La Vasca

Il caldo in questa città sta diventando una barzelletta ma il caldo che sto provando in questo momento non è termico, è emotivo.

Voglio contestualizzare la cosa, a beneficio del futuro me che leggerà queste parole e chiedo scusa ai diretti interessati che nominerò, solo per nome, per averli coinvolti in questo delirio. Se state leggendo, se vi siete riconosciuti e se volete che cancelli i vostri nomi, fatemelo sapere e ottempererò.

Se non vuoi leggere tutto il preambolo e saltare direttamente all’esperienza, CLICCA QUI.

Era Maggio 2026. Il 9. Era la prima volta che mettevo piede in Torchiera ed ero, lo confesso, piuttosto intimorito. L’occasione era la presentazione di un libro, il numero 25 di Altrove. Mi sentivo un “insalutato ospite”, vagamente fuori luogo ma ero interessato ad ascoltare, forse a dire qualche parola (che effettivamente ho detto).

Tra le persone che ho avuto modo di conoscere quel giorno, ce ne sono state due (e non me ne vogliano le altre) che in qualche modo sono rimaste: Luca e Nicoletta. Abbiamo chiaccerato parecchio e tra i vari argomenti trattati uno mi è rimasto, gli stati alterati di coscienza tramite deprivazione sensoriale.

Luca e Nicoletta mi hanno raccontato la loro esperienza e mi hanno caldamente suggerito di provare, almeno una volta, questo tipo di approccio, indicandomi anche un posto a Milano dove si può fare.

Il pomeriggio è passato, il consiglio è rimasto in un cassetto, non dimenticato ma in un costante processo in background.

Gli stati alterati di coscienza sono un argomento che mi è molto caro e che, in retrospettiva, non mi è neanche del tutto sconosciuto. Non sapevo che si chiamassero “stati alterati di coscienza”, non sapevo cosa fossero la prima volta che li ho incontrati, mi parevano delle bizzarrie che un po’ mi spaventavano anche.

La primissima volta che ho avuto modo di esperire questa cosa è stato con la mia “fidanzatina” dell’epoca, Roberta. Era, forse, il 1994. Il sesso con lei era, a dir poco molto, molto, MOLTO intenso.

Se l’argomento ti provoca rossore o un attacco di pruriginosa pudicizia mi dispiace, caro mio “hypocrite lecteur” ma gli stati alterati di coscienza si raggiungono anche tramite pratiche erotiche. Stacci e leggi, oppure tanti saluti e alla prossima.

Orgasmi prolungati o multipli, bende sugli occhi, tappi per le orecchie, giochi con la temperatura, contatto fisico limitato, dolore somministrato adeguatamente e altre pratiche portavano Roberta ad avere degli stati di letterale trance, con tanto di visioni che lei mi descriveva e che all’epoca mi inquietavano parecchio perchè non avevo la più pallida idea di che cosa stesse parlando e soprattutto del perchè stesse vivendo certe cose. Sesso si, spesso e volentieri ma certe cose erano fuori dalla mia portata. Avevo poco più di venti anni e zero conoscenza di certe tematiche.

La relazione con Roberta finì, la mia vita prese una piega inaspettata e per tutta una serie di motivi, mi ritrovai ad avere a che fare con gli ASC parecchi anni dopo, questa volta con l’introduzione della meditazione. Era il 2009, circa, e la meditazione praticata era la Mindfulness.

Da un lato questa cosa mi attirava moltissimo: mettersi lì, sgomberare la mente e “fare uscire lo stato di veglia” (come definivo io la cosa all’epoca) per entrare in uno stato di pre-sonno era una pratica che mi affascinava da matti. Ho avuto una persona che mi ha spiegato discretamente bene come questa cosa funzionasse ma soprattutto è riuscita a vincere il mio scetticismo riguardo la meditazione dimostrandomi come questa pratica ha dei riscontri quantificabili scientificamente. Quella sua tattica ha vinto e mi ha portato ad abbracciare la Mindfulness, anche se mi sembrava una pratica un po’ tanto in odore di “gnu eig”. Funzionava ma aveva quel retrogusto un po’ radical chic che mi stonava e mi faceva sentire un po’ troppo “fighetto” e meno serio di quanto avrei voluto.

