Racconto breve scritto il 9 Ottobre 2013
Scrivere un breve racconto come questo potrebbe essere un piccolo azzardo. Chi conosce Second Life intuirà subito cosa sta succedendo al protagonista, chi non conosce Second Life probabilmente non capirà bene gli eventi. Proprio per ovviare a quest’ultimo problema, ho deciso di scrivere una piccola introduzione atta all’uopo.
Second Life è probabilmente la realtà digitale più conosciuta e diffusa tra gli utenti del World Wide Web. Gli usufruitori di questa applicazione, meglio conosciuti come “residenti” hanno totale libertà di azione al suo interno. Senza entrare nel dettaglio della gestione di Second Life, è importante conoscere come funzionano particolari dispositivi chiamati “poseballs”: gli avatar dei residenti possono compiere un numero limitato di azioni; per sopperire a questo limite, esistono degli oggetti, usualmente delle piccole sfere, che contengono una serie di comandi di animazione per animare gli avatar e permettere loro di compiere praticamente qualsiasi movimento possibile e immaginabile. Ad esempio, ci sono poseball che permettono di fare jogging su un tapis-roulant, che permettono di bere una tazza di caffè (digitale, ovviamente) o che permettono di fare sesso con il proprio partner. Le variazioni sul tema sono infinite quanto lo sono le possibilità di un corpo organico. Quindi, spessissimo, i residenti si affidano alle poseball per aumentare il realismo del proprio avatar o per interagire con le altre persone intorno a se.
Tutto questo è ovviamente descritto per sommi capi, in realtà le cose sono un po’ più complesse di così ma questo servirà ai non residenti per capire cosa sta succedendo al protagonista.
Una afflizione cronica di Second Life è il “lag”: questo termine designa il rallentamento delle animazioni, della chat e del caricamento di tutti gli oggetti presenti nel posto nel quale ci si trova (alcuni posti sono letteralmente straboccanti di oggetti e di animazioni) causando un fastidioso ritardo nei discorsi e sovente una animazione a scatti e la trasmissione ad intermittenza dei suoni ambientali.
L’idea finale è nata dopo aver letto il libro di Michael Hanlon, “Dieci domande alle quali la Scienza non può (ancora) rispondere”, in particolare dopo avere letto alcune sue riflessioni nel capitolo n° 7 riguardo la questione su cosa è l’identità di una persona: potrebbe essere plausibile che la realtà per come la conosciamo non sia altro che una simulazione generata da un computer immensamente potente?
A questo punto molti di voi potranno subodorare l’influenza di una famosa trilogia cinematografica. Nonostante l’idea di base è molto simile, spero di averla sviluppata in modo più originale, seppur ugualmente drammatico.
Buona lettura!
È sempre difficile uscire dal bozzolo di lenzuola e coperte calde, soprattutto quando si sa che la temperatura, fuori, è di poco sopra lo zero. Il trillo fastidioso della sveglia, invece, era lì apposta a ricordare che indipendentemente dal freddo o dalla scarsissima voglia di mettersi in piedi, Michele aveva degli impegni da onorare, non ultimo quello di recarsi in ufficio per iniziare la sua settimana lavorativa.
Brontolando e farfugliando qualcosa riguardo la sveglia che non riusciva a trovare e che per questo continuava a trillare beffarda, diede inizio ai riti mattutini delle abluzioni e del soddisfacimento delle esigenze organiche. Fu in quel frangente che le vide per la prima volta: una piccola sfera argentata, appoggiata sul rubinetto, miracolosamente in equilibrio, ed un altra azzurra, fluttuante a pochi millimetri sopra lo spazzolino da denti.
Si trattò di un battito di ciglia e le due sfere sparirono, portandosi dietro il loro carico di paradosso. Michele non ci pensò poi più di tanto. Da giovane aveva visto ben altro che qualche sfera per aria, soprattutto dopo certi festini a base di alcool e THC. Attribuì la cosa ad una digestione particolarmente difficile e collocò l’accaduto nel cassetto mentale etichettato come “Effetto Collaterale da Bagordo”.
