. Tutte le cose che pensavo di aver perso – curiosità, creatività, sensibilità, apertura mentale, amore – erano solo state sepolte. Non erano morte. Rendermi conto di questo mi sta facendo soffrire, ma mi sta anche facendo provare un’immensa speranza.

Se il mio nucleo è sempre rimasto intatto, allora non solo posso riparare ma posso anche ricordare, coltivare e riportare nella mia vita. Questo cambiamento di prospettiva sta modificando il mio approccio a tutto, dalle relazioni adulte al lavoro, fino al mio dialogo interiore.

Ho iniziato a vedere me stesso più come una persona degna e bisognosa di cura. Ho smesso di ossessionarmi con il “riparare” ogni difetto e ho iniziato a concentrarmi sull’amare le parti di me che erano sempre state lì. Questo cambiamento ha creato lo spazio per il ritorno della gioia, della giocosità e della compassione in modi che non mi sarei mai aspettato.

La consapevolezza che il mio nucleo non era mai stato spezzato mi sta anche aiutando a vedere gli altri in modo diverso. Se io non sono mai stato spezzato, forse nemmeno nessun altro lo è mai stato davvero. Forse tutti noi indossiamo strati e maschere per nascondere delle ferite.

Questo ha addolcito un po’ il mio cuore, non solo verso me stesso, ma verso tutti quelli che mi circondano. É un percorso molto lungo questo ma sento che per lo meno è iniziato.

Certo, ci sono eventi che ti distruggono, che ti polverizzano fin nel profondo e alcuni di questi sono irreparabili. Non lo nego. Qualcuno ebbe a dire, per voce di Frodo Baggins: “Come fai a raccogliere le fila di una vecchia vita? Come fai ad andare avanti quando nel tuo cuore cominci a capire che non si torna indietro? Ci sono cose che il tempo non può accomodare, ferite talmente profonde che lasciano un segno.

É vero. A volte succede. Lo so. Ma bisogna continuare a vivere, con i segni addosso, con quella consapevolezza nel cuore. E forse ma forse con il tempo e con un piccolo grande aiuto, si può riscoprire sotto le macerie qualcosa di prezioso che può dare quel briciolo di energia per poter dire “ho ancora la forza”.

Ed ecco una parte di cui non si parla spesso: ritrovare il proprio io autentico può essere doloroso. Quando mi sono trovato faccia a faccia con la persona che avevo abbandonato per anni, ho provato un dolore intenso e pungente. Ho pianto il tempo perduto, le scelte che avevo fatto per paura invece che per amore, i momenti in cui avevo messo a tacere il mio vero io.

Ma FORSE il mio trauma complesso sta iniziando a guarire? FORSE mi sto finalmente concedendo il permesso di riconoscere il costo di tutti quegli anni passati a nascondermi?

Una volta che mi sono permesso di provarlo, il dolore si è trasformato in compassione. Ho capito che ogni scelta che avevo fatto era la migliore che potessi fare in quel momento. Quella compassione è diventata il terreno fertile su cui sta ricrescendo un nuovo amore per me stesso e per gli altri.

Ero fortemente tentato di concentrarmi solo sulla gioia della riscoperta, ma la tristezza è altrettanto importante. Il dolore è un segno che ho toccato qualcosa di reale. Significa che mi è importato abbastanza da piangere ciò che ho perso. Quel dolore, paradossalmente, è parte di ciò che mi permette di andare avanti con più tenerezza.

Guardando indietro a tutto quel poco che ho esplorato fino ad oggi, è chiaro che le sostanze psichedeliche non hanno nulla a che vedere con il diventare una persona nuova. Si tratta piuttosto di ricordare chi ero prima che il mondo mi dicesse di nascondermi.

Eliminano il rumore di fondo dell’insicurezza e della pressione, ci permettono di riconnettersi con le parti tenere e selvagge di noi stessi che abbiamo seppellito e ci ricordano che il nostro nucleo è sempre stato li. Ritornare a se stessi non è un evento rumoroso o drammatico, ma è un processo delicato, costante e curativo.

Ciò che fa davvero la differenza, però, è l’integrazione. Non si tratta solo dei grandi momenti di intuizione, ma di portarli nella tua vita quotidiana. Piccoli rituali come scrivere un diario, muoversi, giocare o stare nella natura possono aiutare a mantenere viva quella connessione.

É un processo lungo; ne ho parlato al presente come se fosse già tutto successo con successo; in realtà sono solo agli inizi e la strada da percorrere è ancora tanta ma ho iniziato il cammino.

Le sostanze psichedeliche sono uno specchio, una bussola, guidandoti di nuovo e di nuovo verso te stesso. A casa. Finalmente.

And your heart beats so slow
Through the rain and fallen snow
Across the fields of mourning
Lights in the distance
Oh, don’t sorrow, no don’t weep
For tonight, at last
I am coming home
I am coming home

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