Il ritorno alla Natura ovvero Perchè non c’è niente di etico nella vita di un vegano

POSTATO ORIGINARIAMENTE IL 13 OTTOBRE 2017

Uno dei concetti ribaditi più spesso dai vegani è il fatto che mangiare carne non sia naturale, in quanto l’uomo necessita di un’arma per catturare un animale e di strumenti atti a sezionarlo e cuocerlo.

Ciò che questa teoria non tiene in considerazione è che l’uomo, rispetto ad altre specie, ha sopperito alla scarsa prestanza fisica con l’intelligenza che gli ha permesso di sopravvivere e di raggiungere il vertice della catena alimentare.

È ovvio che tra un uomo e un lupo, sul piano fisico e senza l’ausilio di alcuna arma, l’uomo non abbia speranza; d’altro canto, nel corso dei secoli, l’uomo ha costruito degli strumenti che gli hanno permesso di difendersi efficacemente dai predatori e di procacciarsi nuove fonti di cibo.

È sensato pensare che, passato il periodo iniziale, il presunto “essere umano abbandonato a se stesso” tanto caro ai fruttariani, oltre a mangiare tutto ciò che trova in natura (frutti, sì, ma anche insetti e carcasse animali uccise da altri predatori) si dia a costruire ciò che gli permetta di avere un riparo, di ottenere nuove forme di cibo, di cuocere il suddetto cibo e di conservarlo. Ad esempio attraverso tecniche antiche quali la salatura, così da non dover consumare tutto subito e poter avere delle scorte per i periodi di difficoltà.

L’utilizzo dei primi strumenti in pietra risale al paleolitico; occorre domandarsi perché qualcuno, nel 2017, voglia ritornare a quell’epoca, in nome di una improbabile naturalezza da applicare esclusivamente al tipo di alimenti di cui nutrirsi… e nemmeno a tutti.

Nel loro bisogno di preistoria, in effetti, i teorici della “naturale alimentazione dell’uomo” non dovrebbero fare uso di supermercati, né dovrebbero mangiare niente che sia cotto, che necessiti di un qualsiasi strumento diverso da un sasso o da un ramo per essere reso edibile e che non rientri tra le colture stagionali e locali.

Questo renderebbe il cibo a nostra disposizione veramente molto esiguo, sia perché alcuni tipi di frutta e ortaggi sono stati modificati dall’uomo al punto da non avere più nulla in comune con ciò che erano in origine, sia perché escludendo ciò che non è né locale né stagionale resterebbe poco. Spaghetti di zucchine a Gennaio? No, amico crudista, perché per avere le zucchine in Gennaio devi far ricorso alle serre o importarle dall’estero (e non è naturale). Anzi, a dire il vero, dato che la zucca è una pianta importata dall’America (Una delle fonti/, ma sono molteplici) le zucchine non dovresti nemmeno averle, date le tue origini europee. E lo stesso dicasi per i pomodori, per il cacao, per le patate, per i peperoni, il mais e… i fagioli.

Se vogliamo essere duri e puri, escludiamo i cereali che possiamo mangiare solo dopo averli lavorati (dato che non siamo granivori) e ricordiamoci che la magica soia è originaria dell’Asia.

Via, dunque, la soia assieme a tutti i suoi derivati, per non parlare dell’amato avocado o della papaia, o del platano. Niente olio di cocco, a meno che non decidiamo di trasferirci in una zona del mondo in cui il cocco cresca, effettivamente; anche in quel caso, tuttavia, prendere un aereo e andare in Thailandia sarebbe compiere un’azione che vada contro la ”natura” dell’uomo perché l’uomo non può volare. L’uomo può camminare e nuotare. Buon viaggio!

Ah, e quanto alla carne che non possiamo mangiare cruda: qualcuno di voi ha mai mangiato una melanzana, cruda, mordendola come se fosse una mela? No, eh?

Nell’epoca in cui viviamo, o quantomeno nella ricca parte di mondo in cui abbiamo avuto la fortuna di nascere, l’approvvigionamento del cibo è semplice al punto che quasi nessuno di noi coltiva, alleva, caccia e pesca tutto ciò di cui si nutre. E allora perché il problema è solo la carne quando, con un click, posso andare su un sito e farmi arrivare, direttamente dal Giappone, qualsiasi stranezza mi venga in mente?

