Amore: un autodafé

Ero in giro per la spesa quotidiana e mi guardavo intorno. Guardavo le giovani coppie che si scambiavano effusioni, quelle più anziane che camminavano piano tenendosi per mano.

Qualcosa mi ruminava dentro e visto che non mi era chiaro cosa, mi sono seduto su una panchina ed ho lasciato che quel ruminio emergesse.

Sono riemersi ricordi. Il mio primo innamoramento (non corrisposto), la mia prima “fidanzatina”, le relazioni più o meno serie, la mia compagna con la quale ho condiviso dieci anni di vita, il periodo di libertinaggio pressocchè assoluto dopo che decisi di terminare la relazione con lei, la vita estremamente ritirata, appartata, quasi eremitica che ho vissuto negli ultimi nove anni.

Ho cercato di capire perchè sono emersi proprio quei ricordi. Cosa avessero in comune, perchè stessero reclamando la mia attenzione.

Non so di preciso quali connessioni profonde sono state smosse o perchè sono state smosse (ci tengo a sottolineare al me stesso futuro che leggerà queste righe che da un lato ero completamente sobrio e lucido, dall’altro ero ancora in pieno afterglow) ma dopo un po’ di tempo i motivi comuni sono emersi.

Praticamente in ogni relazione passata, a diversi gradi di intensità (maggiore durante la preadolescenza e adolescenza, minore durante l’adultità ma comunque sufficentemente presente da influenzare i miei comportamenti) ho quasi sempre cercato e agito i seguenti schemi:

