Contro l’empatia

Nel XVIII secolo, l’economista Adam Smith fu tra i primi a dare un nome a questa emozione. La chiamò «reciproca simpatia», cioè la sensazione che qualcosa che vediamo accadere a un altro accada anche a noi. In lingua tedesca è detta Einfühlung (letteralmente «sentire dentro»).

Quindici anni di studi di neuroscienze hanno indotto buona parte degli scienziati a considerare l’empatia un termine inclusivo, che comprende tre componenti principali.

  • L’empatia emozionale – condividere i sentimenti di un altro e sintonizzarsi con gli stati comportamentali di quella persona (provare paura, per esempio, quando qualcun altro è su una fune) -è una risposta biologica che si riscontra in molte specie differenti, evolutasi nel contesto della cura parentale e della vita di gruppo.
  • L’empatia cognitiva, detta anche assunzione di prospettiva o teoria della mente, è la capacità di riflettere sui sentimenti dell’altro e di capirli
  • La preoccupazione empatica, o compassione, aggiunge la motivazione a fare qualcosa per la sofferenza dell’altro.

Nel loro insieme, queste componenti sono elementi fondamentali della nostra vita sociale.

Il neuroscienziato cognitivo Emile Bruneau, direttore del Peace and Conflict Neuroscience Lab dell’Università della Pennsylvania, studia il ruolo dell’empatia nella risoluzione di conflitti, ma avverte:

«Dobbiamo conoscerne le insidie, e accertarci che non abbiano un effetto paradossale. A quel punto possiamo usare quella informazione per effettuare interventi più efficaci».

Queste diverse interpretazioni sono al centro di recenti dibattiti pubblici, stimolati in parte dal libro Against Empathy: The Case for Rational Compassion, dello psicologo Paul Bloom, della University. Bloom ha dedicato il primo capitolo a specificare quale empatia non gli piace. L’empatia cognitiva gli va bene, ma considera l’empatia emozionale un fondamento debole per il compor tamento morale, e sostiene che «è meglio senza».

Non possiamo sbarazzarci dell’empatia emozionale, ma Bloom non ha tutti i torti: l’empatia non è sempre positiva. Anche Frans de Waal ha ammesso nel un suo libro del 2009 “The Age of Empathy: Nature’s Lessons for a Kinder Society” che «non esistono collegamenti necessari tra empatia e bontà». In alcune situazioni, l’empatia causa stress emotivo ed è sbilanciata naturalmente a favore delle persone a noi più care, a sfavore delle altre.

Il ruolo di ciascun aspetto dell’empatia è piu che mai evidente quando uno di essi scompare. Una persona con disturbo dello spettro autistico ha scarse capacità di assumere la prospettiva dell’altro. Dal canto loro, le persone psicopatiche capiscono ció che provano gli altri, ma hanno una mancanza profonda di preoccupazione empatica. «Distinguono ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, ma la cosa non li tocca», hanno scritto in uno studio del 2016 il neuroscienziato Jean Decety, della Università di Chicago,e il collega Keith J. Yoder. Vari studi condotti da Decety avevano riscontrato che persone con livelli elevati di psicopatia hanno connessioni tra i neuroni anormali e un’attività anormale in aree del cervello associate all’empatia.

 

About pensatorescientifico1969

Perchè sono l'Amministratore
This entry was posted in Articolo, Letture, Varie and tagged , , , , , , , , . Bookmark the permalink.