“Non lasciarmi stare” ovvero Non Chiamatemi Psiconauta

“Non lasciarmi stare” è il modo di approcciarmi a quello che non conosco.

Può sembrare una ossessione, ne sono consapevole; lo applico a tutto non solo alla Psichedelia. L’ho applicato quando ero un divulgatore scientifico (questo mi ha portato a spendere centinaia di euro in libri per studiare gli argomenti che non conoscevo e a spendere giorni e notti a studiare i suddetti libri per preparare i testi delle conferenze che ho tenuto e i testi degli articoli che ho scritto; mi ha portato a scrivere decine di lettere a ricercatori e scienziati quando non ero in grado di capire quello che stavo studiando).

L’ho applicato quando ho deciso di studiare teoria musicale perchè avevo deciso di iniziare ad usare nuovi strumenti musicali (synth Eurorack) per nuovi generi musicali.

L’ho applicato quando ero studente di Medicina e Chirurgia.

E lo sto applicando da quando ho scoperto che la Psichedelia non è solo bellissime visuali ma qualcosa di incredibilmente più complesso e profondo (cosa che non mi aspettavo, non per lo meno con l’intensità che sto sperimentando in questi mesi).

Lo applico ogni volta che la superficialità (intesa come mancanza di profondità di pensiero e di analisi) non mi basta più e voglio capire andando il più possibile a fondo delle cose, nei limiti delle mie capacità e ogni tanto provando anche a oltrepassare quei limiti.

Come fa l’assaggiatore dei formaggi che scava nel cuore della forma con il succhiello per testarne la qualità. Se non lo facesse, non potrebbe mai sapere se la forma è pronta e matura al punto giusto. Per saperlo deve andare a fondo e spesso lasciare un segno, una cicatrice sulla superfice.

É una cosa che faccio anche, ad esempio, quando creo la mia playlist per i viaggi: non è mai monotòna o uniforme: alterno brani romantici e sentimentali a brani di rock psichedelico; brani di Drone Music a trash metal, japanoise a pop, neofolk a musica classica. Creare tensione è il modo per stimolarmi e fare emergere emozioni e pensieri che altrimenti non potrebbero emergere.

Certo, è un processo che comporta qualche rischio. Dalla possibile delusione di scoprire che il primo abbaglio era, appunto, solo un abbaglio (mi è successo ad esempio per i Giochi di Ruolo, passione che è durata per relativamente poco tempo; oppure per la mia vecchia passione per la cultura irlandese) alla consapevolezza che il percorso potrebbe essere più complesso di quanto avessi potuto immaginare e non privo di possibili eventi traumatici, come nel caso dell’uso di sostanze psichedeliche.

Anche questo lo dico con cognizione di causa: nel viaggio del 7 Febbraio 2026 ad esempio, mi sono trovato faccia a faccia con uno sgradevolissimo incontro con una pila enorme di macerie genitoriali. Non me lo aspettavo, non lo volevo, non potevo prevedere che succedesse ma è successo e nonostante il dolore terribile che ho provato è stata una delle esperienze più importanti che, ad oggi, una sostanza psichedelica mi abbia fornito.

Per questo non posso, non voglio e non devo (papa Pio IX mi perdonerà sicuramente la citazione decontestualizzata) “lasciarmi stare”. Non sarei onesto con me stesso.
Non posso prevedere cosa affronterò nei miei prossimi viaggi, non so se, come e quanto verrò strapazzato. Sono sicuro che molto probabilmente verrò strapazzato parecchio. L’unica cosa che posso fare è esserne “mindful” e preparare, nei limiti della mia attuale ignoranza, ancore e cuscinetti di salvataggio.

I miei viaggi, psichedelici e non, non possono che essere così.

C’è un esempio che mi piace fare, da decenni ormai: ci sono degli insetti che si chiamano “gerridi” o “insetti pattinatori”. Sono delle creature notevoli, hanno la capacità di scivolare sull’acqua senza affondare sfruttando la tensione superficiale. Io non sono un gerride. A me piace bucare la superfice e andare a fondo, con tutti i rischi che questo può comportare e i prezzi che eventualmente sono da pagare (che comunque, fino ad oggi, ho pagato solo io).

Tra qualche settimana ho intenzione di usare un paio di sostanze enteogene perchè voglio mettere alla prova la questione del “divino” e del “misticismo”; come neo-ateo è una esperienza che sento di dovere fare.