  • la metà della mela: quanto ci ho creduto a questa cazzata. É una delle peggiori e deleterie menzogne che una persona possa raccontarsi. “Da qualche parte esiste la tua metà della mela, la tua anima gemella, il pezzo del puzzle che ti completa”. La cosa diventa letteralmente tossica quando è condita (e spesso lo è) dal corollario che se trovi questa fantomatica “anima gemella” tutto poi funzionerà. No. Non è vero. O meglio: questa leggenda potrebbe funzionare, scricchiolando e zoppicando parecchio, nella fase dell’innamoramento quando il cervello è zuppo fradicio di ossitocina e dopamina, un guscio di noce in una tempesta biochimica. Ma è innamoramento, non compatibilità. É una fase nella quale la ragionevolezza e la realtà vengono pesantemente alterati dalla suddetta tempesta biochimica; una bella fase se vogliamo ma senza alcun vero merito: è un evento che ci succede per una serie di ragioni e che ci fa vedere i difetti dell’altro come una serie di “adorabili eccentricità” che siamo disposti a giurare di amare. L’innamoramento però passa, gli ormoni tornano ad un livello normale e la realtà ritorna ad essere reale. E il vero lavoro inizia. Perchè la compatibilità è qualcosa che deve essere costruito, non cade dal cielo. É il momento nel quale si deve valutare l’altro per quello che è, non per quello che noi vorremmo che fosse: le sue abitudini, le sue manie, gli inevitabili attriti. Io e l’altro siamo due gomitoli di pregi e difetti e non si può pretendere di avere i primi senza i secondi: è una continua mediazione. Un reciproco adattamento continuo. La compatibilità innata intrinseca nella narrazione dell'”anima gemella” non solo non esiste ma se viene considerata vera porterà inevitabilmente alla fine del rapporto perchè si scoprirà che “siamo troppo diversi” o “non sei più quello di un tempo”. Se invece si ha il coraggio e la forza di sedersi ad un tavolo e negoziare in modo amorevole e di reciproco riconoscimento si può costruire una compatibilità duratura e solida. Oh, certo, questa negoziazione costa fatica, sudore, frustrazione (e bisogna essere maturi per tollerare questa frustrazione), sopportazione e comprensione dell’altro. Ma è l’unico vero modo per creare compatibilità. Non ne vedo altri. Nel mio passato ho spesso cercato la mia metà della mela, illudendomi e illudendo che fosse la soluzione. Scartando tutto quello che non corrispondeva a quella narrazione. Certo, ho anche subito lo stesso trattamento, sono stato rifiutato per la stessa motivazione ma mentre non posso pretendere di far cambiare idea al mio prossimo, credo sia doveroso cercare di cambiare la mia idea, la mia posizione. Oggi penso di stare cercando qualcuno che voglia costruire la compatibilità, fuggendo da chi pensa che la relazione debba essere facile, per definizione. Le cose di valore non sono mai facili. Le relazioni durature sono popolate da due persone che hanno deciso di non mollare alle prime difficoltà ma di usare quelle difficoltà come mattoni per costruire una casa solida e che duri nel tempo.
  • il gioco a somma zero: questo è più personale di quanto inizialmente volessi ammettere (da qui il titolo del post). Per una lunga serie di ragioni sono cresciuto ed ho vissuto con una colossale insicurezza. Un costante misurarmi con chiunque, il mio compagno di banco, il mio collega di università e di lavoro poi, la mia compagna, i miei amici. Questo mi ha portato a giocare un gioco che si chiama gioco a somma zero, un gioco in cui il guadagno di un giocatore è esattamente bilanciato dalla perdita di un altro, mantenendo la somma totale dei payoff pari a zero. Se la mia controparte vince, io perdo e viceversa. Se la mia controparte ha successo, la mia immobilità diventa fallimento e diventa più evidente. Questa modalità si esplicità in un comportamento comunissimo: quando le cose vanno da schifo, c’è bene o male sempre qualcuno che offre una spalla sulla quale piangere, disposto a consolarci, presente e disponibile. La posizione del consolatore pone, più o meno inconsciamente, quella persona in una posizione moralmente “migliore”, utile. Superiore. Il che di per se non sarebbe neanche negativo. Il problema esplode quando le cose vanno bene. Quanti sono sinceramente felici dei nostri successi? E quanti invece si sentono in quel gioco a somma zero, dove il mio successo implica necessariamente un tuo supposto fallimento? Quanti cercano di sminuire il successo ottenuto, il traguardo raggiunto con la scusa di “riportare alla realtà” o di “proteggerci”? Una persona che agisce in questo modo non ci sta riportando alla realtà. Non ci sta nemmeno proteggendo, l’unica cosa che sta disperatamente cercando di proteggere è la propria “comfort zone” mosso da invidia, paura di essere lasciato indietro, insicurezza. Il valore di un amico, di una compagna non si vede nel momento del bisogno ma nel momento del successo. Nel momento del successo, la persona giusta ci abbraccia, gli occhi le si illuminano e si rende disponibile. Eventualmente può discutere con noi (vedi il punto precedente) ma non cerca di trascinarci nelle sue insicurezze e fragilità perchè non ne ha. É la freudenfreude che si oppone alla schadenfreude. Quante volte mi sono sentito così. Sminuito dai successi di chi mi stava attorno. Abbandonato, quando l’altro sembrava spiccare il volo. Incapace, quando l’altro faceva qualcosa che percepivo superiore alle mie capacità. Quante volte ho cercato di sminuire il mio interlocutore per invidia? Quante volte, più spesso, l’ho fatto per insicurezza? Spero di non esserci riuscito ma so che in qualche occasione, purtroppo, ho avuto successo. E quanto me ne vergogno oggi. Era la mia insicurezza che guidava i miei sentimenti. Come già scritto, ho avuto a che fare con persone che hanno agito così nei miei confronti ma per loro non posso fare niente, quello che posso fare è lavorare su me stesso. In parte l’ho già fatto, ne sono ragionevolmente sicuro. Oggi sento il desiderio di circondarmi di persone che non vivono di invidia, persone che si sentano orgogliose di camminare al mio fianco e di quello che faccio, grande o piccolo che sia; così come provo il bisogno di sentirmi orgoglioso di qualcuno che sia al mio fianco, orgoglioso di quello che fa e di quello che è.
  • aggressività: non parlo di aggressività fisica. Parlo di aggressività psicologica. Quella che si accende in presenza di una osservazione, di un attrito. Quella che si manifesta con le chiusure, i “muri di gomma”. Quella che deriva da uno smisurato ego che non siamo in grado di gestire e che quindi si schianta alla prima difficoltà. Ogni critica è un attacco diretto, ogni osservazione è un insulto e quindi rispondo attaccando a mia volta per togliermi da una posizione di “inferiorità”. Inferiorità percepita tanto più grave quanto più l'”attaccante” è emotivamente vicino. Un ego immaturo reagisce sempre come se fosse in pericolo di vita ogni volta. É estenuante e logorante per chiunque coinvolto in questa dinamica. Il fatto è che in una relazione sana e matura l’altro è il nostro miglior specchio. É l’unico che può vedere i nostri “punti ciechi” e portarli alla nostra attenzione e quindi permetterci di crescere. Come si può soltanto pensare di crescere in una qualsiasi relazione se ci si circonda di “yes man” (o “yes woman”) o, peggio, di persone che hanno troppa paura delle tue reazioni per dirti la verità? Non sto dicendo che una critica o un attrito non diano fastidio, non sono così ingenuo. Sto dicendo che in una relazione sana e matura; in una persona che ha fatto un lavoro su di se, la reazione dovrebbe essere uno o due respiri profondi, prendere una distanza tra stimolo e reazione, ringraziare per l’osservazione e riflettere su cosa ha causato il comportamento che ha generato la critica. Questo è una delle chiavi per una relazione che funzioni. É necessario sia diventare persone così che cercare persone così. Perchè la critica in un porto sicuro non è una minaccia, è un feedback. È materiale che serve per “effettuare la messa a punto” e stare meglio. Insieme. Chi non sa ascoltare una critica è condannato a ripetere per sempre i propri errori, cambiando partner, ma portandosi dietro lo stesso identico copione, quello che non funziona. Questo l’ho vissuto fin troppo spesso, in passato. Incapace di accettare qualsiasi critica, incapace di leggerle come un aiuto. L’ho anche ferocemente subita, purtroppo; ne conosco il prezzo, il dolore, il senso di impotenza e di frustrazione che crea. Per anni è stato un feedback velenoso, il rifiuto creò insicurezza che a sua volta creò l’impossibilità di accettare le critiche che a sua volta creò fragilità e rabbia e così via.

