Abbiamo già parlato della prima legge dell’omeopatia, cioè della necessità di curare una malattia con un rimedio che provochi uno stato sintomatico simile ma più grave di quello della malattia stessa.
Di certo Samuel Hahnemannnon era uno stupido e si accorse che i rimedi, proprio perché avrebbero causato malattie più gravi di quelle che avrebbero dovuto curare, non potevano essere usati tal quali. Formulò quindi un secondo principio, secondo il quale il rimedio doveva essere diluito affinché perdesse le sue caratteristiche tossiche, conservando però quelle terapeutiche.

Provò così con diluizioni sempre crescenti dei vari rimedi, accorgendosi che la diluizione, effettuata secondo tecniche particolari, aumentava la potenza del rimedio.
Maggiore è la diluizione, maggiore è la potenza del rimedio.
In altre parole, l’omeopatia si muove su una strada opposta a quella della farmacologia classica, che invece lega la maggiore concentrazione di un principio attivo a un suo maggiore effetto sull’organismo.
Comunque la scelta di un rimedio omeopatico è una scelta complessa e non è detto che per curare qualunque patologia il rimedio più potente (cioè più diluito) sia il più efficace:
le basse potenze (o dinamizzazioni) agiscono maggiormente sui tessuti in rapida crescita, in particolare le mucose, la pelle, il midollo osseo, il territorio gastrointestinale in generale; le medie potenze sui muscoli, il fegato, il rene, l’osso, le cartilagini; le alte potenze sull’endocrino, il sistema nervoso periferico, l’innervazione neurovegetativa, i nuclei sotto-corticali e in parte sul sistema nervoso centrale; le altissime potenze prevalentemente sul sistema nervoso centrale nelle sue funzioni più elevate. [fonte]
Come si capisce quanto è potente un rimedio omeopatico?
Le etichette dei rimedi omeopatici riportano il nome del principio attivo (a volte in latino) affiancato da una coppia di lettere e un numero. Per esempio:
Mercurius solubilis 7 CH oppure Arnica 6 DH
Come si spiegano le lettere? Vediamolo insieme.
Le diluizioni di Hahnemann
La lettera H sta per Hahnemann, che descrisse e divulgò ai propri allievi il metodo omeopatico delle diluizioni successive. La lettera D sta per decimale, descrive cioè diluizioni preparate usando 1 parte di principio di attivo in 9 parti di acqua (o lattosio, o alcol, dipende) mentre il numero indica quante volte è stato diluito il rimedio.
La nostra Arnica 6 DH, quindi, è stata preparata così:
1 mL di tintura madre di arnica sciolto in 9 mL di acqua [potenza D1] 1/10 concentrazione iniziale
1 mL di soluzione D1 in 9 mL di acqua [potenza D2] 1/100 concentrazione iniziale
1 mL di soluzione D2 in 9 mL di acqua [potenza D3] 1/1000 concentrazione iniziale
1 mL di soluzione D3 in 9 ml di acqua [potenza D4] 1/10.000 concentrazione iniziale
1 mL di soluzione D4 in 9 ml di acqua [potenza D5] 1/100.000 concentrazione iniziale
1 mL di soluzione D5 in 9 ml di acqua [potenza D6] 1/1.000.000 concentrazione iniziale
Se avessimo voluto ottenere direttamente la stessa soluzione D6 aggiungendo acqua invece di diluire in modo scalare, avremmo preso 1 mL di tintura madre e l’avremmo diluito in 1 milione di mL d’acqua, cioè in 1000 litri d’acqua, più o meno la quantità contenuta in 4 grandi vasche da bagno piene.
Una diluizione di 1/1.000.000 è una diluizione veramente molto alta. Se volessimo convertire questa concentrazione usando un’unità di misura “popolare” potremmo usare le ppm (parti per milione, usate, per esempio, per fissare i limiti degli inquinanti nell’acqua potabile): la nostra soluzione omeopatica D6 contiene 1 ppm di arnica. È interessante notare che questo è il valore limite del mercurio nell’acqua, che è considerata non potabile se contiene più di 1 ppm di questo metallo pesante. [fonte]
Ancora più diluito?
Continuiamo a parlare del mercurio, che nella sua forma omeopatica più conosciuta si chiama Mercurius solubilis. Il nostro rimedio di riferimento è una diluizione 7 CH. La lettera C sta per centesimale, descrive cioè diluizioni preparate usando 1 parte di principio di attivo in 99 parti di solvente. Essendo il Mercurius solubilis insolubile in acqua, le prime tre diluizioni vengono effettuate a secco, usando lattosio come solvente.