Ho paura, cazzo se ho paura! Sia perchè la letteratura psiconautica e la chimica di queste sostanze mi hanno dimostrato che non sono molecole da prendere alla leggera (a onor del vero nessuna sostanza psichedelica mi sembra che debba essere presa alla leggera) sia perchè sono consapevole che potrebbero seriamente minare le mie presenti convinzioni.

Ma sarei davvero un esploratore se mi negassi questa possibilità?

Mi sentirei disonesto con me stesso se rimanessi al sicuro nelle mie convinzioni, ora che so che ci sono dei mezzi che mi permettono di scavare a fondo dentro di me.

Ecco cosa intendo con “non lasciarmi stare” e cosa intendo con quel gesto della mano.

Non chiamatemi psiconauta.

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Musical Seminali

Se dovessi indicare quattro musical che hanno definito il mio concetto di Psichedelia non avrei dubbi.

Tra i più recenti, forse l’unico che davvero è rimasto coerente alla Psichedelia è

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Le mie Regole d’Oro

  • Prima di assumere qualsiasi sostanza, abbi molta cura del set & setting.
  • Elimina dal setting qualsiasi cosa si possa rompere, possa intralciarti, possa distrarti, possa potenzialmente farti del male. Ricorda che la tua sicurezza e tranquillità sono le priorità assolute.
  • Se non riesci a preparare un set & setting idoneo, rinuncia al viaggio. Ci sarà un’altra occasione.
  • Prima di assumere qualsiasi sostanza, medita su quello che stai per fare e perchè e domandati se ne vale la pena. Se un dubbio dovesse emergere, rinuncia al viaggio. Ci sarà un’altra occasione.
  • Verifica sempre la sostanza che vuoi assumere; controllane la purezza e possibilmente la potenza con i test appositi.
  • Conserva sempre un campione della sostanza che vuoi assumere perchè possa servire, nel caso ti sentissi male, ai medici che si prenderanno cura di te.
  • Non utilizzare niente quando sei fuori casa.
  • Se hai usato qualcosa, non uscire di casa.
  • Se hai in programma di usare qualche sostanza, fai almeno 24 ore di digiuno preventivo oppure una dieta molto leggera, cibi facilmente digeribili, molta acqua.
  • Prima di assumere qualsiasi sostanza, fai almeno 5 minuti di esercizi di respirazione.
  • Quando arriva l’hit non contrastarlo, non averne paura ma accoglilo per quello che è, ovvero un regalo. A volte i regali sono più grandi di quello che ci aspettavamo.
  • Quando il viaggio è terminato prenditi del tempo per riposare adeguatamente.
  • Quando il viaggio è terminato scrivi o disegna la tua esperienza.
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MANTRA

  • Consapevole che lo stato d’animo è sereno, privo di problematiche, patologie o altri fattori che possano distorcere l’esperienza.
  • Consapevole che l’ambientazione l’ho scelta e preparata perchè sia a me confortevole, familiare e di rifugio.
  • Consapevole che l’intenzione mi è perfettamente chiara, semplice, senza dubbi o sbavature di pensiero.
  • Consapevole che non sono comunque io a decidere quale dono ricevere.
  • Consapevole di avere l’umiltà necessaria per accettare ciò che sei disposta a donarmi soprattutto se non è quello che speravo.
  • Consapevole che un bad trip è l’occasione mi dai per imparare di più su me stesso.
  • Consapevole che un bad trip è il tuo modo per farmi capire un mio errore di approccio nei tuoi confronti.
  • Sono pronto ad accettare quello che sei disposta a donarmi; con mente il più possibile limpida, serena, con umiltà e volontà di imparare dall’esperienza che stai per farmi esperire.
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Io e il “divino” finalmente faccia a faccia?

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Easy Rider ovvero il Metodo Stanislavskij sotto Acido

L’iconoclastia di Easy Rider fu molto efficace nella sua feroce denuncia dei pregiudizi normativi, soprattutto perché anche Hopper credeva fermamente negli ideali del film. Uno di questi ideali era la libertà di indulgere nell’uso ricreativo di droghe, che divenne la chiave del processo creativo di Easy Rider. Il film conteneva già scene in cui i personaggi fumavano spinelli, ma molti pensavano che non si trattasse effettivamente di marijuana.

