Riflessioni sul trip afterglow del 7 Febbraio 2026

Il viaggio che ho fatto il 7 Febbraio di questo anno è stato, ad oggi, il più intenso e duraturo che abbia mai fatto. É iniziato alle 09,37 ed è finito l’8 sera, non so a che ora perchè ero davvero esausto e non sono riuscito a tenerne nota. Nominalmente, 200µg di puro LSD.

Non è stato il viaggio in se che mi ha lasciato perplesso, nonostante l’intensità delle emozioni provate. É stato quello che chiamano afterglow, che sto sperimentando ancora oggi (20 Febbraio 2026). E le riflessioni scaturite durante questo periodo.

Afterglow… Una cosa è leggerlo, una cosa è viverlo. Non me lo aspettavo. Dal 9 Febbraio sto notando che qualcosa dentro di me sta cambiando o è cambiato. Non penso che siano cambiamenti permanenti, anche se lo spero. Credo che per essere permanenti debba elaborare bene quello che ho provato, sia durante il viaggio che dopo e comunque ripetere l’esperienza, con dovuta tempistica. Integrare, come si suol dire. Ho la sensazione che sarà un percorso lungo.

La sensazione più generale è che i miei pensieri e le mie emozioni si siano rimpolpati, rinvigoriti, siano diventati più presenti. É come se avessi “fatto la polvere” su alcune parti di me che avevo, per una serie di ragioni, lasciato in uno stato di incuria.

Primo: la Musica. La Musica è letteralmente l’aria che respiro e il sangue nelle mie vene. Da quel 9 Febbraio la mia percezione uditiva ed emotiva della Musica è nettamente migliorata, anche da lucido. L’ascolto è più chiaro e definito, dal punto di vista puramente acustico. Distinguo meglio forme, armonie, melodie e ritmi. Sto riscoprendo brani che conosco da decenni, vivendoli con una profondità nuova.

La risposta emotiva è tornata vibrante, reattiva e profonda; con l’età e con le batoste che negli ultimi anni mi sono piovute tra capo e collo mi era difficile lasciarmi trasportare come un tempo ma oggi mi commuovo più facilmente, mi energizzo più facilmente, mi sto scoprendo a cantare più spesso, a fingere di dirigere orchestre che vedo solo io e, cosa per me assolutamente nuova, ogni tanto mi metto a ballare. Non l’ho mai fatto se non da ragazzo. Se ci penso mi viene da ridere perchè sono agile come un orso ammaestrato malissimo ma poco me ne cale. Sto bene, non potrebbe essere diversamente. Sono tornato nel mio spazio, nel mio regno, con una sensibilità rinnovata. Ancora una volta sto provando una sensazione che trovo costante con l’LSD: la calda sensazione di essere tornato a casa.

Secondo: la Lettura. Sempre a causa di quelle batoste che ho menzionato prima, la lettura è una di quelle attività che ho tragicamente accantonato. In passato ero un avido lettore, ad essere modesti. In vita mia ho letto davvero centinaia di libri, escludendo quelli scolastici e universitari. Indicativamente dal 2017, invece, ho abbandonato questa attività. Una parte di me ne soffriva pesantemente ma non c’erano santi che tenessero, non me la sentivo. Non ne vedevo una reale motivazione. Da quando sono in questo stato non solo ho ripreso a leggere come un maniaco (in senso buono) ma ho anche acquistato una discreta quantità di libri, riscoprendo la gioia di avere un libro fisico tra le mani e riscoprendo la felicità di essere tornato a dissetare questa ritrovata sete di conoscenza. Non solo questo, sto scoprendo anche il valore del lasciare andare quelle letture che hanno fatto il loro tempo. In passato l’idea di dare via un libro era criminale. Avrei preferito tagliarmi via un dito che separarmene. Oggi ho cambiato completamente mentalità. Ci sono letture che hanno fatto il loro tempo, che sono indubbiamente servite ma che non servono più e non c’è più motivo di tenerle fisicamente con me. Hanno lasciato la loro eredità e tanto mi basta.