Però ho continuato e questa cosa è durata qualche anno. Ed è servita a fare un po’ di chiarezza nel malström che era la mia mente all’epoca. É servita talmente bene che mi ha permesso, intorno al 2012, sotto consiglio del buon Furio, di “tornare la fuori e fare il birichino”. Non voglio dettagliare qui cosa significhi quella frase, c’è una complessità non riducibile dentro quelle poche parole. Tra le altre cose, però, un messaggio era chiaro.

Dovevo tornare in società e “vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa“. Curioso come poi Henry David Thoreau sia tornato, 14 anni dopo su suggerimento di un’altra persona… A proposito di “a sense of homecoming”, vero Ann?

E tornai in società. Eccome. E succhiai ben oltre che tutto il midollo di essa. Ne morsicai la carne, ne bevvi gli umori, saziai ogni mio appetito possibile e immaginabile. Si, in senso erotico. E mi fa strano dirlo “ad alta voce”, è la prima volta che lo faccio ma il futuro me mi ringrazierà per questa chiarezza.

Passai 7 anni nei quali, oltre al lavoro perchè in qualche modo dovevo pur mantenermi, non persi occasione di fare sesso con qualsiasi bipede della specie umana mostrasse un minimo di interesse a riguardo. Non cercavo una relazione stabile o una compagna per la vita. Cercavo solo di saziare i miei appetiti. Con correttezza (non ho mai preso in giro nessuna e nessuno) ma non cercavo altro, non volevo altro, non avevo bisogno di altro.

Sesso di qualunque tipo: estremo, di gruppo, di coppia, romantico, pornografico. Dovevo conoscermi, dovevo capire. Dovevo affrontare quel lato della mia Ombra. C’è un lato di noi che pochi osano ammettere, figuriamoci discutere apertamente: l’ombra sessuale, misteriosa, spesso fraintesa, spessissimo messa alla berlina o “crocefissa in sala mensa”. Secondo Carl Jung, non si tratta solo di desiderio o di fantasie fugaci. Si tratta delle dimensioni nascoste e non comprese della nostra sessualità che ci è stato insegnato a considerare vergognose, a reprimere o a ignorare. Non si tratta solo degli impulsi che riteniamo inappropriati, ma delle parti del nostro io sessuale che sono in conflitto con l’immagine che vogliamo proiettare al mondo. Fin dall’infanzia, attraverso la cultura, la famiglia e l’esperienza personale, assorbiamo messaggi su ciò che è «accettabile» o «giusto» in materia di sessualità e su ciò che dovrebbe rimanere rinchiuso nel silenzio. Creando mostri che poi difficilmente ci si scrolla di dosso.

Ero deciso a rompere quel silenzio, a non reprimermi più, a non ignorarmi più. E lo feci, in abbondanza.

Nello stesso tempo, tornarono gli ASC. Li vidi nelle mie partner del momento, li sperimentai io stesso e questa volta ero un po’ più coscente di quello che stavo vivendo. Mi facevano meno paura anche se comunque li vedevo come una “distrazione” e non come un completamento del rapporto. Ero più focalizzato sul piacere in se piuttosto che sugli ASC, più concentrato sul piallare e demolire qualsiasi parvenza di vergogna repressa piuttosto che a capire cosa stessi vivendo in quei specifici momenti.

Ma era un cambiamento di prospettiva, qualcosa si era messo in moto.

Poi c’è stato il grande ritiro, il momento nel quale per una serie di altre ragioni mi sono ritirato completamente dal mondo fino a circa un paio di anni fa quando timidamente ho iniziato a rimettere il naso fuori dalla porta di casa, quasi letteralmente.