In seguito, le star del film, come Peter Fonda e Jack Nicholson, confermarono che l’intero cast e la troupe facevano uso di sostanze stupefacenti. Fonda ricordò: “Tutti avevano la loro droga preferita in Easy Rider. Hopper beveva, Nicholson fumava spinelli e la troupe sperimentava con l’LSD e la marijuana”. Trattandosi di un progetto di Dennis Hopper, ciò non dovrebbe sorprendere, dato che l’uomo ha fatto cose ben più intense, come cercare la morte in una giungla messicana e sparare a un albero mentre era sotto l’effetto dell’LSD, per esempio.

Riflettendo sulla realizzazione di Easy Rider, Jack Nicholson ha detto: “Eravamo tutti fatti la notte in cui abbiamo girato la scena del falò… La storia che io abbia fumato 155 spinelli è un po’ esagerata. Ma ogni volta che facevo una ripresa o un’inquadratura, fumavo quasi un intero spinello. Dopo la prima o le prime due riprese, il lavoro di recitazione si è invertito. Invece di essere sobrio e dover recitare da fatto alla fine, ora ero fatto all’inizio e dovevo recitare da sobrio”.

Il trio Fonda, Nicholson e Hopper non si limitò ad assumere grandi quantità di droga durante la produzione. Alla ricerca dello sballo definitivo, secondo quanto riferito, si recarono nell’ufficio di un dirigente della società di produzione alla ricerca di cocaina. Non riuscendo a trovarla, finirono per sniffare le ceneri della moglie defunta del dirigente.

 

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Enteogeno Vs. Engnotico Vs. Gnoseogenico

Ci si riferisce alle nostre sostanze elettive come “enteogene” ma a me questa definizione non piace, trovandola riduttiva e limitante.

L’etimo è un neologismo derivato dal greco antico e formato da ἔνθεος (entheos) e γενέσθαι (genesthai), che letteralmente significa “che ha Dio al suo interno” o “che mette in esistenza il Dio”. Wikipedia US traccia l’etimo nelle parole greche ἐν (en, “all’interno”), θεός (theos, “dio”) e γεννάω (gennao, “generare”), e significa “generare il divino all’interno”.

Il termine è stato coniato nel 1979 da un gruppo di etnobotanici e studiosi di mitologia e religioni (Carl AP Ruck, Jeremy Bigwood, Danny Staples, Richard Evans Schultes, Jonathan Ott e R. Gordon Wasson); viene solitamente utilizzato in contrasto con un uso puramente ricreativo delle medesime sostanze.

Mi è inevitabile chiedermi se invece di etnobotanici e studiosi di mitologia e religioni ci fossero stati chimici, fisici e sociologi quale sostantivo avrebbero creato? Sono abbastanza sicuro che nessun θεός sarebbe stato coinvolto.

Per cui propongo il neologismo ενγνώση: “Engnosis”:

  • ἐν (en) = dall’interno
  • γνῶσις (gnosis) = conoscenza

Da questo ne deriva l’aggettivo “engnotico” che definisce qualcosa che causa o facilita il recupero di conoscenza dall’interno.

Engnotico enfatizza quindi uno stato di conoscenza che viene risvegliato, un processo passivo (inteso come opposto di gnoseogenico). Suggerisce un viaggio introspettivo verso la comprensione e implica una conoscenza già presente. Riflette uno stato dell’essere o la realizzazione della conoscenza e cattura l’essenza del ritrovare e coltivare la conoscenza dall’interno riflettendo un percorso personale di comprensione.

Una definizione che si accompagna è quella di “gnoseogenico“:

  • γνῶσις (gnosis) = conoscenza
  • γένναω (gennao) = generare

Gnoseogenico si concentra sul processo di creazione della conoscenza, indicando la generazione o la creazione di conoscenza non preesistente; si concentra maggiormente sul processo attivo di generazione, che può implicare lo sviluppo della comprensione attraverso mezzi esterni o esperienze che portano a una comprensione interiore.

Il termine gnoseogenico è applicabile a un’esperienza psichedelica “secolare” per tre motivi:

Produzione di conoscenza: l’esperienza psichedelica può generare nuove intuizioni e comprensioni, sia a livello personale che cognitivo, allineandosi all’idea di “genesi della conoscenza” implicita nel termine gnoseogenico.

Approccio non mistico: anche se non si fa riferimento a esperienze trascendenti o spirituali, il processo di apprendimento e introspezione rimane centrale nell’esperienza, rendendo il termine pertinente.