Fino a portarmi a credere che le relazioni fossero prodotti di consumo che dovessero essere immediatamente perfette; se non lo erano si cambiava partner, così come si cambia uno spazzolino da denti troppo usato. Scarsa tolleranza, scarsa comprensione, sia nei riguardi della partner che nei miei.

Si ricadeva negli stessi schemi, negli stessi circoli viziosi attribuendo la colpa alla partner di turno.

Senza essere in grado di vedere che il comune denominatore ero io. La cosa più assurda è che questa riflessione mi fu fatta, almeno trentatrè anni fa da un mio ex collega universitario che mi disse esattamente questo: “se nessuna donna ti va bene, guarda che forse quello che non va bene sei tu”. Avevo ventitrè anni, credevo di essere un uomo.

Le relazioni non sono prodotti di consumo, anche se oggi mi sembrano trattate esattamente così.

Che cosa ho davvero imparato, seduto su quella panchina? Tre cose:

  1. sapere ascoltare le critiche senza sentirsi minacciati
  2. smettere di aspettare la compatibilità magica e iniziare a costruirla
  3. saper gioire per i successi dell’altro senza invidia

Forse lo sapevo già inconsciamente, forse era da tempo che questi pensieri scorrazzavano tra i neuroni e stavano solo aspettando l’occasione per emergere in maniera chiara e coerente. Forse è la primavera, forse è una serendipità di qualche tipo.

Ho imparato anche un’altra cosa però: che ho paura di essere in ritardo, di essere fuori tempo massimo e non avere più opportunità per mettere in pratica quanto ho scritto. Ed è una sensazione di freddo che mi fa rabbrividire e che mi si insinua minacciosamente sotto la pelle.

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