Non posso mangiare carne se non dimostro di poter uccidere solo con le unghie e con i denti, come farebbero altri animali, ma posso godere di tutto ciò che mi offre la vita moderna?

La caccia è di certo precedente all’invenzione dell’automobile, eppure dobbiamo rinnegare la prima e non la seconda?
Perché questi teorici del ritorno al pre-paleolitico non vanno a vivere, effettivamente, come se fossero tornati a due milioni di anni fa? Non in case riscaldate, ma in caverne di fortuna, senza vestiti, senza scarpe, mangiando solo ciò che trovano, non cuocendo alcunché, senza mezzi di comunicazione, senza contraccettivi, senza armi nemmeno per l’auto-difesa, abbandonando le basilari norme igieniche e utilizzando una lingua che non vada oltre suoni elementari e gesti, privi di ogni conoscenza medica, scientifica, umanistica.

Troppo facile abbracciare tutto ciò che l’evoluzione ci ha dato e il modo in cui ci ha portato a vivere e a rapportarci tra di noi, escludendo solo quella parte che non ci piace, ribadendo a più riprese sentimenti misantropi e anti-antropocentristi ma rimanendo, nel contempo, all’interno della società umana perché è comodo farne parte e arduo uscirne.

Sì, cari vegani, continuerò a mangiare involtini di pollo ripieni di formaggio e prosciutto, cotti sul gas nella mia casa riscaldata e in muratura, annaffiati con del vino e insaporiti con sale, aglio, salvia e rosmarino. Non mi interessa se non lo considerate “naturale”, perché nemmeno essere seduta sul divano lo è. Nemmeno avere una casa lo è. Nemmeno digitare sulla tastiera del mio portatile lo è, come non lo è prendere un autobus, comunicare con la mia famiglia a km di distanza tramite Skype, leggere un libro, guardare un film, ascoltare un concerto, andare in ospedale a farmi ricucire un brutto taglio, mettermi una coperta sulle spalle se ho freddo, lavarmi i capelli, aprire un rubinetto per bere acqua potabile e così via.

Alleviamo polli, pecore, vacche, maiali e quant’altro perché la nostra intelligenza ci ha spinto a procurarci il cibo in maniera sistematica e non casuale; è lo stesso motivo per cui coltiviamo, invece di limitarci a raccogliere ciò che la terra ci offre spontaneamente.

Abbiamo inventato cibi quali formaggi, salumi, conserve, per sopravvivere anche in periodi di carestia e di magra: cosa pensate che avreste mangiato se aveste dovuto fare i vegani in un inverno rigido di un paio di secoli fa? Cosa cresce in Febbraio, nella vostra zona? Sapete rispondere al volo o, presumibilmente, non ne avete idea?

Io abbraccio la civiltà che ci siamo costruiti e sono fieramente antopocentrista – specista, sì, e con orgoglio – in quanto rispetto gli animali, ma appartengo alla specie umana che indiscutibilmente si è evoluta e ha superato di molto i propri limiti fisici.

Perché dovrei rinnegare o disprezzare questa condizione? È grazie all’agio regalatovi dalla società in cui vivete se potete sbattere i piedini e dire: “Io questo non lo mangio perché non è abbastanza etico”; fuori da qui, un miliardo di poveri nel mondo riesce a sopravvivere solo grazie all’allevamento, alla caccia e alla pesca. Sono dati FAO, che potete facilmente verificare e ricercare.

Se siete così convinti del vostro anti-specismo, se vale a dire ritenete di dover essere allo stesso livello di tutte le altre specie animali, e se disprezzate al punto la compagnia umana e il nostro vivere moderno, dimostrate la vostra coerenza e rifugiatevi sulle montagne dove vivrete esattamente come vivrebbero i vostri fratelli animali.

Siete anche fortunati, perché rispetto al pre-paleolitico il clima è certamente più mite, seppure non deve essere piacevole ritrovarsi nudi e scalzi in un bosco in pieno inverno. Un pensiero particolare va alle signore, specie a quelle che dovranno affrontare l’esperienza del parto senza assistenza medica, ma anche a tutti coloro che dovessero soffrire di una banale (in apparenza) appendicite senza che si possa intervenire.
Una volta abbracciate fino in fondo le conseguenze del vostro pensiero, facendo seguire alle parole i fatti, quanto pensate di poter andare avanti?