Analisi critica: un contesto secolare permette un’esplorazione più analitica della propria psiche, favorendo una conoscenza che non si basa su concezioni religiose, ma su un’analisi critica e riflessiva.

Il processo di integrazione è un processo gnoseogenico perchè genera nuove conoscenze che normalmente non sono presenti nell’individuo.

La sensazione di “homecoming” che ho descritto in altri scritti è invece causato da un processo engnotico perchè recupera conoscenze che sono già presenti nell’individuo.

Quando senso e narratività vengono a mancare, è dovere della comunità sforzarsi per crearne di nuovi e creare quindi nuove significazioni, altrimenti siamo destinati ad avvitarci, ciechi, sordi e muti, attorno a parole svuotate di significato.

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Riflessioni sul “Ritornare a Casa” – Come le sostanze psichedeliche mi stanno aiutando a ricordare chi sono

A volte i viaggi più significativi non ti portano affatto in posti nuovi.

Non ti catapultano in una dimensione ultraterrena né ti trasformano in un essere umano completamente diverso. Al contrario, ti riportano al punto di partenza, nel luogo che più o meno segretamente hai sempre desiderato ritrovare. O temuto di ritrovare.

È quello che è successo a me. Ho provato le sostanze psichedeliche pensando che, tra le altre cose, mi avrebbero guarito, un po’ come si ripara un computer che non funziona più bene o come si aggiorna un telefono obsoleto. Pensavo che “guarire” significasse diventare qualcun altro, qualcuno più calmo, più sicuro di sé, più equilibrato, qualcuno che non portasse con sé le cicatrici del passato. Quello che sta succedendo in realtà non può essere più lontano da questa narrazione.

Nel mio primo viaggio profondo, la molecola non mi ha regalato una nuova versione di me stesso. Mi ha invitato a spogliarmi dell’armatura che ho capito indossare da anni, armatura che avevo costruito per sopravvivere. Sotto tutto questo c’era qualcosa di sorprendentemente familiare che era lì, ad aspettarmi: il me stesso dolce, curioso, selvaggio e anche un po’ spaventato che avevo abbandonato molto tempo fa.

Non si trattava di diventare nuovo. Si trattava di ricordare. Ricordare la persona che ero prima che il mondo mi dettasse chi voleva che io fossi, prima che imparassi a piegarmi, deformarmi per adattarmi agli schemi e alle aspettative altrui.

Le sostanze psichedeliche, non mi hanno spinto avanti. Mi stanno riportando a casa.

E quel ritorno a casa si sta dimostrando più terapeutico di qualsiasi idea di trasformazione avessi mai avuto.
Credevo che “guarire” significasse sovrapporre nuove abitudini e nuove versioni di me stesso a quelle vecchie, come stendere una mano di vernice fresca su un muro crepato.

Ma più cercavo di diventare nuovo, più mi sentivo lontano da chi ero veramente. Le sostanze psichedeliche mi hanno ricordato che la vera guarigione non consiste nell’aggiungere qualcosa, ma nel rimuovere gli strati fino a vedere la tela originale sottostante. Questa consapevolezza è stata come un sospiro di sollievo dopo anni passati a trattenere il respiro. Ed è stata anche dolorosa.

La maggior parte di noi si rende davvero conto di quanto ci siamo chiusi in noi stessi finché non facciamo un passo indietro?

Nel corso del tempo, la vita ci pone di fronte a sfide, responsabilità, delusioni, drammi e aspettative, e invece di affrontarle direttamente con la nostra vera natura, ci illudiamo di adattarci. Ci arrendiamo. Costruiamo delle maschere. Ci nascondiamo, soprattutto da noi stessi. Impariamo a moderarci, a mettere a tacere la nostra curiosità, a nascondere la nostra sensibilità e a reprimere i nostri impulsi selvaggi, creativi e vitali. Lo facciamo perché, fino ad un certo punto, questi comportamenti ci hanno tenuti al sicuro, vivi.

Il problema di questi strati protettivi è che rischiano di diventare permanenti. Quella che all’inizio era un’armatura alla fine si trasforma in una prigione. Ci ritroviamo disconnessi dalle parti di noi stessi che un tempo rendevano la vita vibrante, colorata, piena.

Questo è stato il mio caso per anni: ho sempre vissuto con la sensazione che troppe cose essenziali fossero ad un certo punto sparite, ma senza mai riuscire a capire cosa fossero o perchè fossero sparite (anche se qualche idea l’avevo). Mi ero abituato all’assenza, adattato alla deformità.

