Chi è uno Psiconauta? Sono uno Psiconauta?

Dopo poco più di un anno di utilizzo di sostanze psicoattive e dopo parecchie letture, mi è impossibile non farmi questa domanda.

Me la pongo con un certo timore riverenziale perchè questo sostantivo ha un suono che mi sembra piuttosto importante, per niente banale e questa importanza è ancora più evidente dopo quello che ho letto, sia riguardo la Psichedelia che riguardo gli Psiconauti.

Parto dalle basi: Il termine “psiconautica” (dal greco antico ψυχή psychē, “anima, spirito, mente”, e ναύτης naútēs, “marinaio, navigatore”) indica sia una metodologia volta a descrivere e spiegare gli effetti soggettivi degli stati alterati di coscienza, compresi quelli indotti dalla meditazione o da sostanze psicoattive, sia un gruppo di ricerca in cui il ricercatore si immerge volontariamente in uno stato mentale alterato al fine di esplorarne le esperienze associate.

Uno Psiconauta è quindi una persona che esplora stati alterati di coscienza, sia attraverso l’uso di sostanze psicoattive, sia tramite la meditazione o altre tecniche. Il termine è stato coniato da Ernst Jünger negli anni ’70 e da allora è stato utilizzato per descrivere una vasta gamma di persone interessate all’esplorazione della coscienza.

Cosa fa, uno Psiconauta? Come lo fa?

Le letture ad oggi mi hanno indicato che l’obiettivo di uno psiconauta è quello di intraprendere viaggi interiori per esplorare i confini più remoti e i livelli più avanzati della coscienza e trovare risposte a profonde domande spirituali.

Gli psiconauti sono interessati a esplorare i meccanismi interiori della mente e la natura stessa della realtà. Possono cercare di comprendere i propri processi psicologici o di acquisire una visione più profonda della realtà dell’universo nel suo insieme.

Non sono parole mie. Non sono concetti miei ma ho deciso di citarli qui per avere un paragone tra quanto la letteratura afferma e quanto ho invece imparato con l’esperienza e se c’è qualcosa in comune o meno.

Se vado a rileggere il mio diario, una delle prime cose che scrissi prima ancora di assumere qualsiasi sostanza psichedelica furono questi appunti:

Stato d’animo (set)
Ambientazione (setting)
Intenzione (intention)
Umiltà
Riflessioni

Erano i primissimi concetti che avevo fatto miei, che avevo studiato e che erano immediatamente diventati salienti. Ripeto, all’epoca ancora non avevo toccato alcuna sostanza se non alcuni derivati del THC che all’epoca erano legali in Italia.

Altre riflessioni:

Capire cosa può offrirmi la sostanza. Come funziono sotto effetto? Come funziono dopo l’effetto?  Mi aiuta con l’intenzione? Se si, ne vale la pena?

E ancora, piuttosto preoccupato per il “bad trip”, avevo approfondito l’argomento e ne avevo concluso (ancora all’oscuro da qualsiasi esperienza) che:

Il bad trip non è causato dalla sostanza ma dal mio set e come tale va accettato e compreso e soprattutto non dura per sempre.

Oggi non sono così matematicamente sicuro che un bad trip non sia causato dalla sostanza. Ne sono ragionevolmente sicuro ma non certo. Ad oggi posso affermare di non avere mai avuto un bad trip.

Più e più volte ho evidenziato due concetti:

UMILTÀ
RILFESSIONE

Umiltà nei confronti di sostanze che hanno la capacità di allentare e alterare (se non addirittura smontare) il default mode network (DMN) e quindi proiettarmi in uno stato mentale incredibilmente aperto, percettivo e malleabile.

Riflessione per elaborare da lucido quanto vissuto durante l’esperienza psichedelica, cosa che per un certo periodo di tempo avevo dato per scontata ma che si è rivelata sia più impegnativa di quanto credessi, sia più importante di quanto credessi. E decisamente più prolifera di quanto potessi immaginare.

Altri appunti:

Le sostanze psichedeliche sono un mezzo esplorativo e non un modo per promuovere o deificare il proprio ego.

Alcune regole che dovrebbero essere sempre tenute in considerazione quasi come leggi sono la “riduzione del danno e la sicurezza personale“, “non nuocere agli altri“, “la consapevolezza dell’ego“, “integrazione e riflessione“, “comunità e connessione“, “diverse prospettive ed esperienze“, “destigmatizzare ed educare“, “umiltà e rispetto nei confronti della sostanza usata“.

