L’effetto di una cattiva notizia incredibile, come se vi dicessero che hanno rubato il Porcellino: non si sa se si è più stupiti o dispiaciuti. Ecco, mi sentivo così qualche ora fa.
Mi ero avvicinato alla Loggia del Mercato Nuovo per salutare il mio amico di bronzo, quando ho visto venir giù da Via Vacchereccia, con tanto di occhiali scuri da turista e di “mise” all’ultima moda, Fiorella. Leggiadra, smilza e coriacea paladina dell’irrazionale, abile cuciniera di minestroni in cui i frutti del pensiero scientifico sono mescolati agli ortaggi delle ciarle di ogni genere, con democratica parità, senza distinzione di metodo, disciplina, epoca, luogo o circostanza.
Tremavo nel vederla avvicinarsi a grandi falcate, come sempre quando il reciproco avvistamento non avviene in auto e conseguentemente non ho scampo, rifugio od usbergo che mi sottragga allo sviluppo acuto dell’inevitabile sintomatologia psicosomatica generata dall’ascolto delle sue parole: vertigini, palpitazioni, nausea, vomito, piloerezione, gastralgia, diarrea incoercibile, dermatite eritemato-edematosa, con macchie sul viso a desquamazione istantanea, concomitante a piegamento in basso per perdita di consistenza dei padiglioni auricolari, obnubilamento del sensorio con fame d’aria e sete di giustizia.
Lei ci ama. Noi…meno. “Ambivalenza conflittuale” è l’espressione che più spesso, parlando di lei, è affiorata alla bocca di coloro che fra noi conoscono la psicanalisi. Sarà pur giusto in termini psicoanalitici e valido anche per il mio inconscio, ma ciò che più mi ha impegnato in passato, sfidando le mie capacità diagnostiche, è stato il tentativo di capire in cosa consistesse quel sottile potere che ci impedisce di provare una chiara e definita avversione e non ci consente il distacco dell’ostilità. Mi sono chiesto a lungo perché si finisse tutti per accettarla come una calamità naturale od un evento ineluttabile: per i suoi regali? Per la sua straordinaria disponibilità a collaborare con il prossimo anche se a modo suo? Per la sua incapacità infantile di rendersi conto di quanto sia insopportabile? Per la sua assoluta certezza di essere gradita ed amata da tutti? Per i suoi sorrisi che si fanno più frequenti ed intensi se la si manda al diavolo? Per tutte queste cose insieme?
C’è qualcosa in Fiorella che causa tutti questi interrogativi e rappresenta il suo speciale potere su di noi. Pensavo che fosse come il noumeno kantiano, la cosa in sé, che non si capisce bene cosa sia e tutti si finge di aver capito… Poi, ad un tratto, il ricordo di un’illuminazione: era stato il nostro amico Lucrezio qualche tempo fa a pronunciare la parola chiave, diagnostica e diacritica al contempo: “Zia”. Ecco, cos’ha Fiorella che ci costringe e ci obbliga nel profondo del nostro essere: l’istinto, l’archetipo, il prototipo, l’assetto funzionale ed il potere evocativo della zia…Terribilmente “buona”!
Ma torniamo a stamani. Codesti ed altri nobili turbamenti affollavano la mia mente, quando ho deciso di affrontare il mio ormai inevitabile destino, andandovi fieramente incontro per fare in modo che non si compisse sotto gli occhi innocenti ed esigenti del Porcellino. Avvenuto l’incontro, con maggior enfasi e clamore di quello di Teano fra Garibaldi e Vittorio Emanuele, per esclusivo merito della mia garrula, schioccante, risonante, fragorosa, convulsiva e festosa amica, ci siamo diretti, lungo via Calimala, in piazza della Repubblica per andare in un bar.
Forse la conoscenza di quanto ci è ancora ignoto della fisiologia della produzione vocale, un giorno ci permetterà di comprendere i meccanismi che consentono l’effetto di molteplicità nelle persone come Fiorella, che invariabilmente appaiono in questi casi come gruppi o turbe vocianti, ridenti, scoccodanti, squillanti, in costante sovrapposizione.
Ti senti in minoranza. Soccombi. Anche all’inevitabile ennesima reiterazione della sua logora battuta di spirito: “Andiamo al bar a sedere, col sedere si ragiona meglio!” Sottolineata da effetti sonori inclusivi di applausi preregistrati, altro mistero della fenomenologia fiorellica.
