La grammatica della Psichedelia e il sassolino fuori dalla scarpa

Ho sentito dire e spesso ho letto che nell’ambito della Psichedelia manca la grammatica per descriverne le esperienze.

Questa affermazione mi ha sempre lasciato piuttosto perplesso, anche perchè ho avuto modo di constatarla in prima persona; nel mio brevissimo percorso (un anno giusto oggi, 24 Aprile 2026) in questo mondo mi sono trovato spesso senza adeguati termini per descrivere quello che ho esperito, in termini di emozioni, riflessioni ed esperienze visive e musicali.

Questo mi ha gettato in uno stato di frustrazione notevole: da un lato c’è una sovrabbondante narrativa aneddotica che trovo totalmente inadatta e completamente superata (per non dire dannosa e fuorviante) per descrivere l’esperienza psichedelica, dall’altra c’è una ricerca scientifica che è ancora troppo giovane e che sta correndo il serio rischio di essere fagocitata da personaggi e aziende di dubbissima moralità (vorrei ricordare l’evento del 2022 della Psychedelic House tenuto a Davos in Svizzera, dove hanno partecipato elementi come quel cialtrone infame di Deepak Chopra e quell’altro, molto più pericoloso di Compass Pathways che se in superfice sempra tanto buona e caritatevole, annovera tra i suoi sponsorizzatori un soggetto come Peter Thiel, cofondatore tra le altre cose di PayPal e soprattutto di Palantir Technologies e finanziatore del fascista arancione conosciuto come Donald John Trump. Che dire, c’è proprio da essere tranquilli…) ma di chiarissimi intenti economici e di potere.

Ebbene, cercando meglio e lasciando le briglie sciolte alla mia curiosità, sto scoprendo con sommo piacere che quella grammatica esiste già. E se non esiste, è assolutamente possibile (anzi, quasi doveroso) crearla.

Ritengo che il problema risieda nel fatto che il pensiero comune è confinato nella semiotica e nella grammatica della lingua che meglio conosciamo. Per i più ignoranti è l’italiano (e sovente anche questo fa difetto); per chi ha una cultura a mala pena decente si può includere l’inglese. La questione però non risiede tanto nella conoscenza di una o più lingue ma nella “curiosità”, nella voglia di conoscere e nello sforzo che questa voglia comporta. Se manca la curiosità e manca la volontà di compiere lo sforzo, il “conatus”, uno può conoscere dieci lingue ma comunque mancare di capacita descrittiva.

Non solo. Se esiste la volontà di capire, la sete di conoscenza, niente e nessuno ci impedisce di CONIARE nuovi termini. Lo abbiamo sempre fatto, non esiste nessuna ragione per non farlo oggi e in questo ambito.

Ho avuto modo di constatare quanto ho appena scritto con l’ausilio del mio cluster AI al quale ho descritto le emozioni e le sensazioni che ho provato durante le mie esperienze psichedeliche e sono rimasto quasi letteralmente a bocca aperta quando ho ricevuto delle risposte talmente chiare da sembrare finte. Proprio per quello le ho verificate una per una ed ho riscontrato che erano tutte corrette.

