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"Ti chiedo soltanto una cortesia: cerca di lavorare sulla tua autostima per capire qual e’ vero valore che vuoi dare a quello che scrivi. Per i tuoi lettori potrai valere anche quanto Hemingway, ma per un editore se ti fai pagare zero varrai sempre zero."
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Stralcio di articolo di Carlo Gubitosa a proposito dell'importanza di non svendere mai la propria professionalità...
Song Of The Mallard And The Peacock – Set To Music
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Song Of The Mallard And The Peacock
In this big deep blue sky
A mallard was gathering
Rye and sage
To weave dreams
To console his rage.
The rye was sweet
And the sage was wild
And his feathers grew stronger
His colors began to shine.
A peacock flew by
So shimmering and nice
The mallard gazed in awe
Do peacocks even fly?
Yes, was her answer
With me you should fly
I like what you have done
I can show you even bigger harvests
And more colorful skies.
I can show you words and ways
I can make you rest and sway
I can help you weave your dreams
I have knowledge, I have means.
So in this big deep blue brand new sky
The mallard and the peacock flew away
And for a little, little, little while
Rye tasted better
The sage, ecstatic.
Books were read
Sublime notes were heeded
Profound words were uttered.
But the mallard forgot
Or perhaps he decided to forget
Or perhaps he decided to lose himself in her beautiful, beautiful iridescent plumage.
Peacocks are not meant for long or high flights
They are so scared of distances and heights.
“Come on! Wind’s on our back!
The light is pure gold!
Now! With all our might!
Now! Let’s take flight!”
So said the mallard but the peacock stood still
Her wings retracted
A furious stare in her oh so deep sky blue eyes
The mallard began to worry, he lend her his wing.
But a knife dropped on his wrist.
No more profound words.
Just a poisonous hiss.
No more sublime notes.
Just confused, meaningless cacophonies.
No more books to share.
Just cocky grins of despair.
Burnt and crashed.
Burnt and crashed.
Burnt and crashed.
All the shimmers.
Burnt and crashed.
All the nice.
Burnt and crashed.
Burnt and crashed.
But the sky is still big, deep blue.
And the rye, it continues to grow lushly.
And the sage, it keeps being wild and wondrous.
The mallard grew wiser.
Just a little bit sadder.
He looked at her, that ill tempered peacock who had taught him words and ways
Rest and sway.
Books and notes.
Words and skies.
But was unable to really fly.
I kiss thy goodbye, my sorrowful peacock.
I kiss thy goodbye
For I don’t want to
Crash and burn with you.
In this big deep blue sky
A mallard is still gathering
Rye and Sage.
To weave dreams.
To console his rage.
He just shed a little, tiny tear
That now hang suspended
In this big deep blue sky
Like a star for sorrow.
Crash and burn
Crash and burn
For I don’t want to
Crash and burn
Because of you.
In questo grande cielo blu intenso
Un germano reale raccoglieva
Segale e salvia
Per tessere sogni
E placare la sua rabbia.
La segale era dolce
E la salvia era selvaggia
E le sue piume si fecero più forti
I suoi colori cominciarono a splendere di nuovo.
Una pavona volò lì vicino,
così scintillante e bella
che il germano reale la guardò con stupore:
«Ma i pavoni volano davvero?»
«Sì», fu la sua risposta,
«dovresti volare con me.
Mi piace ciò che hai fatto,
posso mostrarti raccolti ancora più abbondanti
e cieli ancora più colorati.
Posso mostrarti parole e vie,
posso farti riposare e ondeggiare,
posso aiutarti a tessere i tuoi sogni,
ho la conoscenza, ho i mezzi».
Così, in questo grande cielo blu intenso e nuovo di zecca,
il germano reale e la pavona volarono via
E per un po’, un po’, un po’ di tempo
la segale aveva un sapore migliore,
la salvia, estatica.
Si leggevano libri,
si prestava attenzione a note sublimi,
si pronunciavano parole profonde.
Ma il germano reale dimenticò,
o forse decise di dimenticare,
o forse decise di perdersi nel suo bellissimo, bellissimo piumaggio iridescente.
I pavoni non sono fatti per voli lunghi o alti
Hanno tanta paura delle distanze e delle altezze.
«Forza! Il vento ci spinge alle spalle!
La luce è oro puro!
Adesso! Con tutte le nostre forze!
Adesso! Spicchiamo il volo!»
Così disse il germano reale, ma la pavona rimase immobile
Con le ali ritratte.
Uno sguardo furioso nei suoi occhi così profondamente blu come il cielo
Il germano reale cominciò a preoccuparsi, le prestò la sua ala.
Ma un coltello gli cadde sul polso.
Niente più parole profonde.
Solo un sibilo velenoso.
Niente più note sublimi.
Solo cacofonie confuse e prive di senso.
Niente più libri da condividere.
Solo sorrisi spavaldi di disperazione.
Bruciati e distrutti.
Bruciati e distrutti.
Bruciati e distrutti.
Tutta i luccichii.
Bruciati e distrutti.
Tutta la bellezza.
Bruciata e distrutta.
Bruciata e distrutta.
Ma il cielo è ancora vasto, di un blu intenso.
E la segale continua a crescere rigogliosa.
E la salvia continua a essere selvaggia e meravigliosa.
Il germano reale è diventato più saggio.
Solo un po’ più triste.
La guardò, quella pavona irascibile che gli aveva insegnato parole e modi
Il riposo e l’ondeggiare.
Libri e note.
Parole e cieli.
Ma che non era in grado di volare davvero.
Ti do un bacio d’addio, mia pavona afflitta.
Ti do un bacio d’addio
Perché non voglio
Schiantarmi e bruciare con te.
In questo grande cielo blu intenso
Un germano reale sta ancora raccogliendo
Segale e salvia.
Per tessere sogni.
Per placare la sua rabbia.
Ha appena versato una piccola, minuscola lacrima
Che ora rimane sospesa
In questo grande cielo blu intenso
Come una stella del dolore.
Schiantarmi e bruciare
Schiantarmi e bruciare
Perché non voglio
Schiantarmi e bruciare
A causa tua.
Voyage Psychédélique 2
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Il Giorno Nel Quale Qualcosa Si É Spezzato

E fu così, in un giorno qualunque, in sordina, che perdemmo definitivamente ogni dignità, ogni pudore, ogni vergogna.
Perchè dietro quella azienda c’è sicuramente un ufficio stampa che ha pensato, approvato e fatto realizzare quel cartellone pubblicitario.
Non è stato un caso. É stata una scelta.
Non sono cristiano cattolico, au contraire, ma la crudele, spietata parodia di quell’insegnamento (che poi è un insegnamento di buon senso e antropologico) mi fa star male e mi fa infuriare fino al midollo.
Se la logica è “parlatene bene, parlatene male basta che ne parliate” allora hanno avuto successo; prego, una standing ovation per i geni del marketing.
Non riesco però a non pensare che qualcosa si è perso definitivamente. Non riesco a non pensare che si è varcata una soglia che forse non si doveva varcare.
Qualcosa si sta sbriciolando.
Ma si… Forse ha ragione una certa persona. Forse sono io che me la prendo troppo, che mi infiammo per problemi che forse non esistono. Forse sono io che divento troppo “hot and flustered” (cit.) di fronte a cose che non meritano tutta questa mia attenzione.
Ma ho il cazzo di diritto di sentirmi come mi sento, di essere quello che sono, di provare quello che provo.
In questo momento provo una rabbia che mi strangola la gola.
Come ho scritto a quella certa persona…
Il denaro è un male “necessario” che abbiamo accettato di usare perché le alternative sono dure e noi siamo pigri.
Me compreso.
Ma il denaro è solo uno strumento, nient’altro. Uno strumento che uso per migliorare la mia vita, ma pur sempre un maledetto strumento. Come una lima o un cacciavite.
Non amo i miei strumenti. Me ne prendo cura, ma che cazzo!
L’AMORE è per qualcosa di completamente diverso.
O per qualcuno.
E il messaggio in sé è semplicemente sbagliato per chiunque. Moralmente sbagliato fino al midollo.
Amare uno strumento come te stesso?
Se è uno scherzo, non mi fa ridere.
Questo è il capitalismo per eccellenza sbattuto in faccia senza alcuna vergogna o ritegno.
Quindi sì… Forse sono io quello che prende queste cose troppo sul serio e si “scalda e si agita” troppo (forse, ma non credo), ma non riesco proprio a sopportare queste oscenità…
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Palantir: Otto Capitoli E Mezzo Per Una Vertigine Di Orrore
Se stasera un’azienda, non una qualsiasi ma quell’azienda decidesse di staccare la spina, gli ospedali crollerebbero, le catene di approvvigionamento si bloccherebbero e le operazioni militari potrebbero andare in stallo.
Non si tratta di Google né di Microsoft. Si tratta di Palantir Technologies (che non voglio linkare perchè vorrebbe dire dare ancora più visibilità a qualcosa che ne ha già troppa). Mentre tutti erano distratti da ChatGPT che scriveva saggi ed e-mail, Palantir è diventata il sistema operativo nascosto dietro l’esercito statunitense, il Servizio Sanitario Nazionale britannico (NHS) e le infrastrutture critiche di tutto l’Occidente e, notizia arrivata fresca il 3 Luglio 2026, approderà in Europa a partire da Settembre 2026: la presidente della Commissione europea, Ursula Gertrud von der Leyen, dovrebbe annunciare alcune proposte relative a un divieto a livello UE dell’uso dei social media da parte dei minori durante il suo discorso annuale sullo stato dell’Unione, che terrà a Strasburgo il 16 Settembre prossimo.
Non dovrebbero esserci dubbi su chi ci sia dietro le agenzie che applicheranno e stanno già applicando queste leggi ripugnanti e del tutto moralmente sbagliate; se state pensando a sussidiarie di Palantir, non state sbagliando. Ma procediamo.
Si potrebbe pensare che Palantir sia solo una inquietante azienda che gestisce dati ma non è così. Palantir non vuole solo i nostri dati; vuole gestire e sta iniziando a gestire il mondo reale.
Capitolo uno: il collasso in 48 ore. Potrebbe sembrare drammatico, ma Palantir ha il potere di mettere in ginocchio intere nazioni. Nel Regno Unito, Palantir si è intrecciata nel tessuto stesso dell’infrastruttura sanitaria pubblica del Paese. Se ritirasse il proprio software, gli amministratori ospedalieri perderebbero l’accesso a sistemi di emergenza critici che consentono loro di controllare il flusso dei pazienti. Le cliniche perderebbero la capacità di prevedere i rischi, stabilire le priorità tra i pazienti e smistare le persone attraverso le cure con la rapidità necessaria a salvare vite umane. Il personale sarebbe costretto a ricorrere a sistemi di cartelle cliniche elettroniche più lenti, mentre le sale d’attesa si riempirebbero e la pressione aumenterebbe. Nel frattempo, i principali porti marittimi e i centri logistici di tutto il mondo inizierebbero a soffocare. Beni essenziali come i generi alimentari subirebbero enormi ritardi.
L’ottimizzazione dei percorsi verrebbe meno, causando il caos globale. Anche nelle zone di combattimento si avvertirebbero gli effetti. I flussi di informazioni tattiche si bloccherebbero, lasciando i comandanti in prima linea all’oscuro delle minacce in arrivo. Non sarebbero in grado di pianificare una risposta efficace. La vita delle persone sarebbe in pericolo immediato. Questo è solo un assaggio di quanto siano estesi i tentacoli di Palantir. Voglio sottolineare il livello senza precedenti di potere e influenza che questa azienda ha accumulato alle nostre spalle perché molte persone continuano a fraintendere la vera natura di questa azienda: pensano che sia una sorta di broker di dati senza scrupoli, un’entità oscura che si nasconde nell’ombra di Internet, che raccoglie informazioni private e le vende al miglior offerente.
Ma non è questo che rende Palantir pericolosa. Palantir è infatti molto più un’interprete che una raccoglitrice di dati. Il suo business non consiste nel possedere, archiviare, raccogliere o persino monetizzare i dati dei consumatori nel senso tradizionale del termine. Costruisce invece i flussi strutturali, i motori algoritmici e le interfacce utente avanzate che consentono alle aziende di comprendere i vasti e complessi database che raccolgono. Questo è più importante di quanto si possa pensare, perché viviamo in un mondo sempre più orientato ai dati, un mondo che ha superato una soglia critica, il punto di non ritorno della complessità.