Quando le sostanze psichedeliche sono entrate nella mia vita, non hanno distrutto tutti gli strati in una volta sola ma mi hanno mostrato, in modo dolorosamente cristallino, che quegli strati non ero io.

Ho iniziato a vedere la differenza tra le maschere che avevo indossato e il nucleo sottostante. Per la prima volta dopo anni, ho intravisto me stesso senza tutte le interferenze, senza tutto il rumore, le maschere, le deformazioni e quell’intuizione sta cambiando tutto.

Ciò che mi ha sorpreso di più è stato rendermi conto di quanto fosse normale vivere dietro quegli strati. Mi ero abituato così tanto a recitare, a compiacere gli altri e a cercare (fallendo) di perfezionarmi che non riuscivo nemmeno a capire dove finissero le maschere e dove iniziassi io.

Le sostanze psichedeliche mi hanno dato, quindi, un metro di paragone. Mi hanno mostrato la libertà e il piacere di essere di nuovo me stesso, e solo allora ho capito quanto fosse diventata letale l’armatura.

Il cambiamento più grande è stato capire che quegli strati un tempo erano stati necessari. Non erano errori, ma strategie di sopravvivenza. Tuttavia, solo perché mi avevano aiutato a sopravvivere non significava che dovessero definirmi per sempre. Le molecole mi hanno insegnato che potevo ringraziare quegli strati per avermi protetto e poi iniziare lentamente il processo per lasciarli andare. Processo che è attualmente in corso. Un processo facile ma non semplice.

Ecco il punto per me importantissimo riguardo alle sostanze psichedeliche: non ti danno delle risposte in un pacchetto ben confezionato. Non cancellano magicamente le tue difficoltà. Quello che fanno è mostrarti uno specchio che riflette le parti di te che hai represso, i sentimenti che hai seppellito, i ricordi che non volevi rivivere e le qualità che ti è stato detto di nascondere.

In questo stato alterato, l’ego, quel piccolo narratore nella tua testa che insiste nel controllare la storia, allenta la sua presa. Le regole che normalmente dettano il modo in cui vedi te stesso si ammorbidiscono e in questa apertura, ciò che era stato nascosto ha di nuovo spazio per vivere.

Durante il viaggio del 7 Gennaio 2026, ricordo di aver avuto tra le altre, la sensazione di trovarmi faccia a faccia con il me bambino. Forse era una metafora, forse era assolutamente reale. Mi guardava/mi guardavo con occhi pieni di stupore, malcelato dolore e forse rimprovero, allo stesso tempo. E in quel momento ho capito che non se n’era mai andato davvero.

Avevo solo imparato a ignorare la sua voce. Le sue grida di aiuto. Le sue necessità.

Le sostanze psichedeliche mi hanno ricordato che non se ne è mai andato. Aspettava solo, in silenzio, che io tornassi da lui. A casa.

L’effetto specchio può essere difficile da affrontare, perché non ti mostra solo le parti “belle” di te stesso. Ti mostra anche quelle disordinate, ferite, arrabbiate, spaventate; quelle che stavi per perdere. Ti mostra il quadro completo. Ed è proprio questa brutale onestà che rende il processo così terapeutico.

Perché finché non riesci a vedere chiaramente tutto te stesso o se addirittura rifiuti di vederlo, non puoi abbracciare veramente le parti che meritano di essere amate.

Credo di aver capito che lo specchio non ha lo scopo di punirmi con il rimorso. Ha lo scopo di ricordarmi che anche le parti più dimenticate di me stesso sono ancora mie e posso rivendicarle.

Le sostanze psichedeliche non mi hanno dato una nuova identità, ma mi hanno riflesso quella che avevo nascosto, invitandomi ad amarla di nuovo, a coltivarla di nuovo e ad integrarla con l’adulto di oggi.

Per quanto possa sembrare poetico parlare di specchi e ritorni a casa, dietro questo processo c’è anche una base scientifica. Le sostanze psichedeliche silenziano temporaneamente la rete neurale di default (DMN) nel cervello. La DMN è il sistema che mantiene la narrazione di “chi sei”: il tuo senso di sé, le tue abitudini di pensiero, il tuo monologo interiore.

