Trip Report: 13/06/2026

Alla fine ci sono riuscito, ho conosciuto Molly. Ma vista l’esperienza preferisco chiamarla, più rispettosamente, con il suo nome: MDMA, 3,4-metilenediossimetanfetamina.

L’ho provata il 13 Giugno 2026, di pomeriggio. In effetti non è la prima volta che l’assumo; già il 14 Maggio 2026 ne avevo mandato giù 0,214g (21,4 cg) e il 3 Maggio ne avevo ingeriti esattamente 0,100g (1cg) ma il 3 Maggio non avevo notato praticamente alcun effetto se non una leggera ebbrézza chimica.

Il 14 Maggio avevo sentito qualche effetto nel fisico; un ammorbidimento degli arti, una rilassatezza mentale e una aumentata sensibilità alla Musica che era diventata in qualche modo tattile, sinestetica: sentivo la Musica sulla pelle ma non in maniera eclatante, più in maniera delicata, quasi gentile.

Il 13 Giugno invece, il dosaggio è stato decisamente più importante: 0,305g (30,5cg) mandati giù a parachute con un sorso di cocacola, dopo un pranzo leggero, alle 16,37.

Per circa un’oretta non è successo nulla. Le mie aspettative non erano altissime, ho dei pregiudizi sull’MDMA (dovrei dire “avevo” dei pregiudizi…), in primis la mancanza dell’indolo che sono sempre più convinto è “l’anello magico” che dona alle sostanze la chiave per aprire il mio spirito. Si, ho scritto spirito. Ho le mie motivazioni.

Mi sono messo a suonare la chitarra, senza aspettarmi nulla in particolare. Sapevo che la dose è considerata alta sotto tutti i punti di vista ma dovevo capire questa sostanza. Dovevo capire come avrei reagito io con questa sostanza nel cervello.

Quando dopo circa tre quarti d’ora ho smesso di suonare, continuavo a non avvertire nulla di particolare, nulla di eclatante. Sapevo però di dover avere pazienza, sapevo che a volte alcune sostanze ci mettono di più a fare effetto, a volte di meno. A volte la stessa sostanza ci mette un ora, a volte venti minuti (vedi il mio ultimo viaggio con l’LSD) quindi mi sono rollato una sigaretta e mi sono messo sul balcone a prendere un po’ di sole e fumare lentamente.

Sarà stato il caldo, sarà stata la nicotina, saranno state le molecole che hanno iniziato ad invadere gli spazi intersinaptici ma qualcosa, sul balcone, ha iniziato a cambiare. All’inizio è stata la Musica: gli altoparlanti erano nello studio ma i suoni erano più belli. Non posso dire che fossero più definiti (come con l’LSD) ma erano… Giusto più belli. Li sentivo addosso; provavo dei formicolii sulle gambe e sulle braccia che seguivano il ritmo della Musica. Non qualcosa di forte o di invadente ma qualcosa che si insinuava “sottopelle”, indiscutibilmente sensuale anche se non apertamente erotico. Non ancora per lo meno.

Sono rientrato in casa e i suoni mi hanno avvolto. Non so come altro descrivere questa cosa. Li ho sentiti addosso me, come mani, come tessuti morbidi, come un leggero vento tiepido. Mi è mancato il fiato. Non riuscivo a dire niente, a fare niente, ero sopraffatto da queste sensazioni, dai suoni. Era meraviglioso. Era… Giusto.

E come al solito mi sono commosso, ho sentito qualcosa di caldo venire giù dagli occhi e scorrere sulle guance. Ho cercato, giorni dopo, qualcosa che potesse descrivere la sensazione che stavo provando e la cosa che più assomiglia è “estasi“. L’estasi (dal greco ἔκστασις, composto di ἐκ o ἐξ + στάσις, ex-stasis, «essere fuori») è uno stato psichico di sospensione ed elevazione mistica della mente, che viene percepita a volte come estraniata dal corpo: da qui la sua etimologia, a indicare un «uscire fuori di sé».

Non potrei definire meglio quello che ho passato quel pomeriggio. Non so per quanto tempo sono rimasto immobile, in piedi o seduto o sdraiato sul letto a contemplare e non contemplare. Ad ascoltare e non ascoltare. Perchè se da un lato ero nell’esperienza, ero nella Musica, ero nella tattilità, dall’altro ci sono stati momenti nei quali non ero. Non ascoltavo. Non percepivo nulla e forse proprio in quei momenti ho vissuto l’estasi più profonda.