Queste erano le riflessioni fatte prima. Oggi posso dire che alcune le ho messe in pratica, in alcuni casi con successo, in altri con meno. Alcune ancora non sono riuscito a realizzarle come ad esempio la “comunità e connessione”, le “diverse prospettive ed esperienze” e “destigmatizzare ed educare”. La vita in pressocchè totale isolamento che ho vissuto fino a poco più di un anno fa non mi ha dato i mezzi per creare una comunità o connessioni che mi abbiano permesso di condividere le diverse prospettive ed esperienze. Non so se oggi questa cosa sta davvero cambiando; qualcosa si sta muovendo ma è ancora troppo presto per dichiararlo un cambiamento anche se sento che questa parte dell’esperienza psichedelica mi sta mancando molto.

Poi ho iniziato ad esplorare e da allora sto continuando, cercando di capire il senso di questo esplorare e le modalità nelle quali avviene.

Modalità che ho avuto modo di studiare, prima, e di applicare, dopo.

Quindi, cosa sto facendo di preciso?

Mi sto interessando agli stati alterati di coscienza. Sicuramente si. Non solo con l’uso di sostanze psichedeliche ma anche con la meditazione e la meditazione con uso di sostanze. Non ho la competenza clinica per capire cosa sia la coscienza, per questo mi devo fidare di chi ha dedicato la sua vita a questi studi. Quello che posso fare è a mia volta studiare la parte clinico/scientifica, alterare con attenzione la mia coscienza e comparare quello che ho vissuto con quello che è stato studiato. I risultati fino ad oggi sono stati a dir poco interessantissimi e in molti casi entusiasmanti.

Mi sto focalizzando sulla crescita personale e sulla scoperta del se. Ancora una volta, sicuramente si. Considero le mie esplorazioni degli stati alterati di coscienza come un mezzo per comprendermi meglio e, possibilmente, il mondo che mi circonda. Sto attivamente cercndo esperienze che mettano in discussione i miei preconcetti e le mie convinzioni e sono disposto ad accettare l’incertezza e l’ignoto. La decisione di mettere in gioco la mia idea di spiritualità ne è l’esempio più grande. Non so dove mi porterà questa esplorazione ma so che è una cosa che devo fare e sono pronto (almeno in teoria) a rivedere completamente le mie idee perchè so che potrebbe accadere. Forse no, forse si. Sul mondo che mi circonda, ancora non posso esprimermi se non con una semplice, minuscola osservazione: ad oggi, quello che ho percepito cambiato non è l’esterno, il mondo: è come lo interpreto io. Con un briciolo in più di compassione ma, ripeto e sottolineo, il mondo non è cambiato. Quello che faceva schifo prima continua a fare schifo, quello che era meraviglioso prima continua ad essere meraviglioso. E “solo” cambiato l’occhio dell’osservatore o meglio, la mente dell’osservatore ed è già tantissimo.

Sto attivamente cercando una apertura mentale. Un argomento interessante. In alcuni casi potrei dire che c’è stato un certo tipo di apertura mentale e in effetti sto continuando a cercarlo. In altri casi, questa “apertura” non è avvenuta. Alcune narrazioni tipiche della Psichedelia non sono attecchite anzi, mi hanno provocato un moto di rifiuto piuttosto netto e aspro. Alcuni argomenti come “la consapevolezza dell’interconnessione di ogni cosa nell’universo” oppure “mettere in discussione i presupposti alla base della scienza e della filosofia moderne e cercare prospettive e visioni del mondo alternative” mi provocano una vera e propria ribellione intellettuale. Non che non creda che non siamo in qualche modo connessi ma di sicuro non credo che lo siamo nel modo che percepisco come ingenuo e vagamente fiabesco come quello summenzionato. Mi risuona molto di più e trovo che sia anche molto più poetico e commovente quanto detto da Neil deGrasse Tyson: “We are all connected; To each other, biologically. To the earth, chemically. To the rest of the universe atomically.” affermazione basata su evidenze scientifiche e resa in forma di poesia. Questa è la mia forma mentis, questa è la mia poesia e come ebbe a dire Richard Dawkins, “La Scienza è la Poesia della Realtà”. Questa è la mia apertura mentale. Sufficente ad accogliere nuove prospettive ma non così esagerata da far cadere il cervello per terra.