Terzo: il Percorso. Non so come altro chiamarlo. Una volta finito l’ottovolante emotivo del viaggio in se, sto scoprendo che alcune sensazioni sono rimaste. In particolare il concetto di compassione: cum patior – soffro con. Se guardo al mio passato, alle persone che hanno agito comportamenti che mi hanno danneggiato o a comportamenti che io ho agito su me stesso provo questo curioso misto di compassione e rabbia, ambedue molto chiare e lucide. Rabbia perchè oggettivamente sono state fatte delle ingiustizie, compassione perchè conosco (o credo di conoscere) le motivazioni di queste ingiustizie. E qui sta un paradosso che non riesco ancora a spiegarmi: si può provare contemporaneamente compassione e rabbia? Si può provare pietà, simpatia (nella accezione strettamente etimologica) e allo stesso tempo una rabbia così feroce che sconfina nell’odio? Evidentemente si, visto che è quello che sto provando ma è una sensazione nuova. Non mi dispiace perchè non è una compassione cieca che perdona incondizionatamente; nè una rabbia cieca che condanna altrettanto incondizionatamente. É strano. In qualche modo addirittura rassicurante, anche se non ho ancora realizzato perchè.
Altra cosa che è rimasta con me è stata una specie di nuova consapevolezza: se nel passato ero convinto di potere essere il monte Everest o l’incendio che avrebbe bruciato il mondo, nel presente mi sono accorto di non essere niente di tutto questo. Mi sento più un sassolino, una scintilla ma non per questo mi sento sminuito o inutile. Curiosamente questa sensazione è come se mi desse una libertà di crescita che precedentemente non vedevo. Mi ha tolto un peso dalle spalle. Un peso che credo proprio di essermi messo addosso da solo. Non mi sento”arrivato” in questo stato d’animo, è un percorso che ho appena iniziato. E non mi è altrettanto chiaro come mi sia tornato alla mente un motto che ero solito ripetermi qualche anno fa: “Pacifico, non pacifista”.

Quarto: il mio rapporto con le Sostanze. se qualcuno mi avesse conosciuto solo qualche anno fa non mi avrebbe riconosciuto. Non ero contro le “droghe”, di più. Avevo un minimo di cognizione di causa per capire che esiste una profonda differenza tra sostanze e sostanze ma la mia visione generale era che qualsiasi cosa che creasse uno stato mentale alterato era un pericolo da evitare ad ogni costo. Questa mia posizione la capisco (ora…): il mio passato, le macerie genitoriali mi hanno portato a vedere nelle sostanze psicoattive di qualsiasi tipo una fonte di sofferenza, dolore (fisico e psicologico) e distruzione. Punto. Non c’era bianco e nero, men che meno grigio. Solo nero.
Cosa è cambiato nel tempo? Intanto la mia preparazione a riguardo. Poi la mia emancipazione dai traumi del passato, processo non facile, doloroso e ancora in corso. E infine la scelta fatta in Scienza e Coscienza di provare in prima persona. Sono partito dal basso, CBD, HHC, THCp. Sono passato agli “spaccini” di quartiere (esperienza profondamente deludente, anche se umanamente ricca e complessa) per arrivare agli head shop online e oltre.
Poi è arrivato Illuminismo Psichedelico e più recentemente la Psychedelic Skool tedesca che stanno avendo un ruolo importante per ampliare, migliorare e integrare l’approccio a queste molecole. Tutto questo mi ha portato a rivedere la mia posizione, decidendo, ad esempio, che da alcune di queste ne starò serenamente alla larga, nunc et semper mentre altre, verosimilmente, faranno parte della mia vita da qui fino alla mia fine.

Chiariamo: non mi sento completamente “al sicuro”, so che ho un margine di fragilità per cui potrei cadere in un qualche tipo di dipendenza psicologica. Credo però di avere per lo meno una discreta conoscenza di me per capire se l’uso rischia di diventare abuso. Per questo credo di poter riconoscerne un’altra, se si dovesse presentare. Conosco “quel” richiamo.