Periodo nel quale ho iniziato ad interessarmi e ad usare le “droghe”. Senza entrare troppo in questo merito, l’inizio dell’uso delle sostanze psichedeliche propriamente dette mi ha riportato, dolcemente e prepotentemente, agli ASC. E questa volta ero un po’ più pronto. Letture, incontri con altre persone, esperienze dirette e il recupero delle pratiche meditative mi hanno riportato a vivere gli stati alterati di coscienza con una mentalità diversa. Non sto dicendo che oggi sono un esperto, sarebbe ridicolo e clamorosamente presuntuoso ma di sicuro non sono approdato qui “nuovo di zecca” e comunque prima di iniziare ad usare sostanze lisergiche mi sono fatto un discreto tirocinio teorico, anche se mi preme moltissimo ricordare e sottolineare come su certi argomenti la differenza tra il teorizzare e il praticare è, per usare un eufemismo, notevole.

Avevo letto che gli ASC si possono raggiungere anche tramite altre pratiche, ad esempio il digiuno, l’esposizione a temperature estreme e tra le altre anche la deprivazione sensoriale ma non ci avevo posto particolare attenzione se non fino a quel fatidico 9 Maggio 2026.

L’entusiasmo di Nicoletta era contagioso. I racconti di Luca erano coinvolgenti. Mentre li ascoltavo, sentivo che qualcosa mi mancava. A onor del vero sentivo che molte cose mi mancavano ma cerco di stare sul pezzo: mi mancava quella esperienza. E mi spaventava. Non penso di aver trasmesso il mio timore, credo di essermelo tenuto dentro ma c’era.

Gli ASC per me erano qualcosa di assolutamente intimo e non nel senso dionisiaco del termine (o meglio, fino ad un certo punto si ma da un certo punto in poi erano qualcosa di totalmente, unicamente mio da non condividere, da non manifestare fuori casa) e l’idea di manifestarli al di fuori di un ambiente assolutamente sicuro come quello di casa mia mi spaventava. Avrei veramente potuto uscire di casa, recarmi in un posto a me estraneo e sperimentare qualcosa di simile senza la mia rete di sicurezza?

Nah. All’epoca era qualcosa di impensabile.

Poi c’è stato il viaggio del 31 Maggio che ha cambiato tutto e che mi ha dimostrato che posso, con le dovute precauzioni, fare un eccellente viaggio ed esperire un ASC anche senza la mia rete di sicurezza.

E quindi, memore del consiglio di due persone conosciute in fretta, oggi sono andato in un posto a Milano dove mi sono infilato, nudo nel fisico e nello spirito, in una vasca di deprivazione sensoriale.

L’ESPERIENZA

Prima di entrare nel locale che mi avrebbe accolto, ho scritto qualche appunto sul mio diario:

30/60/2026 – h.09,06 – mi sto preparando per un ora in vasca di isolamento, alle 11,00  in via De Amicis 33/a. Sono un po’ nervoso, ho un po’ di paura. Ho in mente le scene di “Altered States” ma io non sono Eddie Jessup e anche se so, razionalmente, che non sarà la stessa cosa (set & setting diversi e nessuna droga assunta, a parte un pochino di caffeina) comunque ho presente che è possibile un ASC e non so cosa mi possa aspettare.

Box Breathing per iniziare.

La vasca chiusa mi inquieta un po’ ma è una esperienza che devo, voglio fare.

Non so se durerò 60 minuti, non è una gara! Forse un “braccio di ferro” con me stesso?

Non devo opporre resistenze, ricorda il Ju-Do, ricorda il zhǐguǎn dǎzuò

Devo ringraziare Francesca che mi ha accolto all’inizio e che mi ha accolto dopo, sia professionalmente che umanamente. Senza quell’accoglienza di sicuro non sarebbe stata la stessa cosa.