Finito di lavarsi e vestirsi, diede una rapida occhiata allo stato pietoso della cucina e decise che non era il caso di fare colazione in casa. In pochi minuti sarebbe arrivato al solito bar, per il solito cappuccino e brioche e le solite chiacchiere con la cassiera. Il senso di colpa per l’incuria che stava trasformando la sua casa in un magazzino sporco, sarebbe stato annegato, ancora una volta, nel caffellatte schiumoso.
Giunto al bar, fece per allungare la mano verso la brioche ma ebbe un sobbalzo: al posto della appetitosa mezzaluna c’era una sfera ambrata appoggiata sul vassoio di cartone. Sembrava proprio una di quelle palline di gomma che si vendono in alcuni distributori automatici, però non era nella boccia di vetro e non si vedeva alcuna fessura dove introdurre i 50 centesimi.
Michele si guardò intorno, perplesso e vagamente infastidito dal fatto che quasi sicuramente la cassiera gli aveva fatto uno scherzo ma quando lo sguardo tornò all’espositore, la sfera non era più al suo posto, sostituita dalla brioche calda e profumata. Mentre era perso nelle sue elucubrazioni, una anziana signora allungò la mano verso il dolce e lo prese da sotto il naso di Michele, iniziando a mangiarlo con estremo gusto.
Questo non andava bene. Non andava per niente bene. Mentre era perso nelle sue elucubrazioni, una anziana signora allungò la mano verso il dolce e lo prese da sotto il naso di Michele, iniziando a mangiarlo con estremo gusto.
La testa di Michele iniziò a ronzare ed a girare. Cercò un tavolo libero e si sedette di schianto sulla sedia. Aveva già avuto altri déjà vu ma questo era troppo intenso, troppo uguale. Non era semplicemente il ricordo di aver già fatto qualcosa, era convinto di aver vissuto per due volte lo stesso identico episodio. Si massaggiò le tempie, chiudendo gli occhi e cercando di fare mente locale su cosa avesse mai bevuto o fumato la sera prima. Doveva essere per forza stato qualcosa che aveva fumato e che ora si ripresentava per punirlo del suo eccessivo attaccamento allo sballo chimico.
Cercò di respirare regolarmente, di portare il suo pensiero verso qualcosa di piacevole e di sicuro ma il cellulare iniziò a vibrare proprio in quel momento, riportandolo bruscamente indietro. Era il suo collega che si stava domandando che fine avesse fatto: un rapido sguardo all’orologio e Michele seppe che doveva inventarsi qualche plausibile scusa per il ritardo che aveva accumulato. Mentre correva verso l’ingresso della metropolitana, si chiese quanto tempo fosse stato a massaggiarsi le tempie, seduto nel bar. Avrebbe giurato che si fosse trattato di pochi minuti, invece erano passate quasi tre ore.
Tutto questo iniziava ad avere una connotazione molto poco piacevole. Correndo giù per la scala mobile, iniziò a ripassare mentalmente tutte le scuse che aveva già usato: la nonna era morta un anno fa, vicino il periodo di ferie; la metro aveva già avuto fin troppi scioperi e malfunzionamenti; era scivolato tante di quelle volte dalle scale che ormai la cosa non faceva neanche più notizia. Doveva trovare qualcosa di plausibile ma la scorta di menzogne era davvero agli sgoccioli.
Entrò di corsa nel vagone di testa e cercò subito un posto dove sedersi ma quel che vide gli fece rizzare i capelli in testa. I posti a sedere non occupati avevano una sfera color crema saldamente sospesa a pochi millimetri dal sedile mentre le persone erano compitamente e innaturalmente sedute nella stessa identica posa rigida. Senza soluzione di continuità, i passeggeri cambiarono posizione, muovendosi e agendo come un normale passeggero di metropolitana dovrebbe fare, mentre le sfere erano sparite.