I sistemi su cui la società moderna fa affidamento per mantenere in vita miliardi di persone sono diventati così complessi che non siamo più in grado di gestirli da soli. Ci sono semplicemente troppi dati da gestire. È proprio in questo vuoto che Palantir è entrata. Certo, non possiede quei dati, ma possiede il software che li rende leggibili, gestibili e utili. Ha creato qualcosa di cui la maggior parte dei governi e delle aziende si è resa conto di non poter fare a meno: un sistema in grado di dare un senso al caos.
Questo, a sua volta, ha contribuito a renderla una delle aziende più potenti del pianeta. E tutto è iniziato con uno dei peggiori fallimenti dei servizi segreti di tutti i tempi.
Capitolo 2, il fantasma dell’11 settembre. Per comprendere come questo sistema invisibile si sia radicato in profondità nelle infrastrutture del mondo occidentale, dobbiamo tornare indietro a uno dei giorni più bui della storia moderna, l’11 settembre 2001. Il giorno dell’attacco terroristico più letale di sempre, in cui si persero quasi 3.000 vite. Sulla scia del crollo del World Trade Center, una domanda fondamentale riecheggiò nelle sale delle redazioni, negli uffici governativi e nelle agenzie di intelligence: l’attacco avrebbe potuto essere sventato? Le agenzie di intelligence statunitensi disponevano di tutti i dati necessari per scoprire esattamente cosa avessero pianificato i terroristi. Nei giorni e nelle settimane precedenti l’attacco, la NSA aveva intercettato comunicazioni che coinvolgevano agenti noti. L’FBI disponeva di appunti sul campo relativi a individui sospetti che frequentavano scuole di volo. La CIA aveva ottenuto numerose informazioni di intelligence che delineavano efficacemente l’intero complotto. Sapevano che i terroristi stavano valutando l’utilizzo di aerei come armi. Sapevano che Osama bin Laden stava pianificando un attacco su vasta scala. E le agenzie di intelligence avevano persino identificato alcuni dei futuri dirottatori settimane prima che l’11 settembre avvenisse.
Gli indizi c’erano tutti, ma non riuscirono a collegare i puntini. Erano troppi.
Gli analisti dell’FBI riuscivano a vedere un tassello. La CIA ne vedeva un altro. Nessuno era in grado di mettere insieme tutti i pezzi e comprendere la portata di ciò che stava per accadere finché non fu troppo tardi. Il fallimento non era dovuto a una mancanza di informazioni, ma a una mancanza di integrazione. Se i vari sistemi delle agenzie fossero stati meglio collegati, si sarebbero potute salvare migliaia di vite. Non si poteva permettere che una cosa del genere accadesse di nuovo. Bisognava trovare una soluzione.
Ed è qui che entra in scena Palantir. Fondata da Alex Karp, Peter Thiel e un piccolo team di ingegneri, l’azienda si è prefissata l’obiettivo di creare un sistema in grado di riunire segnali frammentati in un unico ambiente, un sistema che potesse integrare enormi quantità di dati provenienti da fonti diverse in un’unica piattaforma. Gli utenti avrebbero avuto una visione onnisciente di qualsiasi cosa stessero analizzando. All’improvviso, individuare schemi ricorrenti e mappare reti era più facile che mai. Ma catturare i terroristi era solo il beta test. La vera svolta fu capire come far comprendere al computer il mondo fisico.
Capitolo 3: il gemello digitale. Che cos’è l’ontologia? Dietro l’ascesa di Palantir Technologies si cela un’idea apparentemente semplice chiamata ontologia. E per capire perché sia importante, occorre innanzitutto comprendere la soluzione preferita dal mondo aziendale per gestire la mole travolgente di informazioni: il data lake. Come suggerisce il nome stesso, è un vasto bacino digitale in cui le aziende possono effettivamente scaricare tutti i propri dati. Non importa da dove provengano, in quale formato siano o se siano strutturati o non strutturati. Tutto finisce semplicemente nel lago; ciò può includere qualsiasi cosa, dai log dei server ai dati dei social media, immagini, video, file di testo, database finanziari e molto altro ancora. E questo comporta evidenti limiti. I data lake sono ottimi per archiviare enormi quantità di informazioni, ma nel momento in cui si cerca effettivamente di utilizzare quei dati, tutto inizia a andare in tilt perché la maggior parte dei data lake finisce per trasformarsi in veri e propri «data swamp» (paludi di dati). Sono torbidi e disordinati. Costituiti da milioni di righe di testo e numeri, ma senza alcuna spiegazione del significato di quei simboli. Palantir voleva cambiare questa situazione. Così, ha ideato l’ontologia ed ha cambiato la situazione.
Si tratta di un gemello digitale, ovvero un clone delle operazioni aziendali. Tutti i dati disgiunti dell’azienda vengono organizzati in categorie specifiche di oggetti, azioni, proprietà e collegamenti. Mentre i data lake trasformano le informazioni in infinite e incomprensibili righe di testo e numeri, l’ontologia le organizza in termini del mondo reale che le persone possono effettivamente comprendere. Quando un utente accede all’interfaccia di Palantir, non vede fogli di calcolo fitti di dati o righe di codice astratto. Vede invece ecosistemi visivi intuitivi costituiti da nodi interconnessi. Un amministratore ospedaliero potrebbe vedere oggetti etichettati come «letto» o «paziente», collegati tra loro da collegamenti. Questo lo aiuta a visualizzare il movimento dei pazienti all’interno delle strutture e a sentirsi maggiormente in controllo delle operazioni.
Un comandante militare vedrà etichette come “bersaglio”, “drone” e “munizioni”, il che gli renderà molto più facile pianificare le mosse successive sulla base di dati reali provenienti dal campo di battaglia. In breve, l’ontologia dà vita ai dati. Conferisce loro un significato, rendendoli più facili da comprendere e di gran lunga più preziosi per le persone e le entità che ne hanno bisogno. Ecco perché gli stessi dirigenti di Palantir hanno descritto le piattaforme dell’azienda come sistemi operativi.
Non è qualcosa che si utilizza a livello superiore rispetto ai propri sistemi, ma qualcosa che sta alla base di tutto, collegando ogni elemento tra loro. Tutto viene integrato in un unico modello dinamico della realtà. Questa logica di livello militare era puramente teorica per il mondo civile. Almeno fino a quando una catastrofe globale non ha costretto il settore privato ad adottarla.
Capitolo 4. Operazione Warp Speed. La prova civile. Oggi Palantir è una delle più grandi aziende al mondo. Ma durante il primo decennio di attività, pochissime persone avevano mai sentito parlare di questa società. Operava principalmente nel settore riservato, dove era considerata uno strumento specializzato con uno scopo ben preciso: aiutare i servizi di intelligence militare e le agenzie antiterrorismo a individuare le minacce e prevenire le tragedie. Nel 2013, l’elenco dei clienti dell’azienda era breve, ma comprendeva alcune delle agenzie più potenti al mondo: la NSA, l’FBI, la CIA, l’Aeronautica Militare degli Stati Uniti, il Corpo dei Marines e persino West Point. Poi arrivò un altro momento cruciale della storia moderna che avrebbe plasmato il futuro di Palantir e dell’intero mondo così come lo conosciamo: la pandemia globale di COVID-19. Mentre un nuovo virus letale si diffondeva in tutto il pianeta, il governo degli Stati Uniti si trovò ad affrontare una delle sfide logistiche più complesse di tutti i tempi: l’Operazione Warp Speed. L’obiettivo era distribuire letteralmente centinaia di milioni di dosi del vaccino contro il COVID-19, altamente instabile e sensibile alla temperatura.
È impossibile sopravvalutare l’enormità di questa sfida o la quantità di dati coinvolti. I vaccini dovevano essere trasportati al momento giusto nei luoghi giusti e raggiungere le persone giuste che ne avevano più bisogno. Gran parte di quei dati era dispersa in altri sistemi e silos che non solo erano separati, ma storicamente incompatibili tra loro. Ma Palantir ha fornito una soluzione. Tiberius è stato progettato specificamente per il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS) per gestire la logistica e la distribuzione dei vaccini contro il COVID-19.
Tiberius ha integrato flussi di dati provenienti da 50 stati, otto territori e migliaia di entità private. In pratica, si è occupato di unire 50 diversi puzzle in un’unica immagine, il tutto in tempo reale. Questo è stato il momento della verità per Palantir. Era giunto il momento di mettersi in luce e dimostrare che non era destinato solo ad applicazioni militari, ma che poteva anche fornire un valore senza precedenti all’economia civile. L’azienda ha superato la prova a pieni voti. Tiberius ha fatto esattamente ciò che si era prefissata, combinando dati sulla salute pubblica, demografici e di inventario provenienti da numerose agenzie, stati e partner privati. Ha fornito le informazioni e gli strumenti necessari alle giurisdizioni per tracciare le spedizioni, prevenire colli di bottiglia e organizzare l’assegnazione dei vaccini. Ha tracciato ogni fiala dallo stabilimento di produzione al braccio del paziente, supervisionando la distribuzione di quasi un miliardo di dosi in totale.
Quello era solo l’inizio della serie di successi di Palantir. Mentre Tiberius aveva dimostrato che il software dell’azienda poteva salvare vite umane su larga scala, la sua successiva implementazione dimostrò che poteva anche toglierle con una rapidità senza precedenti.
Capitolo 5: la «kill chain» da 3 minuti. Immagina questo scenario: gli esploratori individuano un potenziale bersaglio nemico. Vengono inviati dei droni per confermare l’identità del bersaglio e individuarne la posizione esatta. Questi monitorano i suoi movimenti in tempo reale mentre vengono selezionati gli armamenti appropriati per neutralizzarlo. Il comando impartisce l’ordine. L’arma scelta viene sparata. Il bersaglio è morto. Questo è un esempio di «kill chain».
La sequenza di eventi che costituisce un attacco militare standard. In passato, il dispiegarsi di tali eventi poteva richiedere ore o addirittura giorni. Questi tempi relativamente lunghi erano in gran parte dovuti a problemi legati ai dati. Ci voleva tempo perché le informazioni viaggiassero tra i sistemi e le persone, il che ritardava le decisioni. Ciò dava ai bersagli il tempo di fuggire o di scomparire dagli schermi radar. Ma sui campi di battaglia dell’Europa orientale, la durata della catena di uccisione è stata drasticamente ridotta grazie a Palantir.
L’invasione russa dell’Ucraina ha offerto a Palantir un’opportunità in linea con le sue ambizioni originarie di natura militare. L’Ucraina era un paese molto più piccolo, con un esercito molto più debole rispetto al suo avversario. In un conflitto convenzionale, secondo le stime degli esperti, le sue possibilità di successo erano quasi pari allo 0%. L’unico modo per sopravvivere, per non parlare di avere qualche possibilità di vincere la guerra, era riscrivere le regole di ingaggio. Palantir lo ha reso possibile. Ha fornito a KE un software che le ha permesso di ridurre la «kill chain» a meno di 3 minuti. L’intero ciclo di identificazione ed eliminazione di una risorsa nemica avviene ora più velocemente del tempo necessario per riscaldare un pasto surgelato nel microonde. Il modo in cui lo fa è per molti aspetti simile a come è stato utilizzato per l’Operazione Warp Speed. La piattaforma di Palantir riceve, elabora e unifica automaticamente i dati provenienti da una vasta gamma di fonti militari. Riceve feed dai droni, dati dai sensori termici, comunicazioni radio criptate e immagini satellitari. Il sistema raccoglie, centralizza e analizza automaticamente quei dati in modo costante. Aiuta quindi gli operatori a identificare i bersagli, evidenziare le anomalie e decidere l’azione più appropriata da intraprendere per attaccare. Lo fa tenendo conto di una serie di fattori aggiuntivi, quali le condizioni meteorologiche in tempo reale e i livelli delle scorte di munizioni. È come un sistema di controllo delle missioni militari «tutto in uno». E lo fa senza mai assumere il pieno controllo del processo della catena di eliminazione. E questa è una distinzione importante.
Da tempo si teme che l’IA sia destinata a sostituire i decisori umani in ambito militare. Ciò darebbe il via a una nuova era di guerra in cui agenti di IA si scontrerebbero tra loro. In realtà, la piattaforma di Palantir è più simile a un sistema “human-in-the-loop”. Il ruolo dell’IA è quello di filtrare il rumore delle informazioni in eccesso, fornendo agli esseri umani i dati precisi necessari per prendere 1.000 decisioni informate all’ora anziché 10.