Quando la DMN fa un passo indietro sotto l’influenza delle sostanze psichedeliche, accade qualcosa di meraviglioso. La connettività del cervello aumenta. Reti che di solito non comunicano tra loro iniziano improvvisamente a funzionare in sincronia. La rigidità della tua identità costruita si allenta e, in quello spazio, parti dimenticate o represse della tua psiche possono venire alla luce.

Per me è stato esattamente così. Non sto inventando una nuova identità. Sto accedendo a qualcosa di più antico, più vero, qualcosa che era sempre stato lì ma nascosto, negletto, dimenticato. Le neuroscienze suggeriscono che questo tipo di allentamento può aiutare le persone a liberarsi dalla depressione, dai circoli viziosi dei traumi o dai modelli di insicurezza, perché permette letteralmente al cervello di provare un modo diverso di essere.

Più leggevo al riguardo, più ne rimanevo affascinato. Ricercatori come Robin Carhart-Harris descrivono come questa dissoluzione della DMN crei uno stato di flessibilità, l’esatto opposto della rigidità che ci tiene bloccati nei vecchi schemi. È proprio in quella flessibilità che avviene il cambiamento, non perché ci viene dato qualcosa di completamente nuovo, ma perché siamo finalmente liberi di scegliere qualcosa di diverso.

La guarigione non deriva dal fatto che le sostanze psichedeliche ti trasformano in una persona nuova. La guarigione deriva dalla consapevolezza che non sei mai stato davvero distrutto. Provato, affaticato, stanco, addolorato, arrabbiato, sicuramente si. Questa consapevolezza, ovvero che il tuo io interiore è sempre rimasto li, può cambiare completamente la vita.

Quando mi sono ricollegato al mio io conscio, non ho visto risolversi improvvisamente tutti i miei problemi. Ho provato un rinnovato senso di amore per me stesso e di creatività che non provavo da anni. Ho ripreso in mano un quaderno pentagrammato dopo quasi un decennio, mi sono ritrovato a ridere di piccole cose sciocche che prima avrei considerato piccole cose sciocche e basta. Ho iniziato a notare la bellezza nella vita quotidiana, il tipo di bellezza che il mio io più giovane assorbiva senza sforzo.

È stato come aprire le tende in una stanza buia. Il mondo è lo stesso, ma il modo in cui lo vedo è cambiato. E quel cambiamento, quel ritorno a casa il cui significato ora si compie e si concretizza, è stato più profondo di qualsiasi altro risultato che avessi mai perseguito.

Sto tornando a casa, da me stesso. Ed ho un nodo in gola di emozione a scriverlo.

La guarigione attraverso il ricordo ti chiede semplicemente di tornare, ancora e ancora, alla verità che sei sempre stato completo. È questa verità che rende questo processo non solo curativo, ma anche liberatorio.

Se il viaggio stesso è la scintilla, l’integrazione è il fuoco. È qualcosa che sto imparando bene con il tempo. È facile sentirsi euforici e in sintonia dopo un viaggio psichedelico, ma se non si prendono provvedimenti per integrare queste intuizioni nella vita quotidiana, il bagliore può svanire e svanisce!

L’integrazione è dove avviene il vero lavoro. Significa riflettere su ciò che hai imparato, scriverlo in un diario, parlarne con amici fidati o con un terapeuta, creare rituali che ti ricordino il tuo io riscoperto.

Senza integrazione, il ricordo del tuo io completo può svanire, proprio come un sogno che sublima quando ti svegli. Con l’integrazione, quel ricordo diventa parte di te, non solo un fugace scorcio.

Quello che ho capito è che l’integrazione non è un processo affascinante. Non sono fuochi artificiali o rivelazioni cosmiche. È piuttosto una costante tranquillità: tornare alle pratiche che ti ricordano chi sei, anche quando la vita ritorna frenetica. E col tempo, questi piccoli gesti costruiscono una base più solida di quanto qualsiasi viaggio possa mai offrire.

L’integrazione ti mantiene umile. È facile lasciarsi trasportare dall’euforia di un viaggio e iniziare a credere di essere “arrivati” ma l’integrazione ti insegna che non c’è un traguardo finale. Ritornare a te stesso è una pratica costante, non un evento occasionale. E più ti impegni in questo, più diventa naturale vivere ogni singolo giorno in questa conoscenza.

Una delle cose più potenti che ho notato delle sostanze psichedeliche è calmare il rumore. Quel chiacchiericcio incessante dell’autocritica, le voci delle aspettative degli altri, le infinite liste di cose da fare: tutto questo viene messo a tacere abbastanza a lungo da permettere alla tua Musica Interiore di farsi sentire.

