TINO

Racconto breve scritto il 5 Agosto 2003

Questo è il primo capitolo di un progetto più ampio, un piccolo romanzo che racconta la storia di Tino, una personalità violenta, amorale e quasi totalmente misantropa che si nasconde nella mente di un uomo qualunque. Il romanzo ha il nome provvisorio di “URBANZ” e non è il mio progetto principale. C’è un accennato richiamo al racconto “Barattolino Nero” e non è del tutto casuale.

Tino nacque qualche lustro or sono, in un freddo giorno di un anno quasi qualunque, in una grande città italiana. Solo che all’epoca non si chiamava Tino. Aveva un altro nome, aveva anche un cognome che però negli anni dimenticò, finendo per chiamare se stesso semplicemente e solamente Tino.

Tino ricorda molto vagamente la sua vita di “prima”, quando era un altra persona. Però ricorda molto bene il momento in cui si affacciò al mondo. Era l’estate del 2003, un incubo rovente intriso di sudore, tormentato dall’insonnia e marchiato da immagini surreali come le candele di casa sua deformate e contorte in pose grottesche, le impronte delle scarpe impresse nell’asfalto molle e un termometro in una grande piazza che segnava cinquanta gradi durante un pomeriggio particolarmente torrido.

Era Agosto e la ricerca di un qualsiasi refrigerio era l’imperativo categorico di chiunque fosse rimasto nella città arroventata e fosse stato così spiantato da non potersi permettere un condizionatore.

Era mattino presto, l’orario quello di transizione quando gli ultimi nottambuli se ne tornano a casa a smaltire gli eccessi mentre i lavoratori ancora devono uscire per iniziare il primo turno.

Un’ automobile è ferma al semaforo che sta lampeggiando arancione, dentro c’è un giovane uomo con le mani appoggiate al volante e la fronte appoggiata sulle mani. Il condizionatore dell’automobile soffia il suo alito freddo ma l’occupante del veicolo non sembra quasi accorgersene. In effetti il giovane uomo sta solo pensando ad un cumulo impressionante di problemi: sono tanti, sono gravi e non riesce proprio a vedere alcuna via d’uscita. Per un po’ di tempo sta li, così, con gli occhi chiusi. Pensa al suo medico, alla sua compagna e alla collezione di psicofarmaci che riempie un intero cassetto nel comodino. Pensa che se mai guarirà dalla malattia che ancora non ha il coraggio di chiamare con il suo nome, dovrà farsi ricoverare per intossicazione da farmaco.

Pensa che vorrebbe dormire nella sua automobile perché neanche il sonnifero riesce ad averla vinta contro l’incredibile caldo di queste notti.
Tutti i suoi pensieri, però, sono interrotti da un insistente rumore che proviene dal suo finestrino. È una ragazza ed è pure carina e sta picchiando uno zippo contro il cristallo. Molto meno carine sono le parole che si sente rivolgere.

– “Hey, ma sei cretino o sei fatto? Ma cazzo, vedi di spostare ‘sto catorcio dalla strada! È giallo, cosa stai aspettando, cretino!”

Lui la guarda con uno sguardo ebete, fa fatica a capire le parole, fa fatica a capire perché quella bella figliola sia così incazzata con lui.

– “Oh, ma tu sei fatto fin sopra i capelli! Spostati e vedi di andare affanculo, stronzo!”

Lui, che inizia a sentire uno strano solletico alla base del cranio, apre lo sportello mormorando qualche parola di scusa. Tira giù un piede, preparandosi per scendere mentre la ragazza continua ad investirlo di improperi e qualcosa, in quel momento e all’improvviso, gli cambia dentro.

Oggi, dopo quasi sette anni, Tino non ha ancora capito cosa accadde quella notte. Gli piace credere che il grosso e grasso bruco che era si mutò in farfalla ma di una specie molto particolare, una farfalla con i muscoli, lucida e determinata.

Prima di scendere del tutto dall’automobile, Tino prende il blocca pedali, un meccanismo di acciaio che dovrebbe scoraggiare i ladri di automobili bloccando la frizione, il freno e l’acceleratore. Il marchingegno è pesante nella sua mano e la ragazza pare proprio che non se ne sia accorta.

Bene.

Tino scatta in piedi, il braccio dietro di lui, la mano attaccata al braccio e il marchingegno stretto forte nella mano. È questione di un secondo, spruzzi di adrenalina rendono il braccio di Tino fulmineo mentre cala l’antifurto sul cranio della ragazza. La massa e la velocità sono sufficienti per farle molto male ma non abbastanza per tramortirla o ucciderla sul colpo. Lei si accascia per terra, non ha neanche gridato, ha soltanto guaito mentre un rivolo di sangue inizia a colorare la sua faccia e l’asfalto.

Tino è sconvolto, non se lo aspettava. Era convinto di ucciderla al primo colpo, nei film funziona sempre così. Deve tapparle la bocca, adesso, non può permettersi che inizi ad urlare e quindi cerca freneticamente nel piccolo bagagliaio del suo fuoristrada.

Che figata!

Ci sono un sacco di stracci lerci e un rotolo di nastro adesivo da imballaggio! In poco tempo riempie la bocca della ragazza di stracci e la sigilla con diversi giri di nastro adesivo. È stato facile, lei era così stordita che non ha saputo reagire.

Tino non è più sconvolto, ora, anzi è raggiante!
– “Allora, puttana? Questo ti va bene, puttana?”

Grida e vibra un colpo tremendo contro il cristallo anteriore dell’automobile della ragazza.

– “Eh, ti va bene questo? Sposto la macchina, ora? La parcheggio io o la parcheggi tu, troia?”