Esplorazione della sfera spirituale. Qui il discorso potrebbe complicarsi a dismisura. Mentre da un lato rigetto e combatto fermamente qualsiasi religione organizzata, dall’altro sto iniziando a capire come gli stati alterati di coscienza possano portare ad un certo tipo di spiritualità. Una esperienza di estrema bellezza è molto simile ad uno stato di estasi. Se questa esperienza è poi condivisa (cosa che purtroppo ancora non ho avuto modo di esperire) come potrebbe essere quella dei riti sciamanici, capisco molto bene che può portare ad uno stato mistico e a far provare l’esistenza di una qualche entità superiore, spirito, divinità. Lo posso capire e posso capire anche il potere trasformativo di una esperienza del genere, nel cristianesimo ad esempio ci sono esempi piuttosto significativi di esperienze simili, vedi il fenomeno di Medjugorje. Ma proprio come Medjugorje questo non implica necessariamente la reale presenza di qualcosa di divino. Implica la “percezione” di qualcosa di divino, percezione che comunque è reale per chi la vive e che ha reali effetti e come tale dovrebbe essere rispettata, a differenza delle sovrastrutture che poi si creano attorno a tali esperienze, siano essere le religioni organizzate o venditori di sogni chimici e di irrealizzabili utopie che sanno solo speculare sulle persone in stato di necessità. La mia posizione a questo riguardo è ancora totalmente in divenire. Non ho mai ancora percepito niente di divino ma ho chiaramente percepito una bellezza “naturale” immensa, commovente. Secolare ma senza che questa secolarità opacizzasse il senso di meraviglia e lo stupore. Non so di preciso dove mi porterà questa strada ma non vedo l’ora di continuare ad esplorare.

Integrazione di intuizioni ed esperienze. Su questo sono ragionevolmente sicuro di si. L’aspetto più importante delle esplorazioni degli stati alterati di coscienza è l’integrazione delle intuizioni e delle esperienze acquisite. Considero questo processo di integrazione come il mezzo per comprendere meglio me stesso, probabilmente il mio posto nel mondo, probabilmente chi e cosa mi circonda nonché per apportare cambiamenti positivi nella propria vita e, possibilmente, quella degli altri. Questo in teoria. La pratica è diversa. Il lavoro su di me sta funzionando piuttosto bene; non altrettanto il lavoro di comprensione nei confronti degli altri e per apportare cambiamenti positivi negli altri. Questo perchè a conti fatti sono ancora incredibilmente solo, non ho praticamente conoscenze, ne posso considerare solo un paio in fase di buona crescita. La solitudine ma ancora di più l’isolamento non mi sta permettendo di crescere. E questa è una grande intuizione che ho maturato dopo un viaggio particolarmente intenso. Quindi direi che si, questo aspetto sta funzionando piuttosto bene.

Interesse per la creatività e le arti. Non dovrei neanche stare a discuterne. Ovvio che si. La Musica, soprattutto. Anche se, ovviamente, essere creativi o musicisti non significa automaticamente essere Psiconauti, è vero l’opposto (almeno dal mio punto di vista): essere Psiconauta implica necessariamente essere in qualche modo creativo. Non riesco a vedere come non potrebbe essere diversamente. Da quando ho iniziato ad usare queste sostanze mi sono accorto che la mia Musica è cambiata. Da un lato ho iniziato ad approcciare le mie composizioni in un modo più canonico, armonico, melodico, riscoprendo una vis creativa che temevo fosse definitivamente addormentata. Dall’altro sto approfondendo un metodo compositivo totalmente sperimentale, più incline al lato oscuro e cupo della Cyberdelia (anche se inizialmente non sapevo neanche cosa fosse la Cyberdelia), del Dark Ambient, Dark Industrial e Drone Music, studiando gli approcci musicali cibernetici alla David Tudor, Karlheinz Stockhausen e John Cage del quale sono sempre stato un grandissimo ammiratore. Questa dualità: da un lato armonie, melodie, ritmi che riflettono le mie emozioni più profonde, delicate, calde e struggenti, dall’altro analisi quasi assolutamente tecnica, ricerca quasi spasmodica, tensione e rifiuto di qualsiasi canone. È stata una scoperta meravigliosa. Qualcosa che ho fatto fatica ad accettare, all’inizio. Ma in fondo è questa la scoperta più importante (e probabilmente più banale perchè sono sicurissimo di non aver scoperto niente di nuovo se non per me stesso) che ho fatto grazie all’integrazione delle esperienze psichedeliche: la Musica è la perfetta fusione tra rigore matematico e anarchia creativa. L’uno senza l’altro non crea Musica perchè questa è un fenomeno emergente della nostra mente, della nostra coscienza.