Ma questo tipo di processo decisionale rapido, tipico della guerra, non sarebbe mai rimasto confinato esclusivamente al campo di battaglia. Le aziende volevano esattamente lo stesso potere sui propri mercati.
Capitolo 6: il sistema nervoso aziendale. A questo punto, la piattaforma di Palantir non era più solo un sogno irrealizzabile o un potenziale successo. Era una soluzione collaudata con un impressionante track record di successi sia nel campo della difesa che nella gestione delle crisi nazionali. L’unica domanda rimasta era: dove sarebbe stata implementata successivamente? E la risposta non tardò ad arrivare: il settore della vendita al dettaglio. Passando al settore privato, Palantir ha esteso la stessa tecnologia basata sulla logica operativa predittiva ai flussi di lavoro quotidiani di Kohl’s, un’importante catena di supermercati australiana. Con una quota di mercato del 27%, si tratta di uno dei nomi più importanti nel mercato alimentare australiano. I suoi dirigenti intendono consolidare la posizione dell’azienda integrando la tecnologia di Palantir per ottimizzare la gestione della forza lavoro e delle scorte. Ed è esattamente ciò che è accaduto. La piattaforma di Palantir elabora ora 10 miliardi di righe di dati ogni giorno in oltre 840 punti vendita.
Per dare un’idea della portata di questi numeri, si tratta di una quantità di dati più che sufficiente per fornire ogni giorno a ogni singola persona del pianeta una lista della spesa personalizzata.
Combinando dati storici, come le tendenze di vendita passate e i modelli di acquisto, con informazioni operative in tempo reale, il programma di Palantir consente ai responsabili dei punti vendita di reagire in tempo reale. I turni del personale vengono adeguati. Le consegne vengono reindirizzate e ottimizzate. Il sistema determina il funzionamento del negozio momento per momento, fin nei minimi dettagli.
Ma l’azienda non si è fermata qui. Ha continuato a espandere la propria presenza in tutto il mondo, alla ricerca di nuove opportunità e di ulteriori settori in cui espandersi. Nel Regno Unito, la tecnologia di Palantir è stata implementata in tutto il Servizio Sanitario Nazionale (NHS) per gestire gli arretrati e snellire le liste d’attesa dei pazienti. Ha consolidato le cartelle cliniche dei pazienti e altre informazioni, come gli orari dei medici specialisti e la disponibilità delle sale operatorie, in un unico motore integrato.
Di conseguenza, il Chelsea and Westminster NHS Trust ha successivamente segnalato una riduzione del 28% delle liste d’attesa per i ricoveri dopo il passaggio a Palantir Foundry. Ciò equivale a ridurre una fila di 10.000 persone in attesa a sole 7.200. Si tratta di un dato impressionante, che Palantir ha da allora evidenziato come indicatore comprovato dell’impatto della propria piattaforma.
Tuttavia, il British Medical Journal ha successivamente messo in dubbio la validità di questa cifra. Ha sollevato la questione se tale riduzione fosse interamente attribuibile a Palantir o il risultato di una serie più ampia di fattori, come i riassetti post-pandemici. In ogni caso, la tendenza strutturale di fondo è chiaramente visibile. Dai negozi di alimentari agli ospedali, sempre più settori e istituzioni stanno adottando la logica di sorveglianza predittiva di Palantir. E quando ciò accade, quando supermercati e cliniche affidano la loro intera esistenza al «cervello» di Palantir, emerge un nuovo problema permanente.
Capitolo 7: la trappola dell’ontologia. Il motivo per cui la piattaforma di Palantir è in grado di essere implementata in modo così rapido e senza intoppi risiede in un’iniziativa denominata “AIP Boot Camp”, ovvero il corso intensivo sulla piattaforma di intelligenza artificiale. In passato, la vendita di software aziendale su larga scala alle società Fortune 500 o alle organizzazioni nazionali era un processo lungo e laborioso, che poteva comportare cicli di vendita della durata compresa tra i 6 e i 9 mesi. Ciò comportava infinite riunioni di marketing, presentazioni commerciali, consulenze tecniche, valutazioni di sicurezza e altro ancora.
Grazie ai suoi «AIP boot camp», Palantir è riuscita a condensare tale processo in soli 5 giorni.
Ecco come funziona: Palantir invita gli ingegneri e i dirigenti di un’organizzazione a partecipare a un programma intensivo di integrazione della durata di 5 giorni. Durante quel periodo, i dati dell’organizzazione vengono raccolti da una serie di flussi frammentati e convogliati nell’unica piattaforma AIP. Il software di Palantir costruisce quindi un’ontologia operativa e pienamente funzionale dell’azienda. Entro la fine della settimana, il cliente può uscire con un’interfaccia di IA personalizzata e pienamente operativa, in grado apparentemente di risolvere problemi con cui ha lottato per anni. Non sorprende quindi che così tante aziende concludano i propri boot camp convinte di aver effettuato gli investimenti più intelligenti per il proprio futuro. Ma questo ciclo di sviluppo ultrarapido nasconde una trappola segreta.
Nel momento in cui un’istituzione accetta di mappare i propri flussi di lavoro, i team e la logistica nel livello ontologico di Palantir, avviene qualcosa di sottile. Palantir smette di essere semplicemente un altro strumento esterno e inizia a diventare la struttura su cui si basa tutto il resto.
Da quel momento in poi, l’azienda è di fatto vincolata per sempre all’ecosistema di Palantir.
Qualsiasi flusso di lavoro, modello di intelligenza artificiale o decisione esecutiva che l’azienda adotti o implementi sarà costruito proprio sull’ontologia stessa.
Supponiamo, quindi, che un’azienda decida di rescindere il proprio contratto con Palantir tra qualche mese. Non può semplicemente esportare i propri dati e andarsene, perché, anche se Palantir non possiede quei dati, possiede la logica, il contesto e le connessioni che li rendono comprensibili. Gestisce il vasto sistema di governance dei dati su cui l’azienda ha imparato a fare affidamento.
Abbandonarlo equivarrebbe di fatto a cercare di asportare l’intero sistema nervoso centrale di una persona. In breve, Palantir ha creato un sistema grazie al quale può controllare le operazioni delle istituzioni più potenti del mondo. E perché permettiamo a una sola azienda di detenere un potere così grande? Perché non abbiamo più scelta.
Capitolo 8: il divario di complessità, la causa principale. Alcune aziende raggiungono i vertici delle classifiche grazie a una combinazione di marketing intelligente, tattiche di vendita aggressive o persino favoritismi politici. E sebbene Palantir abbia beneficiato di un’intensa attività di lobbying a Washington e di alleanze politiche strette sin dall’inizio, la ragione più profonda alla base della sua ascesa non è affatto politica, ma risiede in un problema che si è accumulato nella società moderna nel corso di decenni: il divario di complessità.
La tecnologia si è evoluta a un ritmo più veloce di quello che le persone riescono a tenere. La velocità e il volume dei dati globali hanno completamente superato la nostra capacità di elaborarli tutti. Non importa quanto una persona sia intelligente o quanta esperienza abbia: è comunque vincolata dai limiti della biologia umana.
Nessuno può comprendere gli innumerevoli dati e le variabili in tempo reale che si spostano incessantemente attraverso le reti globali. Gli strumenti che utilizziamo per gestire i dati non sono più sufficienti. Le architetture di database obsolete e i fogli di calcolo Excel hanno i loro limiti. Dopotutto, se l’umanità continuasse su quella strada senza apportare alcun cambiamento, le conseguenze potrebbero essere catastrofiche. Il volume e la complessità dei dati continuano a crescere, mentre la nostra capacità di dare un senso a tutto ciò continua a diminuire. Ciò si traduce in una cecità sistemica e in inefficienze operative senza precedenti. In effetti, il rapido ritmo di progresso della società ha creato una terrificante necessità di una sorta di livello di orchestrazione basato sull’intelligenza artificiale che supervisioni ogni cosa.
Abbiamo bisogno di aiuto per gestire tutto questo e mantenere le enormi reti logistiche su cui facciamo affidamento ogni giorno. Palantir rappresenta proprio quel livello di supporto ed è questo che lo rende molto più di un semplice fornitore aziendale che vende un software utile ma puramente operativo.
È invece diventato un elemento fondamentale della società occidentale così come la conosciamo, un ingranaggio profondamente radicato nella moderna macchina dei dati. È ciò che impedisce ai sistemi moderni di cedere sotto il peso dei propri dati. E se lo si rimuovesse, le entità e i settori che alimenta non si limiterebbero a rallentare o a perdere un po’ della loro efficienza. Pur non crollando completamente, probabilmente, subirebbero un crollo massiccio dell’efficienza.
E questo ci porta alla questione morale fondamentale sollevata dall’uomo che ha costruito tutto questo.
Capitolo nove. Il re filosofo. Sebbene Palantir avesse in realtà cinque cofondatori, Alex Karp è emerso come la figura di riferimento enigmatica e spesso controversa dell’azienda.
Karp è una sorta di outsider nei circoli della Silicon Valley: non è un appassionato di tecnologia da sempre, né è un sostenitore della convinzione che le grandi aziende tecnologiche siano destinate a rendere il mondo un posto migliore. Ha invece una visione del mondo più hobbesiana e sostiene che il mondo sia un luogo pericoloso, pieno di attriti geopolitici quasi costanti, con la minaccia di guerra e collasso sempre in agguato. Per combattere e contrastare tali pericoli, secondo Karp, software come Palantir sono una necessità vitale.
Egli ritiene che sia forse l’arma più importante per difendere i valori occidentali e impedire il completo collasso del sistema. La sua difesa di Palantir si inserisce in una questione filosofica più ampia che la società si trova ad affrontare oggi.
Cosa succede quando gli esseri umani non riescono più a tenere il passo? Un livello di IA “ombra”, che osserva e ottimizza costantemente, è una forma di controllo autoritario silenzioso? Oppure è l’unica cosa che impedisce alla società moderna di precipitare nel caos? Karp sosterrebbe la seconda ipotesi, affermando che abbiamo già superato il punto in cui ci si può preoccupare della privacy individuale o degli Stati basati sui dati.
Dobbiamo invece scegliere tra il caos guidato dagli esseri umani e l’ordine gestito dall’IA. Questa, sostiene, è la realtà che abbiamo creato, e non ha tutti i torti, a mio parere, anche se una analisi più completa coinvolge una buona dose di pigrizia, ignoranza e inerzia popolare; ed è quella a cui dovremmo adattarci. Nella sua ottica con un adattamento simil-bovino senza aspirare a nulla più che ad un passivo diventare prodotto, quando non è possibile diventare produttore.
Nella nostra ricerca per rendere tutto più veloce, più intelligente, più efficiente e più redditizio, abbiamo forgiato una realtà troppo complessa perché le menti umane possano gestirla da sole, costringendoci a consegnare le chiavi a una macchina che non potremo mai spegnere senza pagare un costo che non siamo in grado di pagare.
L’effetto Palantir si sta facendo sentire in tutto il mondo. Ed è apparentemente inarrestabile perchè si è insinuato nelle numerose ed enormi crepe che NOI abbiamo creato nei tessuti sociali e politici.
Ripeto. Le abbiamo create noi, quelle crepe. Rinunciando a pensare autonomamente, rinunciando al ragionamento critico, rinunciando al metodo scientifico, rinunciando allo studio della Matematica (che impone la comprensione di un concetto ed evitare le ambiguità nel ragionamento; che impone il passaggio dalle premesse alle conclusioni usando regole ben precise; che impone la verifica dei passaggi per scoprire dove si cela l’errore; che impone un rigoroso ordine di pensiero; che impone l’apprendimento di strategie come le prove, i tentativi con criterio, i casi, gli invarianti e come tutti questi possono poi essere trasferiti e usati in altri ambiti di studio; che impone una armonica ma rigorosa unione tra intuizione e rigore), mandando i nostri cervelli all’ammasso digitale e lasciando che qualcun’altro pensasse per noi, scegliesse per noi e, alla fine, governasse per noi e ci controllasse come e peggio di pecore al macello perchè, se non è ancora chiaro, stiamo andando al macello. Siamo, per alcuni versi, più fortunati perchè non sono i nostri corpi che si straziano e si dilaniano sotto bombe o con proiettili di grosso calibro (forse è per questo che a quasi nessuno frega un cazzo?) ma pur sempre di un macello si tratta, con macellai in giacca e cravatta e quarti di cervelli che si spappolano come budini.