Quinto: il mio rapporto con il Divino/Mistico. Su questa tematica so di rischiare di arruffare qualche piuma… É dal 1988 che mi professo ateo. Dal 2006 mi professo neo-ateo. Durante il viaggio del 7 Febbraio ho avuto una sorta di esperienza mistica al contrario, ho chiamato dio (in realtà credo di aver chiamato un dio qualunque, uno a caso) sfidandolo a darmi una spiegazione qualsiasi su un argomento a sua scelta. Letteralmente. Ho aperto la finestra, puntato un dito al cielo e gridato la mia sfida. Ovviamente nessuno ha risposto. Fortunatamente neanche i miei vicini di casa.

Nei giorni successivi il mio sentimento neo-ateo è esploso. Non so come altro descrivere questa cosa. Ho rispolverato tutte le mie letture, tutti i libri, tutti i film, tutte le mie esperienze passate, le ho chiamate una per una, rianalizzate una per una. Se mai ho avuto qualche minuscolo dubbio sull’esistenza di qualcosa di divino o mistico è stato tutto spazzato via da una tempesta. Anche questo evento è stato un enorme respiro, una definitiva liberazione da quello che ho sempre percepito come una zavorra culturale.

La cosa ha portato però una riflessione che non sono riuscito a prevedere. La letteratura psichedelica è ricca di tematiche come le entità che si possono incontrare durante l’assunzione di alcune sostanze: entità benevole, malevole, mistiche, aliene. Faccio davvero fatica a credere che tali entità esistano. Parlo dal basso della mia ignoranza in quanto non ho mai usato le sostanze che so “mettere in contatto” con tali presunte entità (anche se sto per provvedere a questa mancanza…) ma la mia parte razionale si ribella fortemente a queste narrative. In questi giorni il pensiero emergente è stato quello di archetipi culturali protratti per secoli e che per inerzia culturale sono pervenuti fino a noi.
Per fare un esempio: i primi utilizzatori di Psilocibina potrebbero aver visto qualcosa, nei loro viaggi, di correlato alla loro cultura e al loro ambiente e lo hanno riportato come esperienza, permettendone la propagazione. Queste esperienze sono diventate poi archetipi che sono stati assorbiti dall’Occidente (il che spiegherebbe il “mistero” su come mai “tutti vedono le stesse cose”) e quindi si sono propagati ulteriormente, mischiate poi, in maniera del tutto campata per aria, con conoscenze più moderne come ad esempio la fuffa del misticismo quantistico e derivati (mio articolo sulla ciarlataneria quantistica).

Sono consapevole che questa mia interpretazione potrebbe essere labile e sicuramente manca di esperienza diretta ma, ad esempio, la mia relazione con la Salvia Divinorum ad oggi non mi ha rivelato alcuna entità e se è vero che il Salvinorin A non è tra le sostanze che spesso offrono incontri con esseri di altre dimensioni è comunque vero (se i trip report che ho letto sono onesti) che qualcuno ha esperito tali incontri.
Io no, nonostante siano mesi che utilizzi questa pianta. Quando proverò la Dimetiltriptammina e la 5-metossi-N,N-dimetiltriptamina avrò più dati per parlarne con maggiore proprietà ma ad oggi non ravvedo alcun afflato mistico negli psichedelici e non mi aspetto di incontrare alcuna entità.
Quello che mi aspetto di incontrare (e sono consapevole chè già questa aspettativa potrebbe influenzare il risultato) sono “entità” che già conosco, più o meno consciamente: nei viaggi con il Salvinorin A ho visto tardigradi giganteschi, paperi, spugne di Menger; con l’LSD ho visto il mio campo visivo piegarsi alle regole della geometrica iperbolica; perchè la mia formazione è scientifica e perchè non ne sapevo nulla di “jester”, spiriti guaritori o simili.
Quello che ravvedo, molto potente quindi, è la funzione di “chiave”: quello che mi sembra è che certe sostanze aprano delle serrature, sta poi a noi decidere se aprire quelle porte e varcarne la soglia.
Le sostanze non sono la soluzione né una soluzione.
Le vedo più come una bussola, una “chiave” appunto; qualcosa che indichi una strada che comunque è già dentro di noi, una conoscenza che è già presente ma che per un motivo o per un altro è rimasta latente, non utilizzata, non riconosciuta.
Le sostanze non creano niente di nuovo, non possono. Se una sostanza regala una esperienza mistica, quel sentimento mistico è già presente nell’individuo, non viene creato ex novo.
Almeno questo è quello che penso oggi, un domani con nuove esperienze forse cambierò idea. Ad oggi mi sento di affermare fortemente che non esiste alcun dio, alcuna divintà, alcuno spirito. Non credo sia un caso che abbia rispolverato il lavoro di Julian Jaynes “The Origin of Consciousness in the Breakdown of the Bicameral Mind” proprio in questi giorni.

