Te la leggo in faccia.
La paura cola dai tuoi occhi come pus da una ferita suppurata.
La tua Ombra ti manovra come una marionetta scomposta.
E tu non ne sei minimamente consapevole.
Hai paura e non sai perchè.
Hai paura e non sai di averla.
La percepisci, però, come il malessere che sta crescendo dentro di te.
Come un cancro, come una muffa, come un graygoo mentale.
La respiri, come il miasma che emana dalla tua stessa pelle.
Come l’arsina, come il tioacetone, come la disperazione.
La guardi senza vederla, ogni mattina nello specchio che restituisce la tua immagine.
Immagine sempre più distorta, sempre meno familiare, sempre più distante da te.
La vedo, la tua paura.
Scarafaggi che strisciano sotto la tua pelle grigia, diafana e sottile.
La sento, la tua paura.
Tamburi tribali che battono una aritmia di narcisismo e promesse non mantenute.
Ti riconosco, povera cosa.
Impotente, fragile, inarticolata.
Assetata e incapace di bere, affamata e incapace di nutrirsi.
Ferita e incapace di curarti.
Così bisognosa di amore e incapace di amare.
Ti riconosco, povera cosa.
Forse, una pietosa eutanasia ti sarebbe idonea
Ma la tua paura ti terrà in vita fino a che non avrà rosicchiato ogni tua vitalità,
Ogni tuo vero desiderio, ogni tua vera speranza, ogni tuo possibile futuro;
La tua paura ti terrà in vita fino a che non avrà rosicchiato il tuo passato
Dalle tue ossa, così come un verme spoglia le ossa di balena sul fondo dell’oceano,
Fino a che non rimane nulla se non feci, freddo e buio.
Feci. Freddo. Buio.