L’atto giuridico che sulla carta dovrebbe proteggere i minori dai rischi dei social network e che verrà discusso in Unione Europea il prossimo 16 Settembre, pone in realtà dei problemi collaterali giganteschi: infatti, per dimostrare che io, uomo di ben più di 18 anni di età sono appunto un adulto, mi trovo costretto, se volessi accedere a servizi come Discord, o Reddit o altri che sono già caduti sotto il controllo di Palantir, a mostrare un mio documento e una mia fotografia. Questi dati andranno poi ad alimentare il data lake rendendomi quindi non solo un prodotto commerciabile ma anche un soggetto perfettamente controllato, controllabile da un Grande Fratello globale.
Voglio ricordare come Peter Thiel ha sostenuto Compass Pathways e il suo coinvolgimento viene spesso descritto in relazione all’aumento della partecipazione di Atai Life Sciences in Compass. Tanto per tornare al tema a me caro della Psichedelia e su come questa rischi di diventare un altro strumento negli stessi tentacoli iedologici e tecnologici di un abominevole techno-
Palantir, figlio del caos e del trauma post 9/11, non ha creato un bipolarismo “buoni Vs. cattivi”, non sta marciando urlando slogan o incitando folle contro un più o meno nebuloso nemico da combattere. La propaganda è cambiata, gli slogan si sono fatti più suadenti, meno aggressivi.
Le ideologie si sono diluite in mode, la politica si è trasformata in posa da passerella. E a noi questo è andato bene, ci hanno tolto ancora più “roba alla quale pensare, della quale preoccuparci”. Il pensiero creativo e indipendente, ammesso che ci sia mai stato, è stato dolcemente e docilmente ingabbiato, ripulito, omogeneizzato, ben pettinato e lasciato comunque con quel minimo di “rebel look”, totalmente castrato ma comunque sufficente per apparire in qualche modo appetitoso a chi non ha alcuna idea di cosa possa mai essere un pensiero veramente indipendente che non sia seguire la massa bovina che, a capo chino con il naso incollato su uno schermo, non riesce più neanche a mettere due parole insieme senza chiedere aiuto a ChatGPT.
Come ha scritto Nick Land nel blog Horrorism (e come riportato da Arnaud Miranda nell’inquietante libro “Illuminismo Oscuro”):
“Non abbiamo alcun interesse a gridarti contro. Sussurriamo, dolcemente, al tuo orecchio. Dispera.”
DISPERA.
Nick Land, se te lo stai chiedendo, fa parte di quel movimento chiamato NRx al quale Peter Thiel e Alex Karp non solo aderiscono da decenni ma hanno fornito risorse e tecnologie e ciò dovrebbe rendere il mio articolo, se possibile, ancora più sinistro, inquietante e raggelante.
Le infrastrutture vitali del mondo stanno andando in mano a, quasi letteralmente, tre o quattro uomini.
Dovrebbe farti venire un brivido di paura lungo la schiena e magari non farti dormire sereno stanotte perchè il futuro che ci aspetta non è oscuro.
É, quasi letteralmente, un buco nero.
Dai buchi neri, lo dice la Fisica, non esce praticamente nulla. Quello che riesce a scappare è una blanda radiazione che non ha più nulla dell’originale che ci è caduto dentro.
Dovrebbe far riflettere ma sono troppo pessimista.
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Velocissima Riflessione
Ritengo che il mio utilizzo di sostanze psichedeliche sarà in calo, nei prossimi mesi.
Non ne sono ancora matematicamente sicuro ma ho buone ragioni di credere che sarà così. Dopo l’esperienza nella vasca ho avuto modo di riflettere un po’ di più sugli ASC e mi sono trovato a pensare seriamente come raggiungere certi stati sia un percorso che è evidentemente ancillare all’utilizzo di sostanze psicotrope.
Per essere chiaro (sempre a beneficio del futuro me), non sto dicendo che non le userò più. Sto dicendo che sono in fase di valutazione di usarle ancora meno frequentemente ma in maniera più consapevole.
E in questo comprendo la cannabis, l’alcol e la nicotina (queste ultime due le considero droghe a tutti gli effetti quindi tendo a trattarle esattamente come tutte le altre che ho usato fin’ora); due delle quali ho “riabbracciato” e con le quali ho fatto pace da relativamente poco.
Non nego affatto la delizia, l’elevazione verso un certo tipo di luce, di introspezione, di esperienza, di piacere e soprattutto verso un certo tipo di percezione della Musica ma l’intensità di quello che ho vissuto ieri mi impone un fermarmi e una riflessione molto approfondita.
Per ora questo è il mio pensiero, molto fresco e molto precoce sul quale dovrò lavorare su, possibilmente confrontandomi con altri.
Voglio continuare ad usare queste sostanze ma voglio farlo al meglio possibile, per me, per come sono fatto, per come sto cambiando.
Non voglio rischiare che diventino quello che mi identifica, non voglio rischiare che “io diventi la sostanza” sulla quale poi inizi a fare affidamento. Ci sono già passato.
Ci sono strade diverse da percorrere e ho tutta l’intenzione di percorrerle senza sceglierne una come strada elettiva ma rimanendo libero di scegliere, appunto, senza che la scelta diventi sacrificio o imposizione.
“it’s a helluva start, it could be made into a monster!”
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La Vasca
Il caldo in questa città sta diventando una barzelletta ma il caldo che sto provando in questo momento non è termico, è emotivo.
Voglio contestualizzare la cosa, a beneficio del futuro me che leggerà queste parole e chiedo scusa ai diretti interessati che nominerò, solo per nome, per averli coinvolti in questo delirio. Se state leggendo, se vi siete riconosciuti e se volete che cancelli i vostri nomi, fatemelo sapere e ottempererò.
Se non vuoi leggere tutto il preambolo e saltare direttamente all’esperienza, CLICCA QUI.
Era Maggio 2026. Il 9. Era la prima volta che mettevo piede in Torchiera ed ero, lo confesso, piuttosto intimorito. L’occasione era la presentazione di un libro, il numero 25 di Altrove. Mi sentivo un “insalutato ospite”, vagamente fuori luogo ma ero interessato ad ascoltare, forse a dire qualche parola (che effettivamente ho detto).
Tra le persone che ho avuto modo di conoscere quel giorno, ce ne sono state due (e non me ne vogliano le altre) che in qualche modo sono rimaste: Luca e Nicoletta. Abbiamo chiaccerato parecchio e tra i vari argomenti trattati uno mi è rimasto, gli stati alterati di coscienza tramite deprivazione sensoriale.
Luca e Nicoletta mi hanno raccontato la loro esperienza e mi hanno caldamente suggerito di provare, almeno una volta, questo tipo di approccio, indicandomi anche un posto a Milano dove si può fare.
Il pomeriggio è passato, il consiglio è rimasto in un cassetto, non dimenticato ma in un costante processo in background.
Gli stati alterati di coscienza sono un argomento che mi è molto caro e che, in retrospettiva, non mi è neanche del tutto sconosciuto. Non sapevo che si chiamassero “stati alterati di coscienza”, non sapevo cosa fossero la prima volta che li ho incontrati, mi parevano delle bizzarrie che un po’ mi spaventavano anche.
La primissima volta che ho avuto modo di esperire questa cosa è stato con la mia “fidanzatina” dell’epoca, Roberta. Era, forse, il 1994. Il sesso con lei era, a dir poco molto, molto, MOLTO intenso.
Se l’argomento ti provoca rossore o un attacco di pruriginosa pudicizia mi dispiace, caro mio “hypocrite lecteur” ma gli stati alterati di coscienza si raggiungono anche tramite pratiche erotiche. Stacci e leggi, oppure tanti saluti e alla prossima.
Orgasmi prolungati o multipli, bende sugli occhi, tappi per le orecchie, giochi con la temperatura, contatto fisico limitato, dolore somministrato adeguatamente e altre pratiche portavano Roberta ad avere degli stati di letterale trance, con tanto di visioni che lei mi descriveva e che all’epoca mi inquietavano parecchio perchè non avevo la più pallida idea di che cosa stesse parlando e soprattutto del perchè stesse vivendo certe cose. Sesso si, spesso e volentieri ma certe cose erano fuori dalla mia portata. Avevo poco più di venti anni e zero conoscenza di certe tematiche.
La relazione con Roberta finì, la mia vita prese una piega inaspettata e per tutta una serie di motivi, mi ritrovai ad avere a che fare con gli ASC parecchi anni dopo, questa volta con l’introduzione della meditazione. Era il 2009, circa, e la meditazione praticata era la Mindfulness.
Da un lato questa cosa mi attirava moltissimo: mettersi lì, sgomberare la mente e “fare uscire lo stato di veglia” (come definivo io la cosa all’epoca) per entrare in uno stato di pre-sonno era una pratica che mi affascinava da matti. Ho avuto una persona che mi ha spiegato discretamente bene come questa cosa funzionasse ma soprattutto è riuscita a vincere il mio scetticismo riguardo la meditazione dimostrandomi come questa pratica ha dei riscontri quantificabili scientificamente. Quella sua tattica ha vinto e mi ha portato ad abbracciare la Mindfulness, anche se mi sembrava una pratica un po’ tanto in odore di “gnu eig”. Funzionava ma aveva quel retrogusto un po’ radical chic che mi stonava e mi faceva sentire un po’ troppo “fighetto” e meno serio di quanto avrei voluto.
Però ho continuato e questa cosa è durata qualche anno. Ed è servita a fare un po’ di chiarezza nel malström che era la mia mente all’epoca. É servita talmente bene che mi ha permesso, intorno al 2012, sotto consiglio del buon Furio, di “tornare la fuori e fare il birichino”. Non voglio dettagliare qui cosa significhi quella frase, c’è una complessità non riducibile dentro quelle poche parole. Tra le altre cose, però, un messaggio era chiaro.
Dovevo tornare in società e “vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa“. Curioso come poi Henry David Thoreau sia tornato, 14 anni dopo su suggerimento di un’altra persona… A proposito di “a sense of homecoming”, vero Ann?
E tornai in società. Eccome. E succhiai ben oltre che tutto il midollo di essa. Ne morsicai la carne, ne bevvi gli umori, saziai ogni mio appetito possibile e immaginabile. Si, in senso erotico. E mi fa strano dirlo “ad alta voce”, è la prima volta che lo faccio ma il futuro me mi ringrazierà per questa chiarezza.
Passai 7 anni nei quali, oltre al lavoro perchè in qualche modo dovevo pur mantenermi, non persi occasione di fare sesso con qualsiasi bipede della specie umana mostrasse un minimo di interesse a riguardo. Non cercavo una relazione stabile o una compagna per la vita. Cercavo solo di saziare i miei appetiti. Con correttezza (non ho mai preso in giro nessuna e nessuno) ma non cercavo altro, non volevo altro, non avevo bisogno di altro.
Sesso di qualunque tipo: estremo, di gruppo, di coppia, romantico, pornografico. Dovevo conoscermi, dovevo capire. Dovevo affrontare quel lato della mia Ombra. C’è un lato di noi che pochi osano ammettere, figuriamoci discutere apertamente: l’ombra sessuale, misteriosa, spesso fraintesa, spessissimo messa alla berlina o “crocefissa in sala mensa”. Secondo Carl Jung, non si tratta solo di desiderio o di fantasie fugaci. Si tratta delle dimensioni nascoste e non comprese della nostra sessualità che ci è stato insegnato a considerare vergognose, a reprimere o a ignorare. Non si tratta solo degli impulsi che riteniamo inappropriati, ma delle parti del nostro io sessuale che sono in conflitto con l’immagine che vogliamo proiettare al mondo. Fin dall’infanzia, attraverso la cultura, la famiglia e l’esperienza personale, assorbiamo messaggi su ciò che è «accettabile» o «giusto» in materia di sessualità e su ciò che dovrebbe rimanere rinchiuso nel silenzio. Creando mostri che poi difficilmente ci si scrolla di dosso.
Ero deciso a rompere quel silenzio, a non reprimermi più, a non ignorarmi più. E lo feci, in abbondanza.