Mi sentivo un po’ a disagio di fronte a quella enorme vasca bianco candido. Per un momento mi sono sentito in un film di Fantascienza, per un momento ho esitato.

Poi sono entrato, la sensazione di ipergalleggiamento era divertente, volevo toccare il fondo ma continuavo a rimbalzare, mi veniva da ridacchiare e sapevo che dietro quella risatina c’era un’ombra di nervosismo.

Ho perso la ciambella da sistemare sulla nuca, ho chiuso la valva e mi sono adagiato nell’acqua. Le luci erano ancora accese e c’era una musica a bassissimo volume, il tutto per facilitare i novellini come me. Un po’ mi è dispiaciuto, sono abituato a iniziare le meditazioni nel buio totale e nel silenzio totale ma ho deciso di seguire il flow.

La sensazione di galleggiamento era paradisiaca! Ho provato a testare la cosa abbassando le braccia e lasciandole andare, muovendo le gambe e la testa. Fantastico! Non ho termini di paragone, a volte mi sembrava di essere sdraiato su un enorme cuscino umido e caldo, a volte, più spesso, non sentivo nulla: ero sospeso in un qualcosa che mi sorreggeva ma che non aveva forma ne energia. Era letteralmente meraviglioso, un senso di pace e abbandono così intenso che è stato quasi immediato il senso di sollievo e di tranquillità.

Ho chiuso gli occhi ed ho iniziato la box breathing per annullare qualsiasi punta di timore, paura o inquietudine.

Non mi aspettavo che funzionasse così velocemente… Non so quanto tempo è passato perchè la prima cosa che ho perso è stata la cognizione del tempo. É passato qualche respiro? Forse? E il respiro è cambiato, è diventato più lento e poi non l’ho più sentito, quasi come se non fosse più stata una necessità sulla quale dovessi focalizzarmi.

Non ho più sentito il corpo. Ero acqua. Era bellissimo! Non so se fossi immobile, se semplicemente non sentivo l’acqua a causa della temperatura o cos’altro. Non sentivo nulla. Forse qualcosa dove il mio corpo era fuori dal liquido ma erano istanti.

Ogni tanto muovevo qualche parte del mio corpo perchè sentire l’acqua che mi accarezzava era seriamente piacevole. Piccoli movimenti sulle gambe, sulla schiena, sulle braccia, sui glutei. Minuscoli ma nell’assenza pressocchè totale di qualsiasi moto, quei minuscoli movimenti erano carezze.

E poi sono venute le visioni: ho visto alcuni miei vecchi amici, Jeff che passava un plettro a Dave (due della mia vecchia compagnia di musicisti americani che vivevano a Milano anni addietro), ho visto il volto di “lei” tanto per non lasciarmi mai stare… Non so perchè ho pensato alla “scorza di limone”, non so cosa significhi o cosa rappresenti; ho visto una chitarra elettrica nera con le corde nere che suonava da sola, è stato un fugace attimo ma mi ha colpito!

Ci sono state le emozioni. Oh, se ci sono state! Un senso potente come di essere avvolto in un lenzuolo incredibilmente morbido e accogliente, talmente forte che sono piuttosto sicuro di aver mormorato qualcosa tipo “Si, stai con me, così“. Non so se l’ho detto davvero o se l’ho soltanto immaginato.

Un senso profondo di pace, di tranquillità quasi cosmica e di distacco da qualsiasi cosa. Non c’era quasi neanche alcun senso di spiritualità, c’era solo questa immensa, enorme pace, questa serenità; ogni qualche secolo mi sembrava di inspirare, ogni qualche altro secolo forse mi è sembrato di espirare ma non la sentivo come una urgenza, più come una cosa che capitava. Mi sentivo al sicuro, protetto. Francesca mi ha parlato della sua esperienza come di qualcosa di materno ma io non ho sentito niente di materno, era qualcosa di più simile all’abbraccio di una amante nel quale mi sentivo felicemente protetto, accolto, rassicurato.