È il 2017. Secondo tutti i film prodotti quando l’umanità pensava di poter curare gli omosessuali con gli schiaffi viviamo in un futuro da fantascienza. Certo, non abbiamo macchine volanti, non viviamo in un’era post-razziale o nelle colonie su Marte, però abbiamo l’etica. E un compasso morale formato dalle gif di Beyoncé che ci spiegano come navigarla.

Etica, infatti, è la parola del futuro. E quindi del nostro presente. Il lavoro è etico. La musica è etica. Lo sono le tasse. Anche le banche, ormai, sono etiche.

“Etica” è diventata la parola con cui definire noi stessi e chi ci circonda. Dividiamo le persone in buone o cattive a seconda di quanto rispecchiano la nostra idea di “etica”.

Ma cosa si intende esattamente con “etica”? Tutti i più grandi pensatori della storia hanno scritto e dibattuto sul suo significato. Da Aristotele a Socrate, fino a Confucio. Da Tommaso D’Aquino a Kant, fino a Giulia Innocenzi. Nessuno, prima di lei, aveva però mai trovato una definizione precisa e sintetica di “etica”.

Etica, sostiene la collaboratrice di Santoro nel suo libro “Tritacarne”, significa non uccidere gli animali.

Sarebbe intellettualmente disonesto, però, attribuire quest’idea esclusivamente alla giornalista de Il Fatto Quotidiano; una riflessione così complessa richiede un’estensione computazionale non ascrivibile singolarmente a Giulia Innocenzi. Per arrivare a questa epifania intellettuale sono stati necessari milioni di vegani nel mondo.

I vegani sono infatti ossessionati dalla parola “etica”. È quella a cui ricorrono quando viene chiesto loro che cosa li abbia spinti a cambiare dieta. È come definiscono loro stessi. Persone con etica.

Hanno pure creato il “Parma Etica Festival”, una rassegna in cui si celebrano culture, tradizioni e usanze alimentari allogene con il nobile scopo d’aiutare le persone a dimenticare di vivere a Parma. Tre giorni di talk, workshop e seminari sull’etica vegan e vegetariana. E sulla “psicogenealogia transgenerazionale”, una branca della psicologia che unisce le esperienze traumatiche dei tuoi avi del Rinascimento con le difficoltà di ricezione di Lifegate.

Ospite speciale del festival? Giulia Innocenzi.

Altro esempio di questa ossessione si può trovare nel ricettario-bibbia della comunità vegana italiana dal titolo “La cucina etica”. Scopo dei suoi tre autori è quello di proporre ricette “etiche, salutiste, ecologiche, spirituali, legate allo sviluppo sostenibile”. Uno dei primi capitoli è dedicato alla quinoa.

La quinoa è considerata uno degli alimenti più nutrienti in natura ed è utilizzata di frequente nelle diete vegane per l’alta concentrazione di proteine che contiene; viene coltivata nei due Paesi più poveri del Sud America– Perù e Bolivia– e da quando è stata scoperta nelle “diete etiche” ha completamente stravolto l’esistenza degli abitanti di entrambi i Paesi. Dal 2006 al 2011 il prezzo della quinoa è triplicato, fino a raggiungere i 3mila euro la tonnellata, ma alcune varietà più pregiate– rossa real e nera– possono superare i 4mila e gli 8mila euro.

Per questo motivo in Bolivia, un Paese in cui il 45% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno, gli agricoltori hanno cambiato la loro dieta, immutata per oltre 5mila anni. La quinoa, ormai troppo preziosa per essere consumata localmente, viene quasi interamente venduta o scambiata per Coca-Cola, dolciumi industriali e altri prodotti della dieta occidentale.

La situazione è così grave da aver creato un inedito banditismo locale, che lotta a colpi di rapimenti e di candelotti di dinamite per la conquista di terreni coltivabili a quinoa. La diversità biologica delle coltivazioni è stata inoltre quasi completamente distrutta per essere convertita in una monocoltura di questa pianta. Per gli agricoltori non avrebbe senso fare diversamente.