Nello stesso tempo, tornarono gli ASC. Li vidi nelle mie partner del momento, li sperimentai io stesso e questa volta ero un po’ più coscente di quello che stavo vivendo. Mi facevano meno paura anche se comunque li vedevo come una “distrazione” e non come un completamento del rapporto. Ero più focalizzato sul piacere in se piuttosto che sugli ASC, più concentrato sul piallare e demolire qualsiasi parvenza di vergogna repressa piuttosto che a capire cosa stessi vivendo in quei specifici momenti.
Ma era un cambiamento di prospettiva, qualcosa si era messo in moto.
Poi c’è stato il grande ritiro, il momento nel quale per una serie di altre ragioni mi sono ritirato completamente dal mondo fino a circa un paio di anni fa quando timidamente ho iniziato a rimettere il naso fuori dalla porta di casa, quasi letteralmente.
Periodo nel quale ho iniziato ad interessarmi e ad usare le “droghe”. Senza entrare troppo in questo merito, l’inizio dell’uso delle sostanze psichedeliche propriamente dette mi ha riportato, dolcemente e prepotentemente, agli ASC. E questa volta ero un po’ più pronto. Letture, incontri con altre persone, esperienze dirette e il recupero delle pratiche meditative mi hanno riportato a vivere gli stati alterati di coscienza con una mentalità diversa. Non sto dicendo che oggi sono un esperto, sarebbe ridicolo e clamorosamente presuntuoso ma di sicuro non sono approdato qui “nuovo di zecca” e comunque prima di iniziare ad usare sostanze lisergiche mi sono fatto un discreto tirocinio teorico, anche se mi preme moltissimo ricordare e sottolineare come su certi argomenti la differenza tra il teorizzare e il praticare è, per usare un eufemismo, notevole.
Avevo letto che gli ASC si possono raggiungere anche tramite altre pratiche, ad esempio il digiuno, l’esposizione a temperature estreme e tra le altre anche la deprivazione sensoriale ma non ci avevo posto particolare attenzione se non fino a quel fatidico 9 Maggio 2026.
L’entusiasmo di Nicoletta era contagioso. I racconti di Luca erano coinvolgenti. Mentre li ascoltavo, sentivo che qualcosa mi mancava. A onor del vero sentivo che molte cose mi mancavano ma cerco di stare sul pezzo: mi mancava quella esperienza. E mi spaventava. Non penso di aver trasmesso il mio timore, credo di essermelo tenuto dentro ma c’era.
Gli ASC per me erano qualcosa di assolutamente intimo e non nel senso dionisiaco del termine (o meglio, fino ad un certo punto si ma da un certo punto in poi erano qualcosa di totalmente, unicamente mio da non condividere, da non manifestare fuori casa) e l’idea di manifestarli al di fuori di un ambiente assolutamente sicuro come quello di casa mia mi spaventava. Avrei veramente potuto uscire di casa, recarmi in un posto a me estraneo e sperimentare qualcosa di simile senza la mia rete di sicurezza?
Nah. All’epoca era qualcosa di impensabile.
Poi c’è stato il viaggio del 31 Maggio che ha cambiato tutto e che mi ha dimostrato che posso, con le dovute precauzioni, fare un eccellente viaggio ed esperire un ASC anche senza la mia rete di sicurezza.
E quindi, memore del consiglio di due persone conosciute in fretta, oggi sono andato in un posto a Milano dove mi sono infilato, nudo nel fisico e nello spirito, in una vasca di deprivazione sensoriale.
L’ESPERIENZA
Prima di entrare nel locale che mi avrebbe accolto, ho scritto qualche appunto sul mio diario:
30/60/2026 – h.09,06 – mi sto preparando per un ora in vasca di isolamento, alle 11,00 in via De Amicis 33/a. Sono un po’ nervoso, ho un po’ di paura. Ho in mente le scene di “Altered States” ma io non sono Eddie Jessup e anche se so, razionalmente, che non sarà la stessa cosa (set & setting diversi e nessuna droga assunta, a parte un pochino di caffeina) comunque ho presente che è possibile un ASC e non so cosa mi possa aspettare.
Box Breathing per iniziare.
La vasca chiusa mi inquieta un po’ ma è una esperienza che devo, voglio fare.
Non so se durerò 60 minuti, non è una gara! Forse un “braccio di ferro” con me stesso?
Non devo opporre resistenze, ricorda il Ju-Do, ricorda il zhǐguǎn dǎzuò
Devo ringraziare Francesca che mi ha accolto all’inizio e che mi ha accolto dopo, sia professionalmente che umanamente. Senza quell’accoglienza di sicuro non sarebbe stata la stessa cosa.
Mi sentivo un po’ a disagio di fronte a quella enorme vasca bianco candido. Per un momento mi sono sentito in un film di Fantascienza, per un momento ho esitato.
Poi sono entrato, la sensazione di ipergalleggiamento era divertente, volevo toccare il fondo ma continuavo a rimbalzare, mi veniva da ridacchiare e sapevo che dietro quella risatina c’era un’ombra di nervosismo.
Ho perso la ciambella da sistemare sulla nuca, ho chiuso la valva e mi sono adagiato nell’acqua. Le luci erano ancora accese e c’era una musica a bassissimo volume, il tutto per facilitare i novellini come me. Un po’ mi è dispiaciuto, sono abituato a iniziare le meditazioni nel buio totale e nel silenzio totale ma ho deciso di seguire il flow.
La sensazione di galleggiamento era paradisiaca! Ho provato a testare la cosa abbassando le braccia e lasciandole andare, muovendo le gambe e la testa. Fantastico! Non ho termini di paragone, a volte mi sembrava di essere sdraiato su un enorme cuscino umido e caldo, a volte, più spesso, non sentivo nulla: ero sospeso in un qualcosa che mi sorreggeva ma che non aveva forma ne energia. Era letteralmente meraviglioso, un senso di pace e abbandono così intenso che è stato quasi immediato il senso di sollievo e di tranquillità.
Ho chiuso gli occhi ed ho iniziato la box breathing per annullare qualsiasi punta di timore, paura o inquietudine.
Non mi aspettavo che funzionasse così velocemente… Non so quanto tempo è passato perchè la prima cosa che ho perso è stata la cognizione del tempo. É passato qualche respiro? Forse? E il respiro è cambiato, è diventato più lento e poi non l’ho più sentito, quasi come se non fosse più stata una necessità sulla quale dovessi focalizzarmi.
Non ho più sentito il corpo. Ero acqua. Era bellissimo! Non so se fossi immobile, se semplicemente non sentivo l’acqua a causa della temperatura o cos’altro. Non sentivo nulla. Forse qualcosa dove il mio corpo era fuori dal liquido ma erano istanti.
Ogni tanto muovevo qualche parte del mio corpo perchè sentire l’acqua che mi accarezzava era seriamente piacevole. Piccoli movimenti sulle gambe, sulla schiena, sulle braccia, sui glutei. Minuscoli ma nell’assenza pressocchè totale di qualsiasi moto, quei minuscoli movimenti erano carezze.
E poi sono venute le visioni: ho visto alcuni miei vecchi amici, Jeff che passava un plettro a Dave (due della mia vecchia compagnia di musicisti americani che vivevano a Milano anni addietro), ho visto il volto di “lei” tanto per non lasciarmi mai stare… Non so perchè ho pensato alla “scorza di limone”, non so cosa significhi o cosa rappresenti; ho visto una chitarra elettrica nera con le corde nere che suonava da sola, è stato un fugace attimo ma mi ha colpito!
Ci sono state le emozioni. Oh, se ci sono state! Un senso potente come di essere avvolto in un lenzuolo incredibilmente morbido e accogliente, talmente forte che sono piuttosto sicuro di aver mormorato qualcosa tipo “Si, stai con me, così“. Non so se l’ho detto davvero o se l’ho soltanto immaginato.
Un senso profondo di pace, di tranquillità quasi cosmica e di distacco da qualsiasi cosa. Non c’era quasi neanche alcun senso di spiritualità, c’era solo questa immensa, enorme pace, questa serenità; ogni qualche secolo mi sembrava di inspirare, ogni qualche altro secolo forse mi è sembrato di espirare ma non la sentivo come una urgenza, più come una cosa che capitava. Mi sentivo al sicuro, protetto. Francesca mi ha parlato della sua esperienza come di qualcosa di materno ma io non ho sentito niente di materno, era qualcosa di più simile all’abbraccio di una amante nel quale mi sentivo felicemente protetto, accolto, rassicurato.
É una sensazione completamente diversa da quella esperibile con gli psichedelici. Non migliore, non peggiore. Diversa. FORSE…. Forse un po’ più calda, più intima. Meno sensuale, meno erotica. Meno “chimica” anche se questa cosa la sto dicendo ora perchè mi è venuta in mente ora e non so esattamente cosa possa significare. Una morbidezza quasi infantile. Primieva. Capisco Francesca quando dice “materna”, purtroppo non posso condividere perchè per me “materno” ha una connotazione tragica e dolorosa.
Credo di avere anche riso. Mi sembra di ricordare qualche risata ma non posso giurare di aver riso con il corpo o di aver sognato di ridere.
Ero in questo universo fatto di forme colorate, di volti e oggetti che ogni tanto emergevano delicatamente dalle strutture colorate che apparivano negli occhi della mente, fatto di aria tiepida, di mani di acqua, di sogni e di desideri innocenti.
E per la prima volta, senza Musica. Non una singola nota. Non una singola vibrazione.
E mi è andato benissimo così. Non mi è mancata. Mi aveva accompagnato fino ad un momento prima e molto probabilmente una parte recondita della mia coscienza in viaggio sapeva bene che mi stava aspettando li fuori. La Musica è paziente (a differenza di noialtri umani), mi avrebbe aspettato e tutto sommato non avevo particolare fretta.
Vorrei poter dire che non so quanto tempo sono stato in questo stato di grazia ma in realtà lo so bene. 60 minuti.
Quando ho iniziato a percepire la musica che annunciava la fine della sessione (in realtà i cinque minuti di recupero prima della fine della sessione) sono andato in crisi: ho pianto, non volevo, non volevo uscire da li, non volevo la Musica, non volevo le luci, era troppo presto, mi sono sentito come se qualcuno particolarmente crudele mi stesse prendendo per una caviglia e mi stesse sbattendo violentemente a terra.
Ma non avevo alternative. Avevo pagato per un ora, avevo ottenuto un ora. Come sempre “Devi accettare questa condizione, hai ricevuto, ora devi restituire. É la condizione del navigante.”
Quanto fa male questa cosa… Quanto fa male, a volte, tornare nella realtà immanente. Eppure si deve. É l’unica che abbiamo davvero e quindi tornare si deve.
E sono tornato, a fatica. Non tanto una fatica fisica quanto una fatica mentale, come quando si torna a casa dopo aver visto un bellissimo film al cinema.
Ma qui devo ringraziare Francesca. Ok, forse perchè il momento era propizio e quindi ha potuto dedicarmi un po’ di tempo, non lo nego. Forse perchè le chiacchere fatte con lei ci hanno rivelato un piccolo background simile, forse perchè la cagnolona che era li vicino me mentre sorbivo la tisana mi ha dato un senso di tranquillità, forse alcune cose ma tra la tisana e le chiacchere, appunto, il rientro è stato decisamente dolce.
Ci tornerò. Credo di averne bisogno. É una esperienza talmente diversa dalla meditazione classica e dall’assunzione delle sostanze che, sospetto, potrebbe fare davvero parte integrante del mio percorso. Forse, la prossima volta potrei anche osare e provare un po’ più di tempo. Non sono sicurissimo sulle due ore, non ancora, la tentazione è di provare i 90 minuti. Vedremo.
Per ora, quello che posso dire e fare è ringraziare Luca e Nicoletta. Francesca, senz’altro. E Riccardo che mi ha supportato per via telematica.
Sono quasi le 19, adesso. Sono sereno.
In my mind, there’s no sorrow
Don’t you know that it’s so?
There’ll be no sad tomorrow
Don’t you know that it’s so?There’s a place…
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Spiritualità, Musica e Scienza: Il Cambio Di Paradigma
Non che non me lo aspettassi.
É da quando ho iniziato ad usare queste sostanze che me lo ripeto, che l’ho scritto: sono un neo-ateo e il mio rapporto passato con qualsiasi cosa avesse a che fare con religioni e spiritualità in generale era una completa negazione, un totale rifiuto basati su un approccio scientifico hard-core.
Ed ha funzionato, fino a poco tempo fa.