Uno scivolare verso una sensazione di dissoluzione totale, intuire che il corpo si stava liquefando, sublimando in qualcosa che non era immanente, non era tracciabile, non era neanche pensabile.

Vagamente percepivo la gravità che si spostava in altri posti e mentre sentivo il corpo che mi lasciava (senza provare però paura o timore), sentivo che qualcos’altro iniziava a volare, a staccarsi per seguire rotte che non sapevo e che ero più che impaziente di percorrere, anche se “impazienza” non è il sostantivo che meglio riflette quello che stavo vivendo.

Volevo, quindi da un lato c’era senz’altro un atto volitivo ma dall’altro c’era un totale abbandono, non ero più il mio corpo e probabilmente non ero più neanche la mia volontà.

Qualcosa stava raccogliendo quello che era rimasto di me, quella parte che si era liquefatta e mi stava accompagnando altrove.

Abbandonarmi era l’unica cosa che potevo, volevo e dovevo fare. E così sono volato via, in mezzo a suoni che sentivo distintamente come vibrazioni che mi passavano attraverso ma potrei giurare che non mi attraversavano il corpo. Erano troppo profondi, troppo ricchi, troppo colorati, forse il mio corpo non sarebbe stato in grado di recepirli o di capirli.

Non so davvero per quanto tempo sono rimasto in questa estasi, era tutto così morbido, tiepido, vagamente umido e profumato. Non c’ero più, ero mescolato in qualcosa di più grande di me, di così immensamente accogliente che mi sono accorto solo ore dopo che avevo inzuppato il cuscino di lacrime.

Ogni tanto, non so come, qualcosa mi spingeva ad aprire gli occhi e quello che ho visto è stato altrettanto estatico.

Sdraiato sul letto ho provato ad alzare le braccia ed ho visto la mia pelle nera, nero carbone con delle minuscole scaglie dorate sparse sulla superfice, dei minuscoli punti dorati. Se passavo un dito sulla pelle, questo lasciava una scia luccicante di questi punti dorati che lentamente svaniva nel nero carbone.

Questa cosa mi è piaciuta tantissimo! Non smettevo di passare le dita sul dorso della mano, sulle braccia! Anche perchè la sensazione tattile era assurdamente piacevole! Mi passavo le mani sul volto, sul torace e sentivo ogni singolo atomo che si strofinava sull’altro. Mi sono messo a ridere e sentivo il respiro come un vento caldo che usciva dalla mia gola, lo sentivo così chiaramente che per un momento ho pensato di essere Eolo e che stavo per scatenare una tempesta.

Sentivo la lingua battere sui denti, le labbra che si tendevano in un sorriso, la risata che risuonava nei polmoni. Sentivo tutto ed era bello.

Poi ho guardato il lampadario e per un momento mi sono spaventato. É stato giusto un attimo ma mi sono spaventato; ho visto qualcosa che assomigliava molto a lunghi capelli bianchi che fluttuavano sul soffitto, come se fossero immersi in acqua e il lampadario stesso era una strana stella rossa che pulsava a ritmo di Musica. TUTTO stava pulsando a ritmo, anche quello strano formicolio nelle gambe.

Non me lo aspettavo di vedere quei capelli bianchi sul soffitto, quello mi ha brevemente spaventato ma una volta che ho accettato la cosa, non ho potuto fare a meno di rimanere sdraiato a guardare quelle onde e quella stella che respiravano, che emettevano onde ritmiche.

E lentamente un pensiero è emerso: “se un dio ci deve essere in questo universo, è la Musica“. Ed ho ricominciato a piangere, di una felicità che non posso non definire sovrannaturale. Ero talmente, intimamente fuso con la Musica che ancora una volta stavo perdendo i confini del mio corpo. Non sentivo più le mie mani, i miei piedi. I confini si stavano disfacendo in onde sonore ed era totalmente una gioia sentirsi diventare Musica.

“Stai con me, non andare via, ti prego”

Ho ripetuto questa frase, forse l’ho pronunciata, forse l’ho soltanto pensata. Ma la ripetevo come un mantra. Non volevo che quella sensazione finisse. Non volevo tornare indietro.

Se chiudevo gli occhi, volavo via. Se li aprivo, la stella rossa e il mare di capelli bianchi erano li, pronti a riaccogliermi. Il tutto avvolto dal calore musicale. Qualsiasi scelta era giusta. Era buona.