In Perù, dove il 22% della popolazione vive in povertà, la situazione non è migliore. Un chilo di quinoa costa dieci soles, circa 2,70 euro: più del pollo e quattro volte il riso. Secondo le statistiche governative il consumo è crollato a livello nazionale per questo motivo. Una notizia preoccupante, visto che proprio per le eccezionali proprietà nutritive la quinoa risultava fondamentale per sostenere la popolazione nelle zone più povere del Paese, colpite da un livello di malnutrizione infantile fra i più alti in Sud America. Secondo l’UNICEF il 19.5% dei bambini peruviani soffre oggi di malnutrizione cronica.

Il paradosso è evidente: mentre nei Paesi d’origine è diventato più conveniente mangiare l’hamburger di una multinazionale, i ricchi europei e americani possono consumare l’etico, salutista e sostenibile burger vegano di quinoa.

Magari con una maionese di anacardi, altro alimento necessario per mantenersi etici e che nei piatti vegani risulta fondamentale per simulare ricette realizzabili tradizionalmente solo attraverso il latte animale, come la besciamella, i “formaggi” da spalmare, il ripieno della cheesecake, i gelati e le mousse.

Ma da dove arrivano gli anacardi che finiscono nei dolci cruelty free?

Per il 40% dal Vietnam, Paese che ha deciso di adottare per la loro raccolta una filiera produttiva che ricorda le dittature più tiranniche della storia, tipo la Corea del Nord di Kim Jong Un, la Romania di Ceaușescu o la Apple di Steve Jobs.

Secondo un dettagliato reportage di Human Rights Watch, gli anacardi vietnamiti provengono infatti quasi totalmente dal lavoro forzato nei centri di recupero per tossicodipendenti condannati. Moltissimi detenuti arrivano in questi centri senza essere stati difesi da un avvocato e senza un regolare processo e sono costretti a lavorare otto ore al giorno, sei giorni alla settimana, a un ritmo di estrazione di un anacardo ogni sei secondi. Chi non rispetta questi standard subisce svariate punizioni corporali: viene picchiato con bastoni chiodati, rinchiuso in celle d’isolamento, costretto al digiuno e privato dell’acqua. In molti casi torturato con l’elettroshock.

Per questo motivo Human Rights Watch li ha definiti “anacardi insanguinati”, come i diamanti africani.

La filiera però non termina in Vietnam: il 60% degli anacardi viene processato nel Sud dell’India, nelle zone più povere del Paese. Il guscio, spesso e resistente, viene spaccato a mano da donne che lavorano sedute nella stessa posizione per dieci ore al giorno.

Ma non è la fatica il vero problema. Gli anacardi sono protetti da due gusci interni che rilasciano un olio caustico formato da acidi anacardici, cardolo e metilcardolo: queste sostanze bruciano in modo profondo e permanente la pelle delle lavoratrici che non possono permettersi dei guanti di protezione. Per la loro mansione vengono infatti pagate appena 2,20 euro al giorno. In India gli anacardi sono considerati un lusso da consumare solo durante le feste più importanti.

Così, alla fine dei turni, le operaie vengono anche perquisite, come le donne in reggiseno e slip che tagliavano la cocaina per Pablo Escobar.

Ma è facile dimenticare tutto questo quando ogni nervo nella tua lingua vibra dopo aver assaporato questa cheesecake vegana crudista con fragole, mandorle e anacardi. Riesce a farti pensare nello stesso momento “non riesco a credere che la dolce cremosità non sia data da Philadelphia” e “fanculo le donne nel terzo mondo”.