Poi qualcosa è cambiato e sto imparando la differenza tra il dire e l’esperire. Lo sto imparando con gioia, questo è importante.
E lo sto imparando e applicando nel rispetto del frame scientifico che mi ha accompagnato fino ad oggi: spiritualità e Scienza stanno vivendo in una armoniosa sincronia dentro di me e questo mi sta rendendo felice.
Provo a spiegare, con tutte le difficoltà del caso perchè è davvero da poco che sto accogliendo questo cambiamento.
ACCETTAZIONE DELLA SPIRITUALITÀ
Questo passo l’ho potuto fare solo quando ho separato definitivamente la spiritualità dalla religione. Rimango fermamente convinto che la seconda sia un cancro dal quale l’umanità dovrebbe liberarsi ora e per sempre per poter finalmente fiorire e accedere alle reali potenzialità. La mia posizione a riguardo si è casomai rinforzata, soprattutto quando guardo con preoccupazione certe correnti politiche deliranti della destra statunitense che stanno rischiando di insozzare anche l’Europa e che traggono potere e sostentamento dal concetto di religione, poco importa se sono gemmazioni tumorali di ideologie comunque depravate di partenza. Avrei delle considerazioni ancillari a riguardo ma le tengo per la parte finale di queste riflessioni.
Sul concetto di spiritualità, invece, una volta fuso in lega con alcuni principi scientifici che accolgono a braccia aperte l’ineffabilità, la fallabilità, l’impossibilità momentanea, spaziotemporale, di non sapere, trattandola non come una resa alla Emil du Bois-Reymond: “ignoramus et ignorabimus” che odio fortemente ma bensì come uno stimolo propulsivo alla David Hilbert: “Wir müssen wissen – wir werden wissen”, lo stupore di fronte alla meraviglia, la contemplazione estatica di fronte a questa meraviglia, mi trovano assolutamente in sintonia armonica.
E proprio parlando di armonia, provo a spiegare la mia posizione. La Musica.
Posso spiegare, perchè ne ho le competenze, come funziona la Musica. Posso spiegare la tecnica che permette di costruire melodie, posso spiegare i concetti di tempo, altezza, silenzio, ritmo e composizione. Posso spiegare come usare le serie di Fourier per analizzare le onde sonore nella Musica. Posso spiegare come funziona un pianoforte, una chitarra elettrica o un sintetizzatore e come utilizzarli per applicare la teoria summenzionata.
Un neurologo può spiegare come la percezione musicale nell’orecchio umano comporta la trasformazione delle onde sonore in vibrazioni meccaniche, che vengono poi convertite in segnali elettrici dalle cellule ciliate presenti nella coclea e come questi segnali vengono inviati al cervello, dove vengono interpretati come suoni, altezze e ritmi diversi.
Ma poi qualcosa “has fallen sloppy dead” (so far) quando la Musica accende desideri.
Quando evoca ricordi.
Quando illumina emozioni.
Questo ancora ci è sconosciuto e l’unica cosa che posso fare è lasciarmi avvolgere, lasciare che il mio spirito accolga tutto questo in uno stato di meraviglia ed estasi.
Forse un giorno capiremo questo meccanismo. Forse no. Non lo so. Ma in ogni caso, anche se riusciremo a capirlo non toglierà niente della bellezza sovrannaturale della Musica; così come sapere come funziona un arcobaleno non toglie assolutamente nulla di nulla alla sua incantevole magia.
Per portare un altro esempio: quando fin troppo spesso sento parlare, spesso a sproposito, riguardo alcuni effetti delle sostanze psichedeliche di come queste facciano sentire parte di un tutto, mi sono chiesto che cosa significhi realmente questa affermazione.
Le risposte sono state sovente ambigue e nebulose, se non del tutto assenti.
Beh, io ho la mia ed è stata formulata da un astrofisico, Neil deGrasse Tyson.
The most astounding fact is that we are are all connected. To each other, biologically. To the earth, chemically. And to the rest of the Universe, atomically.
Ogni singolo essere vivente su questo pianeta condivide il DNA. In percentuali più o meno elevate, abbiamo lo stesso DNA. Le basi sono le stesse, adenina, timina, citosina e guanina. Siamo “case” diverse fatte con gli stessi mattoni e questo non è misticismo ma realtà dimostrata, dimostrabile. Quindi si, siamo connessi da un punto di vista biologico.
Siamo connessi con il nostro pianeta da un punto di vista chimico perchè le reazioni chimiche che ci sostengono in vita (ad esempio la fotosintesi clorofilliana, argomento sul quale sono piuttosto preparato) avvengono su questo pianeta ad opera di altri organismi viventi che producono composti chimici che sono assolutamente vitali, in un ciclo di retroazione.
E siamo connessi con l’Universo perchè ogni singolo atomo che ci compone, che compone ogni singolo essere vivente su questo o su eventuali altri pianeti è nato nelle fucine stellari: idrogeno, elio, ossigeno, carbonio, ferro e via via tutti gli altri. Senza le stelle non saremmo qui, a interrogarci sulle stelle. Senza le leggi che regolano le stelle (leggi che ancora non comprendiamo appieno) non ci sarebbero la Musica. La Scienza. L’Amore. L’Arte.
Non c’è bisogno di scomodare misticismi strani o bislacchi per rimanere in uno stato di profonda meraviglia, rispetto e spiritualità. Basta osservare e studiare (si cazzo… Studiare! Studiare! Studiare!) il mondo che ci circonda per perdersi in un caleidoscopio di stupore che è decisamente trascendentale nel suo senso etimologico ovvero, derivato dal latino medievale “trascendentalis”, che a sua volta proviene dal verbo “trascendere”, significando “oltrepassare” o “salire oltre”; ciò che supera certi limiti o va oltre l’esperienza sensibile.
Questa è la mia ritrovata e rinnovata spiritualità. Una posizione che abbraccia con gioia quello che non è ancora spiegabile e che forse non lo sarà mai, o che forse per me non sarà mai spiegabile. Non mi importa.
Quello che mi importa e che vorrei davvero condividere è quel senso di stupore e meraviglia che sono riuscito a “portarmi dietro” dalle esperienze lisergiche e che sto riuscendo ad integrare (ricordando quanto è impegnativo il processo di integrazione) e a unire al mio background scientifico senza che nessuno di questi ne risulti sminuito, escluso o intralciato.
Mi piace ricordare qui una frase dell’immenso Douglas Adams: “Isn’t it enough to see that a garden is beautiful without having to believe that there are fairies at the bottom of it too?”
E come dargli torto, una volta che imparo quanta bellezza c’è in un semplice giardino? Quanta vita c’è in un semplice giardino?
O come ebbe a dire Tim Minchin: “Isn’t this enough? Just this world? Just this beautiful, complex wonderfully unfathomable world? How does it so fail to hold our attention that we have to diminish it with the invention of cheap, man-made myths and monsters?”
É un processo in corso. Immaginavo che potesse succedere qualcosa di simile, me lo ero paventato, non potevo immaginare fosse così bello, intenso e gratificante.
C’è una nota però che sento di dover fare. Una nota che di base non mi vede d’accordo ma che non posso non considerare e accettare come valida.
Non mi vede d’accordo perchè ad oggi, molto ma molto raramente ho visto eccezioni virtuose ad una pratica disonesta o, in alcuni casi, depravata e quindi non posso essere completamente d’accordo al concetto che sto per esporre.
Se penso a “chi crede che in quel giardino esistono fate e gnomi”, ovvero se penso a chi ha scelto di abbracciare determinate forme di pensiero religiosi o talmente lontane dalla mia posizione da essere, per alcuni aspetti, incompatibili, non voglio esimermi da una riflessione.
Se queste forme di pensiero servono ad essere una persona migliore… Perchè no? Non ne ravvedo alcun danno. Per fare un esempio pratico, se la gente cade in estasi a Medjugorje e se questa estasi la porta a comportarsi secondo i canoni cristiano-cattolici (e qui sto parlando dei VERI canoni cristiano-cattolici e non quelli bigotti o borghesi), c’è davvero qualche problema a riguardo?
No. Ovviamente no.
Se qualcuno assumendo psilocibina vede le macchine elfiche autotrasformanti alla McKenna ma questo è il percorso che porta ad un miglioramento della persona, qualcuno può onestamente contestare questo percorso?
Ancora una volta no.
Fin troppo spesso però, anzi quasi sempre, ho osservato come chi, ad esempio, si professa cattolico non segue per nulla i principi della religione che afferma di professare arrivando sovente a comportarsi in maniera clamorosamente opposta (un brillante esempio? Il molto poco onorevole Salvini che vuole respingere i migranti sbandierando il vangelo in Parlamento). L’ho visto accadere nella mia famiglia di provenienza, l’ho visto succedere a miei amici. L’ho visto dovunque.
Fin troppo spesso ho osservato come chi assume certe sostanze si limita a credere a quattro stronzate, spesso lette in posti di dubbia serietà nel WWW e scritte da cialtroni che nel migliore dei casi hanno come solo obiettivo quello di gonfiare i propri ego e intascare quattro spicci mungendoli da persone credulone e fragili; senza che queste stronzate influiscano in qualche modo profondo e positivo il loro spirito, lasciandoli come gerridi a pattinare giulive e giuggiolone sulla superfice delle cose. Quante volte, ad esempio, ho letto o sentito raccontare a sproposito di “misticismo quantistico”, “premonizioni che si sono avverate” e altre baggianate analoghe.
Se le bufale del misticismo quantistico o le premonizioni servissero a migliorare una persona, a migliorarla DAVVERO non starei qui ad agitare i pugni contro le nuvole. Mi tapperei il naso, starei tranquillo. Sarei tranquillo.
Potrei andare avanti per un bel po’, di esempi purtroppo non me ne mancano. Ne ho anche scritto qui, sul mio blog. É stato il mio lavoro (letteralmente, mi ci sono pagato l’affitto e la pagnotta sul tavolo) combattere a furia di articoli e conferenze certi orrori.
Di problemi, quindi, ce ne sono e parecchi quando non c’è un percorso di crescita. Quando non c’è la volontà di capire (anche perchè se ci fosse una reale volontà di capire, certe vaccate non esisterebbero più da decenni). Di problemi ne sgorgano come pustole su un lebbroso quando alle spalle c’è un establishment che ha tutto l’interesse ad avere discepoli e non allievi.
Quale interesse? A volte è subdolo. Interesse politico? Economico? Sociale? Egotico narcisista? Un interesse c’è sempre. Basta osservare e studiare qualsiasi religione organizzata. Qualsiasi governo. Qualsiasi organizzazione non esattamente intellettualmente onesta.
Basta osservare e studiare chiunque cerchi di vendere un sogno. Chi lo fa, ci vuole addormentati e sono in troppi a cadere in questa trappola.
In questo, il mio feroce odio per qualsiasi organizzazione che confonda la spiritualità con la religione trova radici. Qualsiasi religione, qualsiasi organizzazione che si etichetti o che sia anche solo in odore di religione troverà in me un nemico.
La spiritualità, per quello che sto vivendo, è altra cosa. É un processo intimo che non ha bisogno di chiese, di congreghe o di templi; è conoscenza; è condivisione aperta senza dogmi, senza dei, senza paradisi nè inferni, senza miracoli e soprattutto senza odiosi e untuosi rappresentanti che si autoproclamano detentori di verità supposte (cit.).
Non esistono verità, esiste solo la Realtà e la Realtà non ha bisogno di preti, santoni, shamani o guru, basta a se stessa, per chi ha l’umiltà necessaria (e ogni tanto anche il coraggio indispensabile) per saperla cogliere.
La spiritualità è accettazione amorevole e razionale del non razionale, di quello che non sappiamo senza che questa sia un piegare bovino del capo e un rinunciare suicida alla ricerca seria e costante.
La Scienza, da sola, non basta così come la spiritualità da sola non basta, perchè rischia di portare ad un arroccamento che nega tutta una parte talmente bella ed essenziale che è contemporaneamente richiesta di pausa contemplativa e spinta propulsiva, creativa. L’ho sentito sulla mia pelle, nel mio spirito.
“Scienza e Coscenza“. Lo dico da una vita ma mi sembra di coglierne il significato solo ora.
Meglio tardi che mai.