Ovviamente, perchè a quanto pare non si sfugge dalla propria natura, c’è stato un momento nel quale ho visto un esercito di papere di gomma, gialle con il becco arancione, che galleggiavano in un oceano di porpora, mentre una di queste, più grande e imponente mi guardava sorridendo apertamente. Piero, il papero psichedelico era passato a trovarmi.

Non potevo essere più felice di così!

Per un qualche motivo mi sono alzato dal letto. Era strano camminare. Scalzo, sentivo ogni imperfezione delle piastrelle del pavimento. Vedevo la Musica intorno a me, vedevo il movimento delle particelle d’aria e polvere, lo sentivo sulla pelle, nelle orecchie e forse lo sentivo nel mio spirito, più che nel mio corpo.

Sono andato in bagno e quel che ho visto allo specchio è stata la cosa più incredibile: il mio riflesso allo specchio aveva delle stelle negli occhi. Dei punti di luce così netti e brillanti che quasi nascondevano le pupille. La pelle nera come il carbone punteggiata di minuscoli granelli dorati. La barba che si muoveva lentamente come alghe.

Ero io? Ho provato a raggiungere quella immagine tendendo una mano ma lo specchio mi ha fermato e mi sono sentito subito triste, volevo raggiungere quella persona, volevo abbracciarla ma non potevo.

“Mi dispiace, non posso raggiungerti, non ci riesco. Mi dispiace, perdonami”

Potrei giurare che la figura dall’altra parte dello specchio non fosse altrettanto triste. Non felice ma non triste come me. Potrei giurare che il suo sguardo fosse rassicurante, silenzioso ma rassicurante. Io invece avevo un disperato bisogno di toccarlo.

Ho aperto il rubinetto e la sensazione dell’acqua fredda sulle mani è stata un’altra esperienza incredibile.

La sentivo come qualcosa di vivo. Qualcosa che stava avvolgendo le mie mani, che stava giocando con le mie dita. Era straordinario… Continuavo a farla scorrere, fredda ma giusta, volevo sentirla fredda, in contrasto con il calore che emanava la pelle.

E quando ho alzato le braccia, ho sentito ogni singola goccia che colava verso i gomiti.

Ogni. Singola. Goccia.

Ho sentito ogni goccia che da fredda diventava tiepida, ho sentito ogni singolo percorso ed ogni percorso è stato un brivido di piacere. Sono andato avanti per ere geologiche così, a raccogliere acqua nelle mani e farmela colare sulle braccia, sul torace. Fino a che non ho deciso di bagnarmi la faccia.

Ho raccolto dell’acqua nel cavo delle mani ed ho tuffato il volto in quella minuscola piscina. Era morbida. L’acqua è morbida? Per me lo è stata.

Mi sono passato le mani bagnate sul viso, ascoltando come colava sul collo e sul petto, leccandomi le dita per sentirne il sapore. Il contatto della lingua con la punta delle dita è stato intenso, il sapore della pelle, la sensazione ruvida e morbida della lingua sulla punta delle dita, sentire nel frattempo l’acqua che colava su tutto il corpo… Ero in una totale estasi.

Ho riaperto gli occhi, non so quando e non so come ma le stelle che avevo visto prima erano ancora più brillanti, non c’erano più le pupille, c’erano queste luci bianco-azzurrine che facevano risaltare i granelli dorati incastonati nella pelle nera.

Ho inziato a ridere senza ritegno, non potevo non ridere. Tutto intorno a me stava pulsando, respirando. Ora che il mio corpo era bagnato sentivo ogni corrente d’aria come una mano fresca che mi carezzava ed era assolutamente bello, dolce e profondamente erotico.

Sono rimasto in piedi in casa a respirare suoni e visioni per una eternità e mezzo. Altre volte mi sono sentito sublimare e perdere i confini, non me lo aspettavo ma ho abbracciato la cosa con gioia.

C’è qualcosa in quel dissolversi, in quel perdersi. É uno disfacimento che non mi fa paura perchè forse non è un vero disfacimento ma un ricongiungimento. A cosa, non lo so. Ma lasciarmi dietro il corpo per ritornare verso… Boh. Non so verso cosa. Torno a casa? Ha senso questa frase? Quale casa? Ha poi davvero senso farsi queste domande?