È utile parlare anche della base di questo dolce, capace di innalzare lo spirito di chiunque da “crudo” a “etico”: è fatta di mandorle, l’ennesimo alimento esploso in popolarità– con un prezzo triplicato in 5 anni –, grazie al suo apporto naturale di calcio, essenziale nella dieta vegana.
Da questi frutti si ricava un latte utilizzato per realizzare mozzarella, ricotta e molti altri tipi di formaggi e creme. La richiesta è aumentata a tal punto da costringerci a importarle quasi totalmente dall’estero, nonostante le nostre millenarie tradizioni legate al loro consumo. Principalmente dalla California, responsabile dell’82% della produzione mondiale.
Un quasi-monopolio in crescita costante, che ha messo lo stato americano in ginocchio per il prosciugamento delle riserve idriche. Per produrre una singola mandorla sono necessari infatti oltre 4 litri d’acqua– e la California ne produce ogni anno più di 950mila tonnellate.
Le ripercussioni della siccità sulla fauna sono devastanti: sono morti oltre 4mila cervi in un anno; alci, linci, volpi, coyote e orsi sono talmente assetati da spingersi con sempre maggiore frequenza nelle zone abitate dall’uomo. Diverse tribù di Nativi Americani stanno cercando di salvare il salmone Chinook, un pesce fondamentale per la loro storia e cultura: peccato che l’acqua che potrebbe evitarne l’estinzione venga deviata per centinaia di km per essere usata nei frutteti di mandorle.
Ma a contribuire all’aridità dei terreni non sono solo le mandorle. L’altro grande responsabile è forse l’alimento più rappresentativo della moderna narrativa del cibo, passato da nutrimento a status symbol politico per food stylist: l’avocado. Per produrre mezzo kg di avocado vengono mediamente impiegati 270 litri d’acqua.
Il risultato sono i quattro anni consecutivi in cui la California registra la peggior siccità della storia. Brindiamo con questo avocado alle mandorle offerto da “La cucina etica”!

Certo, c’è chi se la passa peggio.

Il vicino Messico in meno di 10 anni ha decuplicato gli export di avocado– conosciuto ormai da quelle parti come “oro verde”–diventandone il primo produttore al mondo. L’offerta, però, non riesce a soddisfare la domanda. I prezzi in continua salita stanno portando a una deforestazione che tocca i 700 ettari all’anno; in dieci anni, per lasciare spazio ai frutteti di avocado, è svanita un’area di foresta grande quattro volte la Lombardia.
Come per la California, questa perdita sta trasformando radicalmente la vita di flora e fauna. Milioni di farfalle monarca scelgono per la riproduzione e lo svernamento proprio le aree in deforestazione del Michoacan, la capitale mondiale dell’avocado: senza vegetazione il loro destino è l’estinzione.
L’enorme quantità di pesticidi e fertilizzanti necessari per la coltivazione degli avocado stanno inoltre avvelenando le riserve acquifere da cui si abbeverano animali e popolazione locale.
Il controllo di questo enorme business è in mano al cartello dei “Cavalieri Templari”, l’organizzazione criminale responsabile della distribuzione di crystal meth negli Stati Uniti, che ha scoperto un inedito pollice verde da quando i ricavi della vendita di avocado sono passati dai 90milioni di dollari del 2000 agli 1.3 miliardi del 2012.
Le tattiche sono le stesse usate da tutti i mafiosi del mondo. Chi non paga il pizzo si trova i frutteti bruciati. Chi prosegue nel non assecondare i taglieggiatori va incontro alla morte o a quella dei propri cari. Molteplici i casi di stupro. Un giornalista di Vocativ racconta la storia del rapimento di due figli di un agricoltore. Per il riscatto da 1.5 milioni di dollari ha venduto tutto ciò che possedeva. I figli non li ha mai più rivisti.

Per questo motivo si parla di “avocado insanguinati”. Come i diamanti. Come gli anacardi.

Ma persino gli avocado non sono nulla in confronto al più grande distruttore di foreste del mondo: la soia. Per questo legume ogni anno viene raso al suolo il 3% della foresta pluviale Argentina, situata nella provincia di Cordoba. Otto milioni di ettari– un’area grande quanto il Portogallo. In Brasile, dal 1978 a oggi, sono sparite invece Italia e Germania.
Ma a chi importa, no? Del resto la foresta pluviale serve solo a produrre il 28% dell’ossigeno che respiriamo e a stabilizzare il surriscaldamento globale attraverso l’assorbimento di anidride carbonica. Certo, uccidere miliardi di persone facendo innalzare il livello degli oceani a causa dello scioglimento dei ghiacciai è un equo sacrificio rispetto alla vita di una quaglia del Molise, peccato che la foresta contenga anche il 40% delle specie animali viventi.