Il nostro Mercurius solubilis 7 CH si prepara così:
1 mg di mercurius miscelato in 99 mg di lattosio [potenza C1] 1/100 concentrazione iniziale
1 mg di miscela C1 in 99 mg di lattosio [potenza C2] 1/10.000 concentrazione iniziale
1 mg di miscela C2 in 99 mg di lattosio [potenza C3] 1/1.000.000 concentrazione iniziale
1 mg di miscela C3 in 99 mL di acqua [potenza C4] 1/100.000.000 concentrazione iniziale
1 mL di soluzione C4 in 99 mL di acqua [potenza C5] 1/10.000.000.000 concentrazione iniziale
1 mL di soluzione C5 in 99 mL di acqua [potenza C6] 1/1.000.000.000.000 concentrazione iniziale
1 mL di soluzione C6 in 99 mL di acqua [potenza C7] 1/100.000.000.000.000 concentrazione iniziale
Moltiplicate questa piscina per 40.000 e otterrete la quantità d’acqua necessaria per una diluizione 7 CH.
Proviamo a fare lo stesso ragionamento che abbiamo fatto con l’arnica: se avessivo voluto ottenere direttamente una diluizione 7 CH avremmo dovuto prendere 1 mg di Mercurius solubilis e aggiungere 100.000.000.000.000 mL di acqua, cioè 100.000.000.000 L (100 miliardi di litri). Per capirci, 100 miliardi di litri sono la quantità d’acqua contenuta in 40.000 piscine olimpiche (o se avete più immaginazione, pensate a un cubo d’acqua di quasi mezzo kilometro di lato). Direi che in questo caso non è il caso di preoccuparsi per la tossicità del mercurio, perché il principio attivo è praticamente assente dal rimedio.
K come Korsakov
Capita a volte di trovare rimedi omeopatici nei quali il numero della potenza è preceduto da una K. La lettera K sta per Korsakov, un seguace russo di Hahnemann che, nella prima metà dell’Ottocento, inventò un ingegnoso metodo per ottenere alte diluizioni.
La potenza delle diluizioni è uguale a quelle centesimali, ma invece di diluire una parte su 99 parti di solvente, il metodo korsakoviano prevede di preparare la prima diluizione, svuotare il recipiente, riempirlo di solvente, svuotarlo, riempirlo di solvente… e così via per il numero di volte indicato dalla potenza. Korsakov stava sfruttando un fenomeno ben conosciuto, la forza di adesione del liquido alle pareti del recipiente, ottenendo risultati forse meno precisi ma sicuramente più veloci ed economici del metodo hahnemanniano dei flaconi separati. [fonte]
Detto tra noi, quando frequentavo il laboratorio di chimica a scuola, questo era il metodo che usavamo per pulire la vetreria, cioè per eliminare ogni traccia di soluto dalle pareti dei recipienti.
Poi arriva Avogadro
Dopo tutto questo diluire, che cosa resta nelle soluzione omeopatiche? Fino alla 5 DH, a volte è possibile trovare tracce del principio attivo, ma posso assicurarvi che dopo una potenza 12 CH o 24 DH non rimane nulla.
La scocciatura, per gli omeopati, è che la materia non si può dividere chimicamente in particelle più piccole degli atomi. I chimici misurano la quantità di materia usando un’unità di misura particolare che si chiama mole.
Immaginiamo la mole come immaginiamo le dozzine per le uova o le risme per la carta. Una risma di carta contiene 500 fogli, una mole di sostanza contiene un numero decisamente più grande di particelle, precisamente 6,022 × 1023.
OK, è un numero molto grande, ma è comunque un numero finito. Questa costante si chiama numero di Avogadro, in onore del fisico italiano Amedeo Avogadro che studiò diverse cose fondamentali per la chimica e la fisica moderne.
Una mole di ogni sostanza ha una massa ben precisa, perché tutti gli atomi e le molecole hanno masse ben precise. Per esempio, una mole di carbonio ha una massa di 12 grammi, una mole d’acqua ha una massa di 18 grammi, una mole di cloruro di sodio (sale da cucina) ha una massa di circa 58 grammi.
Avogadro batte Hahnemann 6,022 × 1023 a zero
Uno dei rimedi omeopatici per l’asma è il Natrium muriaticum 15 CH (cioè il sale da cucina, cloruro di sodio, NaCl) [fonte]. Come abbiamo visto poco sopra, una diluizione 15 CH vuol dire avere un rapporto soluto (sale) : solvente (acqua) di 1 : 1030 (cioè un numero che inizia con 1 e prosegue con 30 zeri).
Abbondiamo, e immaginiamo di preparare il rimedio partendo da 58 g di sale (cioè una mole) in 1 litro di soluzione acquosa. Prepariamo la potenza 1 CH prendendo 1 mL di questa soluzione e diluendolo con 99 mL d’acqua. Nel nostro millilitro ci saranno 0,058 grammi di sale che contengono 6,022 × 1020 particelle. Alla potenza 2 CH avremo 0,00058 grammi di sale che contengono 6,022 × 1018 particelle. Alla potenza 3 CH avremo 0,0000058 g e quindi 6,022 × 1016 particelle e così via.