Ero turbato dal fatto che brandisse come il santo Graal o come l’urna delle reliquie del patriarca Abramo, un pregiato e lucidatissimo articolo dei pellettieri fiorentini: doveva contenere la fonte delle sue certezze e il motivo della sua irrefrenabile gioia nell’incontrarmi. Infatti cinguettava complimenti impropri ed eccessivi sul mio aspetto fisico, continuando a lanciare occhiate alla borsa, oltre che a tutti i passanti, nel suo consueto e vertiginoso controllo scopico dell’ambiente che, fra un trillo e un falsetto, le consente un efficiente monitoraggio dell’attenzione del pubblico.
Scegliamo il caffè-concerto Paszkowsky, perché al mattino è baciato dal sole, preferendolo alle “Giubbe Rosse” dove il “pubblico” è più numeroso di sera: naturalmente la decisione è presa a maggioranza e il mio unico voto contrario è risultato irrilevante per l’esito deliberativo.
La mia non più giovanissima, ma gaia e fanciullesca amica, tiene un corso universitario, cosa drammaticamente attualizzata ai miei occhi dal suo modo studiato di inforcare gli occhiali da vista, appena ci si è seduti al tavolino: è il concetto di pseudo-scienza insegnata nel luogo di (de)formazione della gioventù che fa sanguinare il mio cuore, per metafora, e cascar giù le braccia per improvvisa caduta del tono muscolare, per davvero.
“Abbiamo le prove” annuncia con l’ineffabile sorriso delle certezze incrollabili.
“Vediamo” chiedo, accentuando un’espressione sconsolata per indurre pietà nella mia interlocutrice, ma ottenendo solo un nuova variante del suo ricco campionario di sorrisi fatui. Con gestualità teatrale estrae le fotocopie di un articolo che alza in sorvolo sulle bibite, ad una quota eccessiva per massimizzare l’effetto dell’atterraggio sotto i miei occhi innocenti e preoccupati che scorgono subito l’intestazione: Nature. Mal di pancia. La somatizzazione immediata sull’intestino è dovuta all’assoluto prestigio dei referees della rivista.
Affronto da uomo coraggioso la dura realtà, con grande soddisfazione della mia interlocutrice, che già pregusta il mio pentimento e la mia conversione alla fede irrazionale di quella tribù globale di cui è gran sacerdotessa, mentre mi accingo, con un atto intrepido e deciso, alla dolorosa lettura. Ma il primo colpo d’occhio è sufficiente a restituirmi la pace intestinale e la serenità psichica.
La tranquillità psicosomatica è sopraggiunta perché mi sono reso conto che si trattava di una vicenda nota, spesso citata come “affaire Benveniste”, dal nome del responsabile del laboratorio che, nel giugno del 1988, era riuscito a far pubblicare su una delle più prestigiose riviste scientifiche i risultati di un lavoro che aveva dell’incredibile (Human basophil degranulation triggered by a very dilute antiserum against IgE, Nature, 333, 816-818, 1988), in quanto provava l’efficacia di un siero diluito -guarda caso- come i farmaci omeopatici. Fiorella mi ha mostrato l’articolo in una strana riedizione che riproduceva il frontespizio della rivista britannica, omettendo la data. Per il resto tutto uguale.
In breve, questo lavoro dimostrava che una funzione svolta da molecole di un antisiero continuava a verificarsi quando, in seguito a diluizioni estremamente elevate, non vi erano più molecole. In particolare, l’antisiero portava granuli fuori dalle cellule basofile in gran numero e questo effetto continuava a prodursi in sua assenza.
Per un ricercatore è assurdo, tanto quanto affermare, ad esempio, che le centinaia di passeggeri che gli Eurostar quotidianamente portano da Firenze a Milano, in completa assenza di treni sono ugualmente giunti nella città meneghina, viaggiando sospesi nell’aria che sovrasta le rotaie. Nella discussione gli autori avanzarono l’ipotesi di tracce invisibili di memoria lasciate nell’acqua. Come se si dicesse che l’aria si ricorda dei treni e ciò è sufficiente a surrogarli.
