Racconto breve scritto il 13 Aprile 2005
Questo è un altro racconto brevissimo che ho usato per un altra campagna di giochi di ruolo, sempre di stile horror, vagamente truculento.
La bocca è asciutta e riarsa, mentre ti aggiri spaesata per l’antico ospedale. Sudi copiosamente mentre la veste bianca aderisce al tuo corpo con una sgradevole sensazione e mentre noti, con l’indifferenza tipica di un sogno, il vapore che si condensa davanti la tua bocca dalle labbra spaccate e aride.
Le grandi stanze vuote sono parzialmente celate da una nebbia diafana, immobile e maleodorante: un misto di puzza di feci, urina, sudore e marciume ti fa girare la testa mentre lo stomaco inizia a contrarsi dolorosamente.
I piedi nudi calpestano un liquame nerastro malamente celato da pagliericcio e sabbia intrisa; il caldo ti sta devastando, la sete è ormai una ossessione che sta occupando ogni angolo della tua coscienza e ondate di dolore percorrono le tue membra, il petto e tutte le articolazioni.
Questo posto è vuoto. L’eco acquosa dei tuoi passi rimbomba per le sale; una mano si aggrappa alla tunica che indossi, fradicia di sudore mentre l’altra annaspa davanti a te alla ricerca di un appiglio: sei debole e senti che le forze iniziano a venirti meno.
Quello che vedi, però, ti prosciuga di qualsiasi energia rimasta: la tua mano è piena di pustole nerastre e un bubbone gonfio e biancastro deturpa il polso. Le orecchie iniziano a ronzare, la vista si appanna e tu ti senti fluttuare verso il basso, mentre la gola disidratata tenta di emettere un grido.
Cadi in ginocchio e senti uno strappo al livello dell’addome, i tuoi visceri si stanno spandendo sul pavimento lurido, la pelle e i muscoli troppo deboli non sono riusciti a tenerli dentro, la tua tunica è zuppa di sangue e dal fondo del tuo cervello senti una proposta di follia così invitante che decidi quasi di abbracciare, pur di fuggire da questo inferno.
Una mano, però, ti solleva il mento: il tocco è fresco e tu ti ritrovi a guardare negli occhi un volto parzialmente putrefatto che tuttavia ti sorride con gentilezza.
“Ancora no, mia cara… Sfortunatamente ancora non posso lasciarti andare, ho bisogno del tuo aiuto. Devi essere forte, molto forte. È tempo che tu ti incammini verso una strada che nessuno di noi avrebbe voluto farti prendere. Ascoltami, puoi ignorare il nostro grido di aiuto ma vivrai in un inferno, per sempre, per tutta la tua vita e ben oltre la morte. Se invece deciderai di proseguire, l’inferno lo attraverserai soltanto e forse potrai aspirare ad un paradiso che nemmeno puoi immaginare, un paradiso che potrai godere ben prima della tua morte. Non so quanto lunga sarà la strada che ti si para davanti, non so quanto inferno sarai costretta a vedere. So però, mia cara, che sarà terribile. Dovrai fare appello a tutta la tua forza perché molto forte è il nemico che ti si parerà contro e subdole sono le sue armi. Non sarai sola, però. Altri come te stanno facendo lo stesso sogno, ora. Forse risponderanno alla chiamata, forse no. Chi risponderà, però, tienilo vicino te. Se potessi evitarti questo strazio, lo farei. Io però sono una vittima, prigioniera di un inferno abominevole. Il solo presentarmi a te mi è costato dolore che non posso descrivere. Cerca il Lazzaretto, mia cara gentile. E guardati da qualunque cosa provenga dal basso.”
Ti alzi di scatto, con una mano sulla bocca.
Il tepore delle coperte è confortante e le lame di luce che penetrano dalle tapparelle non del tutto chiuse ti riportano immediatamente alla realtà. Qualche profondo respiro e una manciata di secondi di concentrazione ti conducono alla conclusione che hai decisamente esagerato alla festa di Ognissanti e prendi una nota mentale che ti ricordi di lasciare da parte gli intrugli alcolici, d’ora in avanti.
“Era un sogno del cazzo…”
Quasi sorridi mentre pensi questo.
Sorridi molto meno quando una zaffata di putrefazione ti toglie il respiro. Le lenzuola sono zuppe di sangue e pus, vermi bianchi si rigirano tra le pieghe del copriletto.
Una creatura umanoide sbrana e divelle il materasso tra le tue gambe con furia cieca ed assoluta, la pelle è violacea e tumefatta, quasi del tutto ricoperta da bubboni purulenti e piaghe infette, tranne lo zigomo sinistro dal quale biancheggia l’osso. Il mostro ti afferra la faccia tra le mani e la avvicina alla sua, guardandoti dritto negli occhi.
“Non è un sogno, bastarda!! Bada ad occuparti dei tuoi affari mortali se non vuoi che banchetti con il cuore dei tuoi cari. Tieniti lontano dal Lazzaretto, lurida scrofa, o sarà mio godimento torturarti per l’eternità!”
Una mossa fulminea, solo una visione fugace sulla tua retina e la creatura ti stacca il lobo dell’orecchio sinistro. Un lampo di dolore e…
Ti alzi di scatto, con una mano sulla bocca. Il tepore delle coperte è confortante e le lame di luce che penetrano dalle tapparelle non del tutto chiuse ti riportano immediatamente alla realtà. Qualche profondo respiro e una manciata di secondi di concentrazione ti conducono alla conclusione che hai decisamente esagerato alla festa di Ognissanti e prendi una nota mentale che ti ricordi di lasciare da parte gli intrugli alcolici, d’ora in avanti.
“Era un sogno del cazzo…”
Quasi sorridi mentre pensi questo.
Sorridi molto meno quando, con la mano, istintivamente, cerchi di toccarti il lobo sinistro dell’orecchio, trovando solo una bruciante ferita ancora aperta che cola sangue tiepido sulla tua spalla.