Nella vita di tutti i giorni, quelle interferenze possono essere assordanti. Viviamo in un mondo che prospera sulle distrazioni, dove la nostra attenzione è costantemente attirata in mille direzioni diverse. Le sostanze psichedeliche non cancellano queste distrazioni, ma fanno capire quanto di quel rumore non è tuo e tu non gli appartieni.

La prima volta che ho sentito di nuovo la mia Musica Interiore, ho pianto. Non perché dicesse qualcosa di rivoluzionario, ma perché era così semplice. Diceva: “Va tutto bene. Respira. È sempre andato tutto bene”. Era da tanto tempo che non avevo abbastanza fiducia in me stesso per crederci.

La molecola mi ha ricordato che la saggezza che cercavo all’esterno era sempre stata disponibile all’interno. Avevo solo bisogno di aiuto per eliminare le interferenze.

Ho imparato che ascoltare la mia Musica Interiore era il vero dono di quella molecola. Non si tratta solo di inseguire visioni o esperienze straordinarie. Si trattava di ricordare come ascoltare me stesso, in modo chiaro e compassionevole, in un mondo che così spesso cerca di soffocarmi ed omogeneizzarmi.

Questa è stata la realtà che mi sta sconvolgendo: il viaggio psichedelico mi ha rivelato che il mio nucleo era rimasto intatto per tutto il tempo. Tutte le cose che pensavo di aver perso – curiosità, creatività, sensibilità, apertura mentale, amore – erano solo state sepolte. Non erano morte. Rendermi conto di questo mi sta facendo soffrire, ma mi sta anche facendo provare un’immensa speranza.

Se il mio nucleo è sempre rimasto intatto, allora non solo posso riparare ma posso anche ricordare, coltivare e riportare nella mia vita. Questo cambiamento di prospettiva sta modificando il mio approccio a tutto, dalle relazioni adulte al lavoro, fino al mio dialogo interiore.

Ho iniziato a vedere me stesso più come una persona degna e bisognosa di cura. Ho smesso di ossessionarmi con il “riparare” ogni difetto e ho iniziato a concentrarmi sull’amare le parti di me che erano sempre state lì. Questo cambiamento ha creato lo spazio per il ritorno della gioia, della giocosità e della compassione in modi che non mi sarei mai aspettato.

La consapevolezza che il mio nucleo non era mai stato spezzato mi sta anche aiutando a vedere gli altri in modo diverso. Se io non sono mai stato spezzato, forse nemmeno nessun altro lo è mai stato davvero. Forse tutti noi indossiamo strati e maschere per nascondere delle ferite.

Questo ha addolcito un po’ il mio cuore, non solo verso me stesso, ma verso tutti quelli che mi circondano. É un percorso molto lungo questo ma sento che per lo meno è iniziato.

Certo, ci sono eventi che ti distruggono, che ti polverizzano fin nel profondo e alcuni di questi sono irreparabili. Non lo nego. Qualcuno ebbe a dire, per voce di Frodo Baggins: “Come fai a raccogliere le fila di una vecchia vita? Come fai ad andare avanti quando nel tuo cuore cominci a capire che non si torna indietro? Ci sono cose che il tempo non può accomodare, ferite talmente profonde che lasciano un segno.

É vero. A volte succede. Lo so. Ma bisogna continuare a vivere, con i segni addosso, con quella consapevolezza nel cuore. E forse ma forse con il tempo e con un piccolo grande aiuto, si può riscoprire sotto le macerie qualcosa di prezioso che può dare quel briciolo di energia per poter dire “ho ancora la forza”.

Ed ecco una parte di cui non si parla spesso: ritrovare il proprio io autentico può essere doloroso. Quando mi sono trovato faccia a faccia con la persona che avevo abbandonato per anni, ho provato un dolore intenso e pungente. Ho pianto il tempo perduto, le scelte che avevo fatto per paura invece che per amore, i momenti in cui avevo messo a tacere il mio vero io.

Ma FORSE il mio trauma complesso sta iniziando a guarire? FORSE mi sto finalmente concedendo il permesso di riconoscere il costo di tutti quegli anni passati a nascondermi?

Una volta che mi sono permesso di provarlo, il dolore si è trasformato in compassione. Ho capito che ogni scelta che avevo fatto era la migliore che potessi fare in quel momento. Quella compassione è diventata il terreno fertile su cui sta ricrescendo un nuovo amore per me stesso e per gli altri.