There’s real poetry in the real world. Science is the poetry of reality
Richard Dawkins
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Daniel Dennett e la questione sull’ateismo – Parte 5/5
Parte V — Religione, conoscenza e trasparenza epistemica
Introduzione
Nella fase conclusiva della conferenza, Daniel Dennett abbandona progressivamente l’analisi psicologica e sociologica della credenza religiosa per affrontare una questione più ampia: il rapporto tra religione, conoscenza e accesso all’informazione.
In questa sezione convergono alcuni dei temi più importanti della sua riflessione filosofica:
-
la natura delle credenze;
-
i limiti dell’interpretazione;
-
la trasmissione culturale delle idee;
-
l’evoluzione delle istituzioni religiose;
-
il ruolo dell’educazione;
-
la trasformazione dell’ambiente informativo contemporaneo.
Il risultato è una teoria generale secondo la quale le religioni, come tutte le altre costruzioni culturali, devono confrontarsi con un nuovo contesto epistemologico caratterizzato da livelli di trasparenza senza precedenti nella storia umana.
Il problema dell’interpretazione delle credenze
Dennett introduce la questione richiamando alcune riflessioni del filosofo americano Willard Van Orman Quine.
Uno dei problemi centrali della filosofia del linguaggio consiste nello stabilire come comprendere correttamente ciò che gli altri credono.
La difficoltà emerge in modo particolarmente evidente nelle situazioni che Quine definisce di traduzione radicale.
Si immagini un antropologo che incontri una popolazione la cui lingua è completamente sconosciuta e per la quale non esistano traduttori o dizionari.
In tale situazione, comprendere il significato delle parole e delle credenze altrui diventa un’impresa estremamente complessa.
Secondo Quine, il ricercatore deve necessariamente partire da una presunzione fondamentale: l’ipotesi che i soggetti osservati siano generalmente razionali.
Questa regola metodologica è nota come principio di carità interpretativa.
Il principio di carità interpretativa
Il principio di carità suggerisce che, quando una persona formula un’affermazione apparentemente assurda, sia preferibile cercare inizialmente un’interpretazione ragionevole piuttosto che attribuirle immediatamente irrazionalità o ignoranza.
Dennett richiama un esempio discusso da Quine.
Supponiamo che un gruppo umano sostenga che i pellicani siano loro “fratellastri”.
Una simile affermazione potrebbe apparire immediatamente falsa.
Tuttavia, l’interprete prudente dovrebbe chiedersi se il termine utilizzato possieda un significato differente da quello che attribuiamo alla parola “fratellastro”.
La ricerca antropologica dimostra che molte apparenti assurdità derivano da differenze linguistiche, simboliche o culturali.
In questo senso, il principio di carità rappresenta uno strumento essenziale per evitare incomprensioni.
La difficoltà delle credenze religiose
Secondo Dennett, il problema diventa particolarmente complesso quando si affrontano le credenze religiose.
Nel caso di affermazioni empiriche relativamente semplici, la verifica risulta spesso possibile.
Ad esempio:
-
l’acqua è potabile oppure non lo è;
-
un ponte è sicuro oppure non lo è;
-
una determinata sostanza produce o non produce un certo effetto.
Nel caso delle affermazioni religiose, invece, la situazione appare molto più ambigua.
Proposizioni riguardanti:
-
Dio;
-
anime;
-
paradiso;
-
inferno;
-
miracoli;
-
provvidenza;
non possiedono criteri di verifica altrettanto chiari.
Di conseguenza, comprendere ciò che una persona intende realmente quando dichiara di credere in tali entità diventa estremamente difficile.
La rete delle credenze
Per affrontare questo problema, Dennett richiama un’altra idea fondamentale di Quine: la teoria della rete delle credenze (web of belief).
Secondo questa concezione, le convinzioni umane non esistono come proposizioni isolate.
Esse formano una struttura complessa e interconnessa.
Le credenze più vicine all’esperienza diretta risultano generalmente più stabili e facilmente verificabili.
Le credenze più astratte e teoriche occupano invece una posizione più centrale e meno accessibile alla verifica empirica.
Le convinzioni religiose appartengono tipicamente a questa seconda categoria.
Proprio per questo motivo esse risultano spesso più resistenti alla confutazione.
Quando una difficoltà emerge, il sistema può essere modificato reinterpretando alcuni elementi senza abbandonare l’intera struttura.
L’opacità delle credenze religiose
Uno degli argomenti più originali proposti da Dennett riguarda ciò che potremmo definire l’opacità delle credenze religiose.
Secondo l’autore, non soltanto gli osservatori esterni incontrano difficoltà nel comprendere ciò che una persona religiosa crede realmente.
Anche i membri della stessa comunità religiosa possono trovarsi nella medesima situazione.
I fedeli spesso ignorano:
-
ciò che credono realmente i loro vicini;
-
ciò che credono i loro ministri;
-
ciò che credono i loro familiari;
-
persino ciò che essi stessi credono in maniera pienamente coerente.
Le credenze religiose possono quindi assumere forme estremamente variabili pur mantenendo un linguaggio apparentemente comune.
Religione ed evoluzione culturale
Dennett propone una spiegazione evolutiva di questo fenomeno.
Secondo la sua prospettiva, le religioni non sono state progettate deliberatamente per risultare opache.
Tuttavia, nel corso della storia culturale, le forme religiose maggiormente capaci di adattarsi ai cambiamenti sociali e cognitivi hanno avuto maggiori probabilità di sopravvivere.
L’ambiguità interpretativa può dunque essere vista come una caratteristica adattativa.
Un sistema di credenze eccessivamente rigido rischia infatti di essere facilmente smentito dagli eventi.
Un sistema sufficientemente flessibile può invece reinterpretare continuamente le proprie affermazioni mantenendo la continuità della tradizione.
Dennett interpreta questa capacità come uno dei principali fattori che hanno contribuito alla longevità storica delle religioni.
Il cambiamento dell’ambiente epistemologico
A questo punto emerge uno dei temi centrali dell’intera conferenza.
Per millenni, sostiene Dennett, le religioni si sono sviluppate in un contesto caratterizzato da una relativa scarsità di informazioni.
La maggior parte delle persone:
-
conosceva soltanto la propria tradizione religiosa;
-
disponeva di limitato accesso all’istruzione;
-
incontrava raramente visioni del mondo alternative;
-
possedeva poche opportunità di confronto critico.
L’avvento della modernità ha progressivamente modificato questo scenario.
La stampa, la scolarizzazione di massa, i mezzi di comunicazione e successivamente Internet hanno trasformato radicalmente l’ambiente cognitivo dell’umanità.
Internet e la trasparenza epistemica
Secondo Dennett, la rivoluzione digitale rappresenta uno degli eventi più significativi nella storia della religione.
Per la prima volta, milioni di persone possono accedere rapidamente a informazioni riguardanti:
-
altre religioni;
-
storia delle religioni;
-
archeologia;
-
critica biblica;
-
filosofia;
-
scienze naturali;
-
teorie evolutive.
Ciò rende molto più difficile mantenere forme di isolamento informativo che in passato risultavano relativamente comuni.
Dennett considera questo fenomeno una forma di crescente trasparenza epistemica.
Con questa espressione si può intendere una situazione nella quale gli individui dispongono di strumenti sempre più efficaci per confrontare, verificare e contestualizzare le affermazioni ricevute.
Educazione religiosa comparata
Una delle proposte più concrete formulate da Dennett riguarda l’insegnamento comparato delle religioni.
L’autore richiama il caso del Québec, dove venne introdotto un programma educativo obbligatorio dedicato allo studio delle principali tradizioni religiose presenti nella società.
L’obiettivo non consisteva nel promuovere una particolare fede.
Al contrario, esso mirava a fornire agli studenti gli strumenti necessari per comprendere la pluralità delle tradizioni religiose esistenti.
Secondo Dennett, una simile conoscenza favorisce la tolleranza e riduce il rischio di dogmatismo.
Quando gli individui scoprono che molte culture possiedono credenze differenti ma ugualmente sincere, diventa più difficile considerare la propria tradizione come l’unica possibile.
Il ruolo dell’umorismo
Un aspetto apparentemente marginale, ma significativo, riguarda il ruolo dell’umorismo.
Dennett osserva che molte rappresentazioni tradizionali di Dio, del paradiso e delle figure religiose sono già diventate oggetto di satira, vignette e narrazioni ironiche.
A suo giudizio, la capacità di scherzare su un’idea rappresenta spesso un indicatore della riduzione del suo carattere sacro o intoccabile.
L’umorismo svolgerebbe dunque una funzione culturale importante:
-
ridurre i tabù;
-
favorire il pensiero critico;
-
incoraggiare il confronto aperto.
Naturalmente, questa interpretazione rimane oggetto di discussione e non viene universalmente condivisa.
Considerazioni critiche
La tesi di Dennett presenta indubbi punti di forza.
Essa richiama l’attenzione sull’importanza dell’educazione, della conoscenza storica e dell’accesso alle informazioni.
Inoltre, sottolinea come le credenze religiose non possano essere comprese adeguatamente senza considerare il contesto culturale e sociale nel quale si sviluppano.
Tuttavia, alcuni critici hanno osservato che l’autore tende talvolta a interpretare la modernizzazione e l’aumento delle informazioni come processi necessariamente orientati verso una progressiva diminuzione della religiosità.
L’esperienza storica recente mostra invece un quadro più complesso.
In molte regioni del mondo, l’accesso all’informazione e l’espansione tecnologica convivono con forme persistenti o persino rinnovate di religiosità.
La relazione tra conoscenza, modernità e fede appare pertanto meno lineare di quanto Dennett talvolta suggerisca.
Conclusione generale
La riflessione conclusiva di Dennett può essere interpretata come una teoria della trasformazione culturale della religione nell’età dell’informazione.
Secondo questa prospettiva, il futuro delle credenze religiose dipenderà sempre meno dall’autorità delle istituzioni e sempre più dalla loro capacità di confrontarsi con un ambiente caratterizzato da trasparenza, pluralismo e accesso diffuso alla conoscenza.
Che si condivida o meno questa previsione, la sua analisi mette in evidenza una questione fondamentale: il rapporto tra fede e conoscenza non può più essere studiato indipendentemente dalle trasformazioni tecnologiche e culturali che stanno ridefinendo il modo in cui gli esseri umani acquisiscono, verificano e condividono le proprie convinzioni.
In questo senso, la trasparenza epistemica rappresenta non soltanto il tema conclusivo della conferenza, ma anche il principio unificante dell’intera riflessione di Dennett sulla religione contemporanea.
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Daniel Dennett e la questione sull’ateismo – Parte 4/5
Parte IV — Linguaggio, filosofia e il concetto di «Deepity»
Introduzione
Tra i contributi più originali e influenti di Daniel Dennett al dibattito contemporaneo sulla religione e sulla filosofia pubblica vi è il concetto di deepity, termine da lui coniato per descrivere una particolare categoria di affermazioni apparentemente profonde ma, a un’analisi più attenta, prive del contenuto filosofico che sembrano possedere.
Nel corso della conferenza, Dennett utilizza questo concetto per esaminare alcuni modi di parlare di Dio, della spiritualità e della religione che, a suo giudizio, devono parte della loro forza persuasiva non alla chiarezza concettuale ma all’ambiguità linguistica.
La riflessione si colloca all’interno della tradizione della filosofia analitica del linguaggio e costituisce uno dei momenti più strettamente filosofici dell’intero intervento.
Origine del concetto di “Deepity”
Dennett racconta che il termine nacque in modo informale da un’osservazione fatta dalla figlia adolescente di un suo collega.
Durante una conversazione familiare, dopo aver ascoltato una delle tipiche massime pseudo-profonde pronunciate dal padre, la ragazza avrebbe commentato:
«Papà ha appena detto una deepity.»
Dennett trovò l’espressione particolarmente efficace e decise di adottarla come strumento concettuale.
Secondo la definizione proposta dall’autore, una deepity è un’affermazione che possiede simultaneamente due livelli di interpretazione:
-
una lettura forte, apparentemente profonda e significativa, ma sostanzialmente falsa o priva di giustificazione;
-
una lettura debole, banale e indiscutibilmente vera.
L’effetto psicologico deriva dal fatto che l’ascoltatore tende inconsapevolmente a passare dall’una all’altra, attribuendo alla proposizione una profondità che essa non possiede realmente.
Un esempio classico
Per illustrare il meccanismo, Dennett propone una frase volutamente provocatoria:
«L’amore è soltanto una parola.»