Sesto: il mio rapporto con la Casualità. Il caso esiste eccome. Non tutto è correlato, non tutto è collegato. Questa consapevolezza era già presente in me ben prima di qualsiasi sostanza, motivata dai miei studi e dalla mia professione ma è tornata potente dopo il 7/02.
L’Universo è indifferente, la Natura è indifferente, non ci ama e non ci odia. Ci ignora. Cercare ad ogni costo una correlazione, una causalità è stato evolutivamente utile (per il nostro antenato Gnuk credere di vedere una tigre dai denti a sciabola in un cespuglio significava la differenza tra la vita e la morte. Oggi credere di vedere il volto di gesù in una fetta di pane mezza abbrustolita è… Beh. Di sicuro non la differenza tra vivere e morire, ecco) ma è davvero ancora utile oggi? Siamo davvero tutti connessi? E se si, in che modo di preciso? O ci consola crederlo per compensare il fatto che in realtà siamo tutti vittime di una momentanea incapacità antropologica di comunicare ad un livello più completo?

Personalmente sono più incline alla visione di Neil deGrasse Tyson quando dice che “We are all connected; to each other, biologically. To the earth, chemically. To the rest of the universe atomically” senza alcun misticismo ma razionalmente, scientificamente e, a mio modestissimo giudizio, poeticamente (quella frase riesce sempre a commuovermi profondamente).

Cercare una ragione dove una ragione non c’è o una connessione dove non ci può essere è umano, credo. Ma non riesco più a vederla come una consolazione bensì come un sotterfugio attuato quando non si hanno altri mezzi di compensazione o comprensione.

Noi esseri umani utilizziamo segni per mettere in relazione espressioni e contenuti; significanti e significato ma spesso tendiamo a dimenticare che nulla nasce spontaneamente come segno ma c’è sempre un soggetto che, tramite semiosi (e quindi tramite un processo intenzionale), attribuisce un rapporto tra i due elementi del segno. Da qui si genera l’idea come processo percettivo (idee semplici, naturali) e volitivo (idee complesse derivate da necessità sociali) e l’idea diventa meme ma la base è una esperienza e il tentativo di metabolizzarla con i mezzi cognitivi a disposizione. Non viene creato nulla da ciò che non è preesistente.

A parte forse il mio mal di testa dopo aver scritto tutto questo.