Alla potenza 11 CH avviene un fenomeno interessante: la soluzione contiene solo più 6,022 × 100 particelle di sale. Rendiamo più potente questa diluizione, arriviamo a 12 CH: le particelle presenti saranno 0,06. Ora, dato che è impossibile avere 0,06 particelle in un volume d’acqua – perché gli atomi non sono divisibili se non attraverso reazioni di fissione nucleare, bisogna dedurre che dalla diluizione 12 CH i preparati omeopatici non contengono nient’altro che solvente, cioè acqua. Qualche scettico, per dimostrare praticamente questo principio elementare, ha pensato di bere un bicchiere di candeggina 30 CH: sta ancora bene. [qui il video]
L’importanza della succussione
Ai tempi di Samuel Hahnemann le conoscenze sulla materia erano ancora approssimative e le fondamentali scoperte di Dalton, Lavoisier e Avogadro non erano ancora parte del bagaglio della scienza. Oggi però sappiamo, come abbiamo appena visto, che una soluzione diluita oltre la 12 CH non contiene più una singola particella di rimedio (se non in termini di probabilità). Anche gli omeopati lo sanno e non lo negano.
Proprio per questo e partendo da un’altra affermazione (apodittica) di Hahnemann, costoro puntano tutto sull’effetto della succussione, o dinamizzazione o potentizzazione.
La dinamizzazione è l’altra fase importante del processo di preparazione dei rimedi omeopatici. Consiste in un’azione di forte agitazione e di percussione del flacone in cui è contenuto la diluizione omeopatica (succussioni in senso verticale). Le succussioni canoniche che vengono impresse sono pari a 100, prendendo spunto da quelle effettuate dallo stesso Hahnemann, che come si racconta, soleva sbattere 100 volte il suo contenitore sulla Sacra Bibbia. Ad ogni passaggio di diluizione deve seguire una dinamizzazione. La dinamizzazione conferisce al rimedio il potere omeopatico, il “quid energetico” [fonte]
Ricapitoliamo: a ogni passaggio (diluizione) il preparato deve essere agitato (succussione è solo un parolone, e il fatto che Hahnemann lo facesse sulla Bibbia non penso sia rilevante) in modo da liberare una non meglio precisata quantità (e qualità) di energia del rimedio. Affermazione che poteva avere senso all’inizio dell’Ottocento, epoca in cui si ragionava in termini di fluidi e teorie vitalistiche, ma ormai assolutamente senza fondamento. L’energia del rimedio quindi si libera e si rende disponibile per interagire con l’organismo malato (come? non si sa) e soprattutto questa energia aumenta all’aumentare delle diluizioni.
Tutto ciò non ha alcun senso e ha portato gli omeopati, in vena di arrampicate sugli specchi, a ipotizzare bislacche teorie sulla memoria dell’acqua. Che cosa succede – sul serio – quando si agita una soluzione (succussione omeopatica)? L’eventuale soluto si scioglie generalmente più in fretta e si può favorire la solubilizzazione dei gas atmosferici (che comunque fuoriescono dalla soluzione entro breve tempo).
E l’energia? Non c’entra praticamente nulla. L’agitazione della soluzione potrebbe al massimo aumentarne di qualche millesimo di grado la temperatura (pura ipotesi), trasformando l’energia cinetica dell’agitazione in energia termica. Il risibile aumento di temperatura sarebbe comunque entro brevissimo tempo disperso nell’ambiente. Da notare che i prodotti omeopatici rimangono sugli scaffali settimane o mesi dal momento in cui vengono preparati a quello in cui vengono ingurgitati.
Penultima constatazione. Secondo gli omeopati la succussione potentizza l’effetto del rimedio, ma perché allora non potentizza l’effetto di tutti gli altri soluti presenti in soluzione?
Abbiamo appena visto che i gas atmosferici si sciolgono nell’acqua: perché azoto e ossigeno non si potentizzano?
Perché tutte le sostanze disciolte nell’acqua sotto forma di impurità non si potentizzano? (L’acqua usata in particolari tecniche analitiche ha una purezza equivalente alla diluizione omeopatica 4 CH, quindi tutte le diluizioni ulteriori hanno meno rimedio che inquinanti.)
Forse la succussione omeopatica ha il potere di potentizzare solo alcune molecole (quelle scelte dall’omeopata) a discapito di tutte le altre?
Ultima constatazione: se tutto questo meraviglioso processo di potentizzazione avviene in una soluzione acquosa che in qualche misterioso modo conserva l’energia|forza vitale|informazione del rimedio, com’è possibile che la maggior parte dei rimedi omeopatici sia venduta sotto forma di palline di zucchero? Davvero è possibile credere che le palline di zucchero, spruzzate con la soluzione ultradiluita che poi evapora, acquisiscano e conservino le favolose proprietà del rimedio ormai inesistente?
A me tutto ciò sembra più magia che scienza. Ma a quanto pare per l’omeopatia nulla è impossibile (basta crederci) e infatti il prossimo post sarà dedicato alla memoria dell’acqua.