Michele iniziò a sudare copiosamente. Guardava le facce della gente attorno a se, gli occhi sbarrati e increduli ma tutto quello che ne riceveva erano sguardi infastiditi, ostili o nel migliore dei casi, solamente perplessi. Qualcosa non andava per il verso giusto e non erano i rimasugli di qualche porcheria chimica che ancora poteva navigargli nel sangue. Non avvertiva il gusto amaro dell’intossicazione, né aveva i tipici sintomi da doposbronza.
C’era qualcosa di profondamente sbagliato che non riusciva a capire e che lo stava terrorizzando.
Si abbarbicò ad un palo di sostegno, chiudendo gli occhi e mormorando qualcosa di simile ad una preghiera, ignorando i feroci commenti che venivano profferiti a mezza voce da chi gli stava accanto.
Scese alla prima fermata, non sapeva neanche dove si trovasse. Con lo sguardo fisso per terra seguì il flusso di persone sperando che lo portasse fuori dal budello opprimente che erano diventati i passaggi della metropolitana.
Raggiunse la superficie e per un momento si sentì di nuovo al sicuro. Fu un momento molto breve, però. Ora vedeva gente che nonostante si stesse muovendo come per camminare, rimaneva ferma sul posto. Veicoli incollati sul loro pezzo di asfalto con le ruote che slittavano senza produrre fumi o rumori, piccioni che sbattevano le ali senza muoversi, fissi nel loro spazio di cielo.
Anche questa cosa durò per poco perché tutto riprese a muoversi ma a scatti, come in una pellicola cinematografica alla quale siano stati tagliati dei fotogrammi. Anche il rumore della città veniva percepito a scatti. Dovunque Michele posasse il suo sguardo, vedeva e sentiva le stesse cose con l’aggravante che ora c’erano anche moltissime sfere, su alcune panchine nel parco vicino alla uscita della metro, sulle sedie di un bar, vicino alle radici di un albero, dovunque.
Michele iniziò a urlare. Doveva trovare un rifugio da questa follia. Iniziò a correre, continuando ad urlare, spintonando le persone che gli si paravano davanti e che vedeva muoversi a scatti sempre più lenti. Lui era l’unico a muoversi normalmente in un mondo che dava l’idea che stesse per fermarsi. La sua voce era l’unico suono che arrivava fluido alle sue orecchie e per questo continuava a gridare, cercando di sovrastare il rumore intermittente che invece proveniva dal mondo attorno a lui.
Continuò a correre finché non sbatté violentemente sul portale in legno di una chiesa. Ecco, forse quella poteva essere una soluzione. Erano anni che non rivolgeva una preghiera ad alcuna divinità. Qualche bestemmia, di tanto in tanto, era il suo modo di pronunciare il nome di dio ma niente più di quello e forse dio si era stancato dei suoi insulti e quello era il suo modo di punirlo.
Michele entrò nella chiesa e non fu più sorpreso di vedere delle sfere di legno scuro sulle panche e sugli inginocchiatoi. La chiesa era vuota e i suoi passi risuonavano chiari sul pavimento di marmo.
Non c’era alcun riverbero, però. Michele si mise a ridere quando se ne accorse e la sua risata era in bilico tra l’isteria e il terrore. Un turibolo era appoggiato all’altare ma il fumo era immobile e non si percepiva il profumo dell’incenso.
Si portò al centro della piccola navata, lontano da qualsiasi sfera e si lasciò cadere sulle ginocchia iniziando a pregare con le dita delle mani intrecciate strette e appoggiate al mento. Non era una reale preghiera, era più una implorazione biascicata dettata dal terrore e forse da un rimasuglio di fede.
Chinò il capo, sentendo le lacrime che rotolavano sulle sue guance e non a caso le sentì rotolare: quello che stava uscendo dai suoi occhi erano delle minuscole sferette trasparenti che cadevano lentamente al suolo, perfettamente distanziate tra di loro e che sparivano nel marmo del pavimento, invece di infrangersi come avrebbero dovuto fare.
Michele chiuse gli occhi. Non vide alcuna macchia di colore, nel buio dietro le palpebre. Soltanto l’oscurità impenetrabile di uno schermo spento.