Settimo: il mio rapporto con l’Autorità. Se è vero che sono anni che ribadisco che “non tutto quello che è legale è necessariamente giusto” scatenando le ire di qualche persona vicino me, dopo aver letto Henry David Thoreau questa mia idea si è rafforzata grandemente! Non ho molto altro da aggiungere. Thoreau dichiarò che se il governo costringesse le persone a partecipare all’ingiustizia obbedendo a “leggi ingiuste”, allora le persone dovrebbero “infrangere le leggi” anche se ciò avesse comportasse la prigione. “Sotto un governo che imprigiona ingiustamente”, affermò, “il vero posto per un uomo giusto è anche la prigione”. Parole scritte nel 1849 che risuonano ancora potentissime oggi e anche se decontestualizzate dall’originale hanno comunque valore. Sono giorni che ci penso su e più ci penso più non riesco a trovare alcuna fallacia in questa filosofia.
La relazione tra la presunta giustizia di uno stato che criminalizza sostanze che non sono scientificamente criminali e l’azione che ogni cittadino moralmente coinvolto dovrebbe intraprendere è, a mio avviso, ovvia. Difficile, indiscutibilmente, ma ovvia.

Ottavo: il mio rapporto con la Scrittura. Sto riscoprendo il piacere della scrittura (se non si era notato). É iniziato durante il viaggio, non so come ma sono riuscito a tenere un diario decente dell’esperienza, almeno finchè le energie mi hanno sostenuto. Da allora ho ripreso a scrivere. Piccole note quotidiane, piccoli disegni, una sottospecie di poesia. Non lo facevo da anni e sono parecchio emozionato per questa cosa. Ero solito tenere una sorta di “diario degli appunti” che portavo sempre con me, dove registravo sia quello che leggevo che quello che pensavo o che sentivo. Poi, come per il resto, quella abitudine è evaporata per tornare in questi giorni.
Anche in questo caso sono sicuro che non basterà l’afterglow ma sarà una cosa che devo allenare senza l’uso di sostanze. La strada mi è stata indicata, ora sta a me decidere di percorrerla. Sto anche seriamente pensando di rispolverare il mio vecchio blog

Nono: il mio rapporto con la Sessualità. Questa è stata una delle sorprese più “sorprendenti”. É necessario un piccolo flashback. Nel 2010 terminai la relazione storica che avevo con la mia compagna. Le nostre strade si erano irrimediabilmente allontanate, fu un momento traumatico per tutti e due; sicuramente più per lei che non se lo aspettava ma anche per il sottoscritto non fu affatto semplice.
Negli anni a seguire decisi di esplorare la mia sessualità, non mi negai alcuna esperienza. Provai quasi tutto quello che c’era da provare e la cosa andò avanti per molto tempo. Dopo più o meno sette anni di libertinaggio mi trovai “sazio”. Non propriamente appagato ma sazio. Avevo esperito tutto quello che avevo voluto, volevo “succhiare tutto il midollo” e lo feci. In abbondanza.
Questo però mi lasciò un vago senso di insoddisfazione che si esplicitò in una tranquilla asessualità. Per anni il sesso perse importanza. Non che non mi piacesse più ma non aveva più l’urgenza che aveva precedentemente. Non avevo più quella fame, quell’impulso quasi irrefrenabile di consumare ad ogni costo. Ero passato da un eccesso all’altro.
Fino a qualche giorno fa. Durante il mitico viaggio non è successo assolutamente nulla di erotico o vagamente sessuale. É successo dopo. Il mio corpo e la mia mente hanno iniziato a ricordare, a bramare di nuovo. Ma insieme all’impulso carnale ne è subentrato un altro: una necessità emotiva, la consapevolezza della necessità di ricevere e di dare: dolcezza, calore, sicurezza, amore (qualunque cosa amore voglia dire, sono molto confuso a riguardo), la necessità di condividere esperienze, di ascoltare e farmi ascoltare. Ho riflettuto parecchio se questa è paura della solitudine. Sono ragionevolmente sicuro di no; amo la mia solitudine, è il mio spazio di crescita, di autoconsapevolezza, creativo, meditativo, di riposo, rigenerante. É uno stato che cerco e che difendo, credo sia un processo naturale con l’avanzare dell’età. Forse quello che davvero mi fa paura è l’isolamento. Non so, ad oggi, se questo mio “rifiorire sensuale” sia prodromo di un “rifiorire sentimentale” o sia una cosa fine a se stessa. Però qualcosa è indiscutibilmente cambiato sta continuando a cambiare in questi giorni.

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