Questo però non intacca lo status della soia come alimento principe della dieta vegana– il sito de “La cucina etica” contiene 952 ricette basate su questo ingrediente. Secondo una ricerca dell’università di Oxford, il 73% dei vegani consumerebbe ogni giorno almeno 11 grammi di proteine provenienti dalla soia, ricca inoltre di fibre e minerali che altrimenti verrebbero a mancare nell’organismo di una persona che non mangia carne.

Ora so cosa staranno pensando i vegani. “La maggior parte della soia viene coltivata come mangime animale, non per l’uomo!”. È vero, il 70% della produzione mondiale di questo legume è destinata agli allevamenti di bestiame, ma la nota lobby dell’industria della carne, conosciuta anche come WWF, ha commissionato nel 2009 una ricerca alla Cranfield University che riflette proprio su questo dettaglio. Lo scopo dello studio è immaginare scenari che potrebbero ridurre del 70% l’emissione di gas serra. I ricercatori giungono a questa conclusione: “sostituire latte e carne con analoghi alimenti raffinati come il tofu potrebbe aumentare la quantità di terreno arato necessario per soddisfare il fabbisogno alimentare”.

Infine, se la propaganda “etica” funzionasse veramente e smettessimo tutti di consumare prodotti animali, la deforestazione e il surriscaldamento terreste aumenterebbero. Questo perché una vasta quantità di alimenti consumati dai vegani richiede una lunga filiera di lavorazione, dalla coltivazione a migliaia di km ai numerosi processi necessari per trasformare la soia nell’unico alimento più insapore del pollo: il tofu.

Provate a cercare un ristorante vegano interamente a km.0 nella vostra città. Non esiste. Il massimo che potete trovare è un ristorante possibilmente a km.0. La verità, come ipotizza la ricerca del WWF, è che una cucina vegana equilibrata non è sostenibile per l’ambiente. Certo, esiste chi si ciba solo di frutti autoctoni, ma i rischi cui si va incontro sono una carenza di calcio, una pericolosa mancanza di acidi grassi essenziali e una predisposizione ad ascoltare Enya.

Perché, quindi, la giunta Appendino, dopo essersi insediata, ha parlato di “promozione della dieta vegana sul territorio comunale come atto fondamentale per salvaguardare l’ambiente, la salute e gli animali”?

Perché l’unica critica rivolta ai vegani è quella di essere vegani. Basti pensare che negli ultimi anni hanno avuto come principale antagonista intellettuale Giuseppe Cruciani, il conduttore di uno Zoo di 105 per uomini che scrivono “Liceo Classico” nella bio di Tinder.

Ma non c’è nulla di sbagliato nell’essere vegani, è una scelta personale, come tante altre.

Il problema nasce quando si passa da una scelta di vita a una presunta scelta etica, motivata dal voler salvare l’ambiente o gli animali. Questo significa mettersi in una posizione di superiorità morale che semplicemente non trova corrispondenza nei fatti.
È solo un voler apparire ecologisti.
L’esempio migliore di questa ipocrisia è rappresentata dalla Tesla vegana. Un’auto da 115.800 euro che andrebbe guidata 8.2 anni senza mai fermarsi prima che la produzione della sua batteria compensi il CO2 rilasciato da una macchina a combustione.

Il movimento vegano usa la parola “specista” per apostrofare chi secondo gli adepti non mette vita animale e umana sul medesimo piano di importanza.

Quale parola dovremmo usare per identificare chi sceglie di dare priorità alla propria coscienza piuttosto che alla vita, alla salute e alla serenità di altri esseri umani? Soprattutto quando parliamo di persone che vivono nei Paesi in via di sviluppo, mentre la coscienza risiede in un corpo con un taglio asimmetrico che vive tra Berlino, Milano o Londra.

Nessuno lo può sapere. L’unica cosa che possiamo fare, la prossima volta che ci troveremo a mangiare in una hamburgheria artigianale con un amico vegano, è aiutare chi ci sta di fronte a scegliere.
Fra il burger di quinoa con guacamole e mayo di mandorle e l’unica scelta etica possibile: il digiuno.

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