Questo genere di esemplificazioni che ho proposto a Fiorella, sembra essere stato efficace, a giudicare dall’entità del sollevamento delle sue arcate sopraccigliari e dalla staticità della sua bocca semiaperta, non attraversata dal flatus vocis per interi minuti.
“Allora l’acqua non ha memoria?” chiede.
Le rispondo che l’acqua è fatta di una rete fluida di H2O; se si ammette che ci sia una memoria, questa deve essere costituita da altri atomi e molecole, allora non si tratta più di acqua, ma di altre molecole, che si dovranno identificare e studiare per poter attribuire loro questa funzione. In questo caso sarebbe come dire che non c’erano i treni e sono stati impiegati gli aerei.
“Non potrebbe esistere una memoria nella struttura dell’H2O?”
“Equivale a dire che nel cemento armato di un edificio c’è memoria delle persone che vi hanno abitato…”
“Un errore di livello?”
“Precisamente. Per cui, se pur si ammette che nella struttura dell’aria ci sia il ricordo del treno, bisogna dimostrare come questo ricordo abbia trasportato i passeggeri… In altre parole, per poter accettare questa assurdità dovremmo rinunciare ai principi su cui si fonda tutta la scienza e l’interpretazione empirica della realtà, fuori di ogni logica e buon senso. Perché?”
Mi sentivo rinfrancato e, quando Fiorella, fingendo di sobbalzare prima ancora di aver guardato l’orologio, ha detto che era tardi, mi sono accomiatato con soddisfazione raggiungendo a rapidi passi la casa del mio amico Lucrezio. Insieme abbiamo scaricato la posta elettronica e…Cosa troviamo?
Una e-mail di una amica biologa e docente, Rita, che menzionava proprio la “memoria dell’acqua”. Ho subito avuto una recidiva dei sintomi di qualche ora prima ed ho esclamato: “Siamo circondati, arrendiamoci!”
Ma il buon Lucrezio mi ha tranquillizzato, spiegandomi che stava proprio occupandosi del misterioso ritorno di questa colossale frode: Rita si è bene documentata, arricchendo il nostro dossier sul caso, ed ha personalmente scritto una sintesi sui retroscena e gli interessi che hanno sostenuto un volgare imbroglio presentato come sperimentazione dall’aspetto formale ineccepibile. Così ho pensato di cogliere l’occasione per elaborare con lei un approfondimento di tutta la vicenda, dalla descrizione della ricerca, agli accertamenti della Commissione di inchiesta presieduta dallo stesso direttore di Nature, John Maddox. (vedi “Il caso Benveniste, rivelazioni, retroscena e discussione”).
E’ utile conoscere i fatti emersi con diamantina chiarezza in quella circostanza, perché ci aiutano a capire e a difenderci dalle imposture. Infatti, gli interessi illeciti che erano in gioco quindici anni fa sembra che siano ancora in campo, più attivi ed operanti di prima. E, se la ricerca da allora è più tutelata, non si può dire che accada lo stesso per il grande pubblico. Sembra, infatti, che questo “incidente” abbia avuto una parte non secondaria nel determinare l’istituzione nel 1989 da parte dei National Institutes of Health di Bethesda (Maryland, USA) di un “Office of Integrity”, in seguito divenuto “Office of Research Integrity” e, proprio il rischio di frodi così ben congegnate, ha indotto la definizione in Europa -la prima nazione è stata la Danimarca- di regole anti-frode, divenute operanti dal 1992. Al contrario, la protezione per il grande pubblico, costituita dalla conoscenza, sembra fare notevolmente difetto.
Nel frattempo si propone per Fiorella una condanna a cinque acculate, commutabile in una pena più rispettosa dei glutei, ma molto più articolata:
1. leggere 50 volte il nostro articolo sul caso Benveniste;
2. fotocopiarlo e distribuirlo ai suoi studenti e sodali;
3. leggere e studiare il capitolo sul numero di Avogadro e la molarità delle soluzioni dal libro di chimica di suo figlio, nonché fare tutti gli esercizi di calcolo stechiometrico;
4. per dare prova di sicuro pentimento, ridurre in strisce una copia dell’articolo di Benveniste ed avvolgerlo accuratamente intorno al rotolo attualmente in uso nella sua stanza da bagno.
Filippo Rucellai & Rita Cadoni – BM&L