Disponibilità ad assumersi dei rischi. Punto cruciale. Direi di si, anche qui ci sono ma vorrei approfondire questo tema. Da un lato c’è il rischio della volontà di sperimentare sostanze diverse o a dedicarsi ad attività che esulano dalla mia zona di comfort. Ed è un rischio reale, concreto. Mitigato con la consapevolezza dell’importanza della riduzione del danno, della sicurezza degli ambienti, del non nuocere ad altri. Dall’altro c’è il rischio legale, altrettanto reale e concreto. Le sostanze psichedeliche sono tutte illegali. L’utilizzo e il semplice possesso portano conseguenze che uno Psiconauta deve tenere in considerazione. La legge italiana è molto chiara e spesso subdola a riguardo perchè se da un lato le più recenti disposizioni non condannano l’essere sotto effetto di sostanze (ma condannano il possesso, la coltivazione, la diffusione di tali sostanze, anche in minime quantità), dall’altro implicano che se una persona è sotto effetto, necessariamente da qualche parte deve essere venuto in possesso di qualche sostanza, implicando quindi almeno il possesso. Sono pronto a correre questo rischio? Ad essere, a tutti gli effetti un fuorilegge pur di essere coerente con le mie ideologie? Purtroppo oggi la scelta di essere Psiconauti passa anche attraverso questo tipo di clandestinità e a nulla valgono le flebili proteste che ho sentito fare da alcuni. Non ci sono scappatoie, non ci sono alternative e non prevedo che mai ce ne saranno. David Thoreau insegna.

Rispetto e cautela. Gli Psiconauti prorpiamente detti affrontano generalmente le loro esplorazioni degli stati alterati di coscienza con rispetto e cautela. Sono consapevoli che queste esperienze possono essere intense e potenzialmente pericolose, e adottano misure per garantire la propria sicurezza e quella degli altri. Possono cercare la guida e il sostegno di professionisti esperti o di comunità, e possono anche essere interessati a sensibilizzare sui rischi, ad adottare pratiche sicure e a ridurre i danni. Io? Da un lato ho sicuramente interiorizzato i concetti di riduzione del rischio e so mettere in pratica le misure per minimizzare il più possibile ogni fattore di rischio per la mia incolumità durante i miei viaggi. La domanda che devo pormi è “cosa ho fatto per gli altri? Mi sono adoperato per sensibilizzare le persone che so che stanno percorrendo il mio stesso percorso?” A questa domanda devo rispondere che non sto facendo praticamente niente, a parte forse tenere questo blog. Come ho già detto non ho una rete sociale quindi non posso fare niente. Per ora. Potrò fare qualcosa in futuro, se riuscirò a ricomporre quella famosa rete. Spero di non farlo da solo, sia perchè la solitudine che fino ad oggi ho cercato, inizia a starmi stretta e a fare male, sia perchè da solo non credo di potere. La Psichedelia è uno stile di vita che può funzionare in solitudine ma non in isolamento.

Dopo tutte questo, mi chiedo se e come posso rispondere alla domanda: sono io uno Psiconauta?

Si. Date queste premesse, io sono uno Psiconauta non riesco a considerarmi uno Psiconauta.

E mi suona strano, quasi pretenzioso dirmelo. Ma neanche troppo in fondo mi fa davvero piacere.

EDIT

Dopo 6 giorni da questo scritto, non riesco a considerarmi uno Psiconauta. Ci sto ripensando da allora e continua a risuonarmi troppo pretenzioso, una etichetta che mi tiene incollato ad uno stereotipo. Certo che mi farebbe piacere potermi adornare di questo sostantivo ma proprio non ci riesco. Niente in contrario a chi si considera tale, forse un pizzico di invidia perchè hanno una predisposizione che io non ho.

Si, esploro la mia psiche con sostanze pertinenti e senza sostanze ma… Non mi sento a mio agio con etichette e categorie. Soprattutto in una materia come questa.

Quindi ho deciso di mettermi la testa in pace e rigettare questa identità. Non sono uno Psiconauta, sono quello che sono sempre stato, un essere umano (fino a prova contraria) che ha deciso di intraprendere un viaggio. E tanto mi basta e mi fa sentire a mio agio.

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Perchè sono l'Amministratore
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