Si, credo di si, è la mia natura, è la natura dell’uomo farsi domande anche quando queste non avranno mai risposta. Quindi, dissolversi e ricongiungersi. In qualche modo. Con qualcosa.

La prima annotazione che sono riuscito a prendere è stata alle 20,47.

“Non andare via ti prego”

Stavo percependo che gli effetti iniziavano a scemare e non lo volevo, volevo stare con… Con la droga? Non ne sono sicuro. Più probabilmente volevo rimanere con l’entità che la droga mi ha fatto percepire. Volevo stare con μουσική. Non volevo che se ne andasse. Ma sentivo che stava allontanandosi e mi ha preso una tristezza cosmica che mi ha fatto davvero male. Non volevo.

Ho pianto, ho pregato disperato, ho implorato che non se ne andasse via ma era inevitabile. Lo sapevo ma non di meno mi stavo sentendo derubato e spogliato. Non sapevo cosa, a chi chiedere aiuto.

Devi accettare questa condizione, hai ricevuto, ora devi restituire. É la condizione del navigante.” mi sono detto ma non funzionava.

Ho pianto senza ritegno. Che altro potevo fare? Che altro si può fare di fronte all’inevitabilità?

E poi è accaduto quello che non avrei mai potuto prevedere, immaginare, temere. E non so ancora perchè mi è successo. É accaduto qualcosa che mi ha fatto davvero male, nel profondo.

Ho pensato alle persone che ho perso nel corso della mia vita. Perso davvero, senza possibilità di ritorno o redenzione perchè sono persone che sono morte.

Ho pensato ai miei amici che sono morti, alle persone che ho amato e che sono morte. Alcune fisicamente, altre morte dentro (e forse, forse è una morte peggiore) ma in ogni caso morte.

Ho ricordato i loro nomi, uno per uno. Ho ricordato come sono morte. Ho ricordato il pezzo di vita che ho condiviso con loro, l’ultima volta che le ho viste.

E cazzo se ho provato dolore. Non sono neanche riuscito a piangere, ero paralizzato sul letto. Non riuscivo a muovermi, a parlare, forse non sono neanche riuscito a respirare in maniera appropriata, forse sono rimasto in apnea.

C’era solo questo orribile senso di schiacciamento dietro lo sterno, questo atroce annaspare nel chiedersi perchè sapendo (e forse questo rendeva il dolore ancora più penetrante) che non ci sarebbe mai stato alcun perchè e che la mia domanda sarebbe solo servita a stare peggio.

Ma non potevo non chiedermelo. Non riuscivo a fermarmi.

Stavo sprofondando nelle sabbie mobili.

Con il dolore è venuta la rabbia, sono venute le urla e i pugni tirati all’aria. Non riuscivo ad accettare niente di tutto quello. Non capivo perchè dovessi stare così male quando poco prima (poco?) stavo così bene, non capivo perchè le persone che ho amato avevano dovuto morire, non capivo perchè non dovessi avere una risposta. Me la meritavo una risposta. Non capivo, non capivo un cazzo di niente, non avevo uno straccio di risposta, una qualsiasi risposta mi avrebbe confortato e invece non avevo niente.

Un vuoto talmente sterile che mi avrebbe probabilmente ucciso se avessi continuato a indagarlo.

La rabbia era soffocante, il dolore era assordante; tutto era diventato cacofonia oscura. Non sapevo cosa cazzo fare, solo una cosa mi era chiara: non potevo continuare a rimanere in quella situazione ma non sapevo cosa fare.

La Musica era diventata una minuscola particella, lontana e quasi muta.

Ho provato a fare l’unica cosa che so fare: arrendermi. Non so fare altro quando le cose diventano difficili, durante un viaggio.

Ho provato a pensare, non so se ci sono riuscito davvero ma ci ho provato.

“Bene, se devi distruggermi in questo modo, allora vieni a me, fai quello che devi e finiamola qui”

Credo di avere pensato qualcosa di simile, non verbatim, non con parole ma il senso era quello. Stavo per cedere sotto un peso che non mi aspettavo di dover subire, che non ero sicuro di poter gestire e che rispetto al quale non avevo le forze necessarie per reggerlo. Quindi che mi schiacciasse pure, non vedevo alternative.

E volevo che quello strazio finisse velocemente.