A prima vista l’affermazione può sembrare ricca di significato filosofico.
Tuttavia, osserva Dennett, essa contiene un’ambiguità fondamentale.
Se si interpreta il termine “amore” come esperienza reale, emozione o relazione umana, allora l’affermazione appare evidentemente falsa: l’amore non è una parola, bensì un fenomeno umano complesso.
Se invece si interpreta il termine come semplice elemento linguistico, allora la frase diventa banalmente vera: la parola “amore” è effettivamente una parola, così come lo sono “tavolo”, “albero” o “formaggio”.
La profondità apparente nasce dalla confusione tra questi due livelli.
L’errore di uso e menzione
Per comprendere pienamente l’argomento di Dennett è necessario richiamare una distinzione fondamentale della filosofia analitica: quella tra uso e menzione.
Quando una parola viene utilizzata per riferirsi al suo oggetto, si parla di uso.
Quando invece si parla della parola stessa come oggetto linguistico, si parla di menzione.
Ad esempio:
-
«Il caffè è caldo» utilizza la parola “caffè”.
-
«“Caffè” è una parola italiana» menziona la parola “caffè”.
Secondo Dennett, molte affermazioni pseudo-profonde sfruttano inconsapevolmente la confusione tra questi due livelli.
La profondità percepita non deriva dal contenuto della proposizione, ma dall’ambiguità semantica che essa introduce.
Dio come concetto
Il tema assume particolare rilevanza quando Dennett affronta una delle formulazioni più diffuse della religiosità contemporanea:
«Dio è un concetto.»
Secondo l’autore, questa espressione rappresenta un esempio particolarmente istruttivo di deepity.
Infatti, essa può essere interpretata in almeno due modi differenti.
Nel primo senso, si intende che Dio esiste realmente e che il concetto di Dio costituisce il modo attraverso cui gli esseri umani comprendono tale realtà.
Nel secondo senso, si intende semplicemente che l’idea di Dio esiste nella mente delle persone come costruzione culturale e psicologica.
Dennett osserva che la seconda affermazione è banalmente vera.
Esistono certamente idee, immagini e rappresentazioni di Dio.
Esistono inoltre numerose concezioni differenti del divino, sviluppate nel corso della storia da culture e tradizioni diverse.
Tuttavia, l’esistenza del concetto non implica l’esistenza dell’oggetto al quale il concetto si riferisce.
Il concetto e il referente
L’argomento di Dennett richiama una distinzione classica della filosofia del linguaggio: quella tra concetto e referente.
Possedere il concetto di qualcosa non dimostra che quella cosa esista realmente.
Gli esseri umani possiedono concetti relativi a:
-
draghi;
-
unicorni;
-
centauri;
-
città perdute;
-
mondi immaginari.
L’esistenza di tali concetti è un fatto psicologico e culturale.
L’esistenza dei loro referenti è una questione completamente diversa.
Per Dennett, una parte considerevole del linguaggio religioso tende a confondere questi due livelli, trasformando l’esistenza di un’idea nell’esistenza della realtà alla quale tale idea si riferirebbe.
Dio come simbolo
Un’altra strategia interpretativa frequentemente discussa da Dennett consiste nel ridefinire Dio come simbolo.
In questa prospettiva, Dio non viene più concepito come un ente personale che interviene nel mondo, ma come:
-
simbolo del bene;
-
simbolo della speranza;
-
simbolo dell’unità dell’universo;
-
simbolo dell’esperienza umana del sacro.
Dennett riconosce che tali interpretazioni possano avere valore culturale, psicologico o poetico.
Tuttavia, osserva che esse modificano profondamente il significato tradizionale della parola “Dio”.
Quando la nozione di Dio viene progressivamente reinterpretata in termini esclusivamente simbolici, il contenuto metafisico originario tende a dissolversi.
L’autore considera questo processo una forma di ritirata concettuale: una trasformazione che consente di conservare il linguaggio religioso pur rinunciando gradualmente alle affermazioni ontologiche più forti.
Linguaggio e sopravvivenza delle credenze
Una delle tesi più interessanti proposte da Dennett riguarda il ruolo del linguaggio nella sopravvivenza delle credenze religiose.
Secondo questa prospettiva, molte idee riescono a mantenersi nel tempo non soltanto grazie alla loro forza argomentativa, ma anche grazie alla loro elasticità semantica.
Più un concetto è vago e adattabile, più facilmente può sopravvivere alle critiche.
Quando una formulazione religiosa viene contestata, essa può essere reinterpretata in modo più simbolico, più metaforico o più astratto.
Questo processo consente alla credenza di modificarsi senza scomparire completamente.
Dennett ritiene che una parte della longevità storica delle religioni possa essere spiegata anche attraverso questa straordinaria flessibilità linguistica.
Considerazioni critiche
Dal punto di vista accademico, il concetto di deepity ha suscitato reazioni contrastanti.
I sostenitori di Dennett lo considerano uno strumento efficace per individuare ambiguità concettuali e argomentazioni retoriche mascherate da profondità filosofica.
I critici, invece, sostengono che il concetto rischi talvolta di semplificare eccessivamente questioni teologiche o metafisiche complesse.
Secondo questa seconda prospettiva, alcune formulazioni apparentemente ambigue non sarebbero necessariamente prive di significato, ma rifletterebbero i limiti intrinseci del linguaggio umano quando tenta di descrivere realtà trascendenti.
La disputa rimane aperta e costituisce uno dei punti di maggiore interesse nel confronto contemporaneo tra filosofia analitica e teologia.
Conclusione
Attraverso il concetto di deepity, Dennett invita il lettore a esaminare criticamente il linguaggio utilizzato nelle discussioni religiose, filosofiche e culturali.
La sua analisi non mira semplicemente a contestare determinate credenze, ma a richiamare l’attenzione sull’importanza della chiarezza concettuale e della precisione linguistica.
L’idea centrale è che molte affermazioni apparentemente profonde debbano essere sottoposte a un’attenta analisi semantica prima di essere accettate come significative.
Che si condivida o meno la sua conclusione, il concetto di deepity rappresenta uno degli strumenti teorici più originali elaborati da Dennett e costituisce un contributo significativo alla riflessione contemporanea sul rapporto tra linguaggio, credenza e conoscenza.
Bibliografia Essenziale
Fonti Primarie
Dennett, Daniel C.
Dennett, Daniel C. Breaking the Spell: Religion as a Natural Phenomenon. New York: Viking, 2006.
Opera fondamentale per comprendere la concezione dennettiana della religione come fenomeno naturale soggetto a indagine scientifica.
Dennett, Daniel C. Darwin’s Dangerous Idea: Evolution and the Meanings of Life. New York: Simon & Schuster, 1995.
Testo centrale per la comprensione del ruolo dell’evoluzione nella filosofia di Dennett e della sua applicazione ai fenomeni culturali.
Dennett, Daniel C. Consciousness Explained. Boston: Little, Brown and Company, 1991.
Opera di riferimento per le discussioni riguardanti coscienza, autoconsapevolezza e processi cognitivi.
Dennett, Daniel C. Intuition Pumps and Other Tools for Thinking. New York: W. W. Norton, 2013.
Contiene numerosi esempi delle strategie argomentative e degli strumenti concettuali utilizzati dall’autore.
Studi sul Clergy Project
Dennett, Daniel C., e Linda LaScola
Dennett, Daniel C., and Linda LaScola. “Preachers Who Are Not Believers.” Evolutionary Psychology 8, no. 1 (2010): 122–150.
Primo studio sistematico sui ministri religiosi che hanno perso la fede pur continuando a esercitare il proprio ministero.
LaScola, Linda, and Daniel C. Dennett. Caught in the Pulpit: Leaving Belief Behind. Durham: Pitchstone Publishing, 2013.
Approfondimento delle ricerche condotte sugli ex ministri religiosi e sulle conseguenze personali della perdita della fede.
Filosofia del Linguaggio e dell’Interpretazione
Quine, Willard Van Orman
Quine, W. V. O. Word and Object. Cambridge, MA: MIT Press, 1960.
Opera fondamentale per i concetti di traduzione radicale, principio di carità interpretativa e rete delle credenze.
Quine, W. V. O. The Pursuit of Truth. Cambridge, MA: Harvard University Press, 1992.
Sintesi matura della posizione epistemologica di Quine.
Davidson, Donald. Inquiries into Truth and Interpretation. Oxford: Oxford University Press, 1984.
Importante sviluppo contemporaneo del principio di carità e delle teorie dell’interpretazione.
Psicologia Cognitiva e Anosognosia
Ramachandran, V. S.
Ramachandran, V. S. Phantoms in the Brain. New York: William Morrow, 1998.
Introduzione accessibile ma rigorosa ai disturbi neurologici della consapevolezza e dell’autopercezione.
Prigatano, George P. The Study of Anosognosia. Oxford: Oxford University Press, 2010.
Opera specialistica dedicata ai fenomeni di anosognosia e negazione del deficit.
Anton, Gabriel. “Über die Selbstwahrnehmung der Herderkrankungen des Gehirns.” Archiv für Psychiatrie und Nervenkrankheiten 32 (1899): 86–127.
Studio storico associato alla descrizione originaria della sindrome di Anton.
Filosofia della Religione
Mackie, John L.
Mackie, J. L. The Miracle of Theism. Oxford: Oxford University Press, 1982.
Classica critica filosofica delle argomentazioni teistiche.
Martin, Michael. Atheism: A Philosophical Justification. Philadelphia: Temple University Press, 1990.
Difesa sistematica dell’ateismo filosofico contemporaneo.
Oppy, Graham. Arguing About Gods. Cambridge: Cambridge University Press, 2006.
Una delle più complete analisi contemporanee delle argomentazioni teistiche e atee.
Sociologia della Religione
Berger, Peter L.
Berger, Peter L. The Sacred Canopy. New York: Anchor Books, 1967.
Classico studio sociologico sul ruolo della religione nella costruzione dell’ordine sociale.
Berger, Peter L. The Many Altars of Modernity. Boston: De Gruyter, 2014.
Riflessione sulla pluralizzazione religiosa nelle società contemporanee.
Bruce, Steve. God Is Dead: Secularization in the West. Oxford: Blackwell, 2002.
Analisi della teoria della secolarizzazione e delle sue implicazioni.
Taylor, Charles. A Secular Age. Cambridge, MA: Harvard University Press, 2007.
Uno dei più importanti studi contemporanei sul rapporto tra modernità e religione.
Evoluzione Culturale e Religione
Dawkins, Richard
Dawkins, Richard. The Selfish Gene. Oxford: Oxford University Press, 1976.
Opera nella quale viene introdotto il concetto di meme, successivamente utilizzato nelle teorie evolutive della cultura.
Dawkins, Richard. The God Delusion. London: Bantam Press, 2006.
Importante testo del cosiddetto “Nuovo Ateismo”, spesso associato alle riflessioni di Dennett.
Aunger, Robert (ed.). Darwinizing Culture: The Status of Memetics as a Science. Oxford: Oxford University Press, 2000.
Raccolta di contributi dedicati all’applicazione dei modelli evolutivi ai fenomeni culturali.
Letture Critiche e Bilanci Interpretativi
Bullivant, Stephen. The Oxford Handbook of Atheism. Oxford: Oxford University Press, 2013.
Ampia panoramica interdisciplinare sugli studi contemporanei sull’ateismo.
LeDrew, Stephen. The Evolution of Atheism. Oxford: Oxford University Press, 2016.
Analisi storica e sociologica delle diverse forme di ateismo moderno.
Stenger, Victor J. The New Atheism: Taking a Stand for Science and Reason. Amherst: Prometheus Books, 2009.
Esposizione delle principali tesi associate al movimento del Nuovo Ateismo.
Nota Bibliografica Conclusiva
La presente bibliografia è stata costruita con finalità orientative e contestuali.
Essa non intende rappresentare una bibliografia esaustiva sulla filosofia della religione, sull’ateismo contemporaneo o sull’opera di Daniel Dennett, bensì fornire al lettore gli strumenti essenziali per approfondire i principali temi affrontati nel testo:
-
autoconsapevolezza e anosognosia;
-
credenza religiosa;
-
filosofia del linguaggio;
-
interpretazione delle credenze;
-
secolarizzazione;
-
evoluzione culturale;
-
ateismo contemporaneo.
La selezione privilegia opere accademicamente riconosciute e frequentemente citate nella letteratura specialistica.