É una sensazione completamente diversa da quella esperibile con gli psichedelici. Non migliore, non peggiore. Diversa. FORSE…. Forse un po’ più calda, più intima. Meno sensuale, meno erotica. Meno “chimica” anche se questa cosa la sto dicendo ora perchè mi è venuta in mente ora e non so esattamente cosa possa significare. Una morbidezza quasi infantile. Primieva. Capisco Francesca quando dice “materna”, purtroppo non posso condividere perchè per me “materno” ha una connotazione tragica e dolorosa.

Credo di avere anche riso. Mi sembra di ricordare qualche risata ma non posso giurare di aver riso con il corpo o di aver sognato di ridere.

Ero in questo universo fatto di forme colorate, di volti e oggetti che ogni tanto emergevano delicatamente dalle strutture colorate che apparivano negli occhi della mente, fatto di aria tiepida, di mani di acqua, di sogni e di desideri innocenti.

E per la prima volta, senza Musica. Non una singola nota. Non una singola vibrazione.

E mi è andato benissimo così. Non mi è mancata. Mi aveva accompagnato fino ad un momento prima e molto probabilmente una parte recondita della mia coscienza in viaggio sapeva bene che mi stava aspettando li fuori. La Musica è paziente (a differenza di noialtri umani), mi avrebbe aspettato e tutto sommato non avevo particolare fretta.

Vorrei poter dire che non so quanto tempo sono stato in questo stato di grazia ma in realtà lo so bene. 60 minuti.

Quando ho iniziato a percepire la musica che annunciava la fine della sessione (in realtà i cinque minuti di recupero prima della fine della sessione) sono andato in crisi: ho pianto, non volevo, non volevo uscire da li, non volevo la Musica, non volevo le luci, era troppo presto, mi sono sentito come se qualcuno particolarmente crudele mi stesse prendendo per una caviglia e mi stesse sbattendo violentemente a terra.

Ma non avevo alternative. Avevo pagato per un ora, avevo ottenuto un ora. Come sempre “Devi accettare questa condizione, hai ricevuto, ora devi restituire. É la condizione del navigante.”

Quanto fa male questa cosa… Quanto fa male, a volte, tornare nella realtà immanente. Eppure si deve. É l’unica che abbiamo davvero e quindi tornare si deve.

E sono tornato, a fatica. Non tanto una fatica fisica quanto una fatica mentale, come quando si torna a casa dopo aver visto un bellissimo film al cinema.

Ma qui devo ringraziare Francesca. Ok, forse perchè il momento era propizio e quindi ha potuto dedicarmi un po’ di tempo, non lo nego. Forse perchè le chiacchere fatte con lei ci hanno rivelato un piccolo background simile, forse perchè la cagnolona che era li vicino me mentre sorbivo la tisana mi ha dato un senso di tranquillità, forse alcune cose ma tra la tisana e le chiacchere, appunto, il rientro è stato decisamente dolce.

Ci tornerò. Credo di averne bisogno. É una esperienza talmente diversa dalla meditazione classica e dall’assunzione delle sostanze che, sospetto, potrebbe fare davvero parte integrante del mio percorso. Forse, la prossima volta potrei anche osare e provare un po’ più di tempo. Non sono sicurissimo sulle due ore, non ancora, la tentazione è di provare i 90 minuti. Vedremo.

Per ora, quello che posso dire e fare è ringraziare Luca e Nicoletta. Francesca, senz’altro. E Riccardo che mi ha supportato per via telematica.

Sono quasi le 19, adesso. Sono sereno.

In my mind, there’s no sorrow
Don’t you know that it’s so?
There’ll be no sad tomorrow
Don’t you know that it’s so?

There’s a place…

About pensatorescientifico1969

Perchè sono l'Amministratore
This entry was posted in Articolo, Divertissement, Letture, News, Psichedelia, Trip Report and tagged , , , . Bookmark the permalink.