Ho chiuso gli occhi, ho provato a regolarizzare la respirazione con il box breathing e forse in qualche modo ci sono riuscito perchè lentamente (ma più velocemente di quanto sperassi) il dolore ha iniziato a diluirsi, la rabbia ha iniziato a calmarsi e la Musica è tornata vicina. Ci è voluto tempo e non è stato facile; ogni tanto i nomi e i volti tornavano e con quelli tornavano fitte di dolore ma piano piano la marea si è ritirata ed ho ricominciato a respirare.

Era notte quando, infine, è passato tutto. Ho controllato l’orologio ed erano le 23,44. Ero stanco, distrutto. Ma curiosamente lucido, la mente era in qualche modo chiara e limpida. Ho bevuto come un cammello perchè avevo una sete pazzesca, avevo sudato tantissimo, avevo pianto tantissimo.

Ho passato la domenica successiva (14 Giugno) a camminare nel parco Sempione, a fumare sigarette, a bere bibite e acqua e a riflettere.

É stata una esperienza intensa, come altro definirla altrimenti? Ho provato picchi di gioia, ho provato l’estasi, lampi di piacere e un abisso di dolore. Beh, in fin dei conti posso definirla una esperienza psichedelica completa. Difficile, impegnativa ma completa. E decisamente NON un bad trip.

Ora che è passato qualche giorno e che sono ancora in un tenero e piuttosto complesso afterglow (a quanto pare la MDMA mi da un afterglow, proprio come sua Maestà LSD) posso trarre alcune conclusioni.

Questa sostanza mi è indubbiamente “amica” in qualche modo. La Musica con essa è qualcosa di talmente fisico che si fonde con il sensuale. Decisamente di più che con l’LSD.

Tutta la sfera della percezione viene lanciata nell’iperspazio e capisco molto bene perchè questa droga viene definita come quella che dona “aumento della sensibilità, della percezione o della sessualità” o effetti entactogenici. Oh se lo capisco adesso!

MA… C’è una discreta differenza tra MDMA e LSD che ritengo sia importante sottolineare. E sottolineo che questa differenza vale solo per me, non so se qualcun’altro ha la mia stessa impressione.

L’MDMA mi ha regalato sensazioni ed emozioni più centrate sulla fisicità. A parte il momento di pura estasi (che comunque vorrei sperimentare con una dose equivalente di LSD per capire se il momento estatico è legato alla molecola o ad una mia predisposizione, preparazione o cos’altro) ma la maggior parte del viaggio è stato un viaggio fisico: la Musica era fisica, le sensazioni erano fisiche, l’eccitazione era scaturita dal contatto, dal toccare, dal leccare. Piacevole, eccome! Non nego questo!

L’LSD invece fa scaturire la sua piacevolezza, il suo essere entactogeno da qualcosa che è anche, profondamente, spirituale e non solo fisico. La Musica assume significati più profondi, non è “solo” vibrazioni meccaniche che vengono amplificate e amplificano; è una sostanza che rende iperrecettiva la mente al messaggio ineffabile della Musica stessa, quel mistero per il quale molecole che si muovono in sincrono scatenano emozioni, ricordi, desideri.

Una riflessione riguardo la Musica è che, ad esempio, non ricordo il nome di un pezzo che ho ascoltato insieme all’MDMA. Invece, con l’LSD ricordo bene ogni musica che ho ascoltato, nonostante i dosaggi.

La sensualità e l’erotismo dell’LSD nasce da un desiderio che non è solo carnale ma che ha radici in qualcosa di più profondo, che cerca questa profondità e ne ha bisogno per manifestarsi. Non è il “semplice” desiderio di toccare qualcuno, di sentirne il corpo e di accoppiarsi, è il desiderio di fondersi, di conoscere quel qualcuno, di farsi avvolgere dalla luce dell’altro e di penetrarne non solo il corpo ma anche il suo spirito.

É come se l’MDMA fosse una piccola parte dell’esperienza che invece può regalare l’LSD. Senza negarne la piacevolezza, lo stupore e la meraviglia ma la mia personale sensazione è che se paragono l’MDMA a l’LSD, questa mi sembra incompleta.

Bella, intensa ma incompleta.

Tra qualche mese, probabilmente ripeterò l’esperienza in un contesto diverso e vedremo che cosa imparerò allora. Voglio lasciare passare un bel po’ di tempo perchè in programma ci sono altri viaggi con altre molecole, altre cose che devo provare, capire.

Ma il mio rapporto con questa signora non è finito qui. Non ora, per lo meno.

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