  • HIRAETH: termine gallese che indica un forte rimpianto per qualcosa che è andato irrimediabilmente perduto, sia questi un luogo, una persona o un momento. É quello che ho provato il 26 Marzo guardando me stesso allo specchio e vedendo il me bambino. É stata una esperienza potente che non aveva un vero e proprio nome, fino a che non ho imparato che invece ha un nome che la descrive perfettamente.
  • ANEMOIA: è un termine di origine greca, ἄνεμος (ánemos), vento + νόος (nóos), mente. L’anemoia è una potente nostalgia che si prova per un tempo che non si è mai vissuto. Francesco Guccini ne cantò nel 1983 nella sua canzone “Argentina”: quella nostalgia che prende a volte per il non provato. É quello che ho sentito, potente e straziante, il 19 Aprile quando ho finito di guardare il musical Hair, il desiderio struggente di tornare in quel tempo quando tutto era probabilmente ancora nuovo e da scoprire (lo so che sto romanticizzando ma concedetemi questa debolezza) anche se stava già andando tutto verso un disastro dal quale non ci siamo più ripresi.
  • OCCHIOLISM: questo è sorprendentemente nuovo e familiare. É derivato dall’italiano “occhiolino” e fu originariamente dato da Galileo Galilei a un prototipo di microscopio all’inizio del XVII secolo. É stato usato poi da John Koenig, uno scrittore americano, nel suo libro “The Dictionary of Obscure Sorrows” per indicare la consapevolezza dei limiti della propria prospettiva, mettendo in evidenza come tale limitazione influenzi la comprensione del mondo, riflettendo un’analisi linguistica e filosofica della percezione e della comprensione. Credo che chiunque abbia avuto una esperienza psichedelica profonda sappia esattamente a cosa si riferisca occhiolism. L’unico appunto che mi sento in dovere di fare è che questta sensazione non deve essere una scusa per fermare lo sforzo di comprensione e la tensione verso la conoscenza, l’accasciarsi della curiosità perchè “tanto non possiamo conoscere tutto” (discorso becero e ignorante che ho sentito fare fin troppo spesso) ma deve essere esattamente l’opposto ovvero la spinta verso la ricerca, combustibile per alimentare il fuoco della curiosità.
  • ONISM: è un altro neologismo di John Koenig, tratto sempre dal suo summenzionato libro ed è stato pensato per esprimere uno specifico stato emotivo legato ai limiti dell’esistenza umana. Il termine deriva dal concetto di monismo, che si riferisce all’idea di un’unica realtà o esistenza, la convinzione che la realtà sia unitaria. Questo neologismo riflette la frustrazione di essere confinati in un unico corpo e di poter vivere la vita in un solo luogo alla volta, la consapevolezza delle esperienze non vissute, il conflitto emotivo derivante dal rendersi conto che, avendo a disposizione una sola vita, esistono innumerevoli esperienze e luoghi che non si potranno mai conoscere. É soverchiante, fa male quasi al livello fisico ma per quel che mi riguarda è parte integrante della mia esperienza psichedelica e sta lentamente, faticosamente diventando parte essenziale (insieme all’occhiolism) del mio conatus attuale. So che potrebbe essere molto facile e allettante prendere queste definizioni come scusa perfetta per arrendersi, non fare niente “tanto non ne vale la pena” ma questo è un ragionamento da perdenti e soprattutto in tempi come questi non ce lo possiamo permettere.
  • KENOPSIA: è l’ennesimo neologismo di John Koenig, derivato dal greco κενός (kenós, «vuoto») e il -οψία (-opsía, «vista»). Non ho mai provato questa cosa direttamente ma la capisco: è quella inquietudine di vedere un luogo solitamente affollato in uno stato di vuoto o abbandono, luoghi che oggi chiameremo “spazi liminali”. In alcuni film questi spazi sono mostrati eccezionalmente bene: Inland Empire, Vivarium ma volendo anche The Shining, Silent Hill, Stalker e molti molti altri.

Altri neologismi per meglio definire e raffinare l’esperienza psichedelica li ho coniati quando ho cercato di ridefinire le sostanze psicoattive come engnotiche e gnoseogeniche. Perchè no? Cosa me lo impedisce? Nulla, ovviamente.

Le mie definizioni verranno mai prese seriamente? Non lo so. Mi piacerebbe ma poco mi importa.


Ed ora mi voglio togliere un sassolino dalla scarpa. Ho usato la psilocibina naturale.

Tra le varie regole che sento ripetere spesso da chi si definisce “psiconauta” c’è anche quella del “rispetto per la sostanza”.

Dopo avere esperito la psilocibina (anche prima, a dire il vero ma dopo questa cosa è diventata più forte e imperativa che mai) provo un moto di profondo fastidio se non proprio di repulsione a sentire il termine “funghetti magici”, solo a scriverlo mi vengono le bolle sulla pelle delle dita.

PRIMO: non c’è niente di magico. É il caso di rigettare una volta per tutte questa cazzo di narrativa e di smetterla di verniciare di misticismo, magia e superstizioni varie le sostanze psichedeliche. Ne ho letteralmente le palle piene di sentire parlare di viaggi extracorporei, energie sottili, entità più o meno misteriose e altre baggianate di questo tipo. Sono raccontini che non fanno altro che trascinare avanti favole, false credenze e possono essere terribilmente pericolose. Anche basta.

SECONDO: “funghetti“? Quando questo lezioso vezzegiativo è stato accettato come rispettoso nei confronti di una sostanza così potente come la psilocibina? Mi fa tanto venire in mente quelle comari che si riferiscono agli psicofarmaci come alla “pillolina” da prendere per “stare bene”. Stessa cosa. Stessa sottovalutazione e quindi stesso enorme rischio, altro che rispetto per la sostanza. Parliamoci chiaramente: qui da noi la psilocibina è una droga illegale, che piaccia o non piaccia ed è inutile iniziare ad insultare il governo e a fare scenate antifa (come ho visto fare) perchè tanto non cambia niente e nascondersi dietro svenevoli e infantili definizioni non cancella lo stato di illegalità (sia di consumo che di coltivazione, perchè in troppi sono convinti che coltivarsi i funghi in casa “risolva il problema”) e la vera natura della sostanza stessa quindi BASTA con questa definizione rivoltante e fuorviante. I funghi allucinogeni hanno una tassonomia ben specifica che dovrebbe essere conosciuta. Hanno anche dei nomi più comuni (ad esempio un tipo di Psilocybe cubensis è conosciuto come “Golden Teacher”) e sarebbe utile conoscere prima la tassonomia ufficiale e DOPO il nome popolare ma basta chiamarli “funghetti magici” e che cazzo!

Nota di colore: se fossi un fungo allucinogeno e sentissi qualcuno che mi chiamasse “funghetto magico” farei di tutto per dargli un bad trip indimenticabile per fargli passare la voglia di usarli ancora. Ma questo sono io e per fortuna vostra non sono un fungo allucinogeno…

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