Grida ancora e continua a distruggere gli altri cristalli e la carrozzeria. Ora è spavaldo, lei non può parlare ma lui deve farle capire chi comanda. Non ha più paura che qualcuno lo senta, non ha più paura di nulla. È forte e nessuno potrà mai più fargli del male.

– “Puttanaaaaa! Hai finito di insultarmi puttana! Eh? Eh? Quel tuo cazzo di zippo sai dove te lo devi infilare? Eh?”

Tino la guarda: gli occhi di lei sono strabuzzati dal terrore. È bella, ora che il sangue le ha disegnato linee vermiglie sul suo volto sbiancato.

Ha un bel fisico, delle bellissime gambe.

Le gambe.

Tino le ammira. Sono perfette, da fotomodella. Lunghe, setose, sode e deliziosamente abbronzate.

Prende l’antifurto con tutte e due le mani, lo alza sulla sua testa e lo cala con violenza su un ginocchio.

Questa volta il rumore sordo delle ossa che si schiantano lo impressiona un po’ ma solo per un attimo, il ginocchio è innaturalmente storto, la carnagione è livida e un lungo mugolio di dolore cerca una via d’uscita dalle labbra sigillate della giovane donna.

Che buffo! Sembra una sirena! Tino sorride alla ragazza, alza ancora l’antifurto e distrugge l’altro ginocchio. Ancora una volta quel suono, come di rami che si spezzano avvolti in un panno. Per un istante, la ragazza mostra il bianco degli occhi.

Tino le si siede accanto, le gambe incrociate.

– “Oh, tipa? Ci sei? Non è che svieni, ora eh?”

Non risponde. Tino le picchietta un ginocchio martoriato con un dito e lei si solleva di scatto, tentando miseramente di dare sfogo al suo dolore, tentando di graffiare gli occhi di lui, di restituirgli almeno un po’ di quella sofferenza atroce.

Tutto inutile, lui si scansa in tempo, lei crolla ancora sull’asfalto caldo, piangendo copiosamente, mugolando.

– “Minchia, mi sa che ti devo ammazzare. Se ti lascio viva poi mi faranno il culo a strisce e poi la tua invalidità te la devo pagare anche io. Eh no cazzo… Sai, sono sicuro che tu al posto mio faresti lo stesso, solo che tu non sei al posto mio. Al posto mio ci sono io e ci rimango. Tu invece ci rimani e basta!”

Tino ride della sua battuta, si rialza in piedi e ancora solleva il pezzo di acciaio sulla testa. Ora però prende meglio la mira. Sembra che stia giocando, lei lo guarda ed ha capito.

Si agita, striscia per terra, graffia l’asfalto strappandosi le unghie. Tino chiude un occhio per gioco, prende la mira e sferra un colpo micidiale sulla sua testa. Ancora una volta il rumore di qualcosa che si spezza.

Tino continua a colpire, non è sicuro che sia morta e non vuole fare cazzate. Colpisce ancora e ancora finché della testa della ragazza non rimane una poltiglia sparsa per terra. Un bulbo oculare scampa alla mattanza e rimane impiastricciato nella pappa sanguinolenta.

Lui sente che a questo punto dovrebbe vomitare anche gli intestini ma curiosamente questo non accade. È zuppo di sangue, si spoglia completamente nudo e appallottola i vestiti facendo in modo che lo sporco rimanga all’interno.

Poi cerca eventuali tracce di sangue sugli pneumatici del suo fuoristrada: non ce ne sono, bene, molto bene. In effetti tutta la sua automobile è pulita. Sfrega per bene la carrozzeria dell’altra automobile per non lasciare eventuali impronte digitali. Si fa così, no? Un lavoro pulito, giusto?

Infine prende l’enorme telo da mare che ha sistemato sul sedile del guidatore, se lo mette addosso come un accappatoio, sale a bordo e se ne va.

Tranquillamente. L’antifurto sulle sue gambe è pesante e viscido ma va bene così, che sporchi solo l’accappatoio.

Ecco, Tino nacque in quel momento. Sbocciò al mondo quando fracassò il suo primo cranio, il suo vagito fu il lungo, disperato uggiolio della sua prima vittima.

Quello che successe nelle ore immediatamente successive è ormai vecchia e stantia cronaca nera. Tino pulì con certosina meticolosità se stesso e il suo fuoristrada, bruciò i vestiti lordi in un bidone abbandonato che trovò in periferia vicino un campo nomadi e durante una gita al mare, riuscì a far cadere in acqua l’antifurto debitamente avvolto stretto in un sacco nero senza che nessuno se ne accorse.

I telegiornali locali parlarono un po’ di questa cosa. Sociologi, psicologi e opinionisti furono interpellati a riguardo e furono esposte fior di teorie per spiegare l’efferatezza del gesto.

Tino seguiva distrattamente la cosa. Non fece una piega neanche quando fu fermato da una pattuglia di carabinieri per un controllo, parecchi giorni dopo.

Non trovarono nulla.

Non videro nulla.

Forse dissero qualcosa ma Tino non ascoltò le loro parole. Lui ormai era più in alto di loro, più in alto di tutti quanti, le loro parole e le loro indagini non lo avrebbero mai più toccato. Era un uomo libero e non si può ingabbiare un uomo libero. Era un uomo sereno e niente può turbare un uomo sereno.

Salutò cordialmente i carabinieri, augurando loro di prendere quel delinquente senza dio e di chiuderlo per sempre in galera, dicendo loro che lui aveva totale fiducia nelle forze dell’ordine. Sorrise rassicurante ai due ragazzi in divisa.

Tornò a casa, stappò una lattina di cocacola e, sempre sorridendo, iniziò a bere.

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