Ero fortemente tentato di concentrarmi solo sulla gioia della riscoperta, ma la tristezza è altrettanto importante. Il dolore è un segno che ho toccato qualcosa di reale. Significa che mi è importato abbastanza da piangere ciò che ho perso. Quel dolore, paradossalmente, è parte di ciò che mi permette di andare avanti con più tenerezza.

Guardando indietro a tutto quel poco che ho esplorato fino ad oggi, è chiaro che le sostanze psichedeliche non hanno nulla a che vedere con il diventare una persona nuova. Si tratta piuttosto di ricordare chi ero prima che il mondo mi dicesse di nascondermi.

Eliminano il rumore di fondo dell’insicurezza e della pressione, ci permettono di riconnettersi con le parti tenere e selvagge di noi stessi che abbiamo seppellito e ci ricordano che il nostro nucleo è sempre stato li. Ritornare a se stessi non è un evento rumoroso o drammatico, ma è un processo delicato, costante e curativo.

Ciò che fa davvero la differenza, però, è l’integrazione. Non si tratta solo dei grandi momenti di intuizione, ma di portarli nella tua vita quotidiana. Piccoli rituali come scrivere un diario, muoversi, giocare o stare nella natura possono aiutare a mantenere viva quella connessione.

É un processo lungo; ne ho parlato al presente come se fosse già tutto successo con successo; in realtà sono solo agli inizi e la strada da percorrere è ancora tanta ma ho iniziato il cammino.

Le sostanze psichedeliche sono uno specchio, una bussola, guidandoti di nuovo e di nuovo verso te stesso. A casa. Finalmente.

And your heart beats so slow
Through the rain and fallen snow
Across the fields of mourning
Lights in the distance
Oh, don’t sorrow, no don’t weep
For tonight, at last
I am coming home
I am coming home

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Due frasi di Ann Shulgin

You contain a universe inside yourself. There’s no end to it – your conscious, your subconscious. There is no limit to what’s inside you. We are very much connected. There’s no end to it.

There is a coming home. A home base. Psychedelics help you reconnect with home.

Ann Shulgin

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Breve scambio di opinioni su Telegram

Lo psiconauta è un esploratore, un’alpinista della psiche; il fatto che sostanze stupefacenti abbiano causato la rovina di molte persone non dovrebbe impedire la sua esplorazione, così come lo scalatore che supera il cadavere di qualcuno che ha raggiunto la vetta dell’Everest.
È possibile affermare che l’esplorazione della mente sia necessariamente accompagnata da una certa paura, così come l’alpinista si prepara meticolosamente per una scalata.
Il fatto che alcune sostanze siano altamente pericolose e i cui effetti devastanti siano evidenti a tutti dovrebbe fungere da monito significativo, anziché da stigma o da inviti al non-intervento o al non-ritorno.
In questa fase, è fondamentale considerare l’approccio di coloro che si preparano meticolosamente e richiedono informazioni per valutare attentamente le opzioni disponibili, comprendere il livello di preparazione personale e decidere se sia opportuno attendere o rinunciare, anche di fronte a esperienze psichedeliche potenzialmente gratificanti, ma che, se assunte senza moderazione, potrebbero rivelarsi più dannose di quanto spesso ammetto.

Cosa si intende per “droga”? Non c’è molto da interpretare. Qualsiasi ricerca scientifica condotta in modo rigoroso riporta le stesse cose. Il caos e la confusione sopraggiungono quando ognuno tenta di dare la propria interpretazione, più o meno misticheggiante, più o meno condivisa o condivisibile e spesso legata a correnti di pensiero che sono accompagnate da bias cognitivi.

Dalle definizioni rigorose e scientifiche si ricavano dei fatti che, una volta spogliati da qualsiasi significato personale, rivelano la cruda realtà (e sottolineo realtà, non verità, in quanto quest’ultima è soggettiva, come dimostrato dall’esperimento “the invisible gorilla” del 1999). Spesso questa realtà non piace, dà fastidio e va contro i bias cognitivi menzionati in precedenza, che tanto sembrano portare conforto e giustificazione.

Per questo motivo, non credo che si possano classificare determinate sostanze come “migliori” o “peggiori”, di serie A o di serie B.

È possibile, tuttavia, classificarli in base ai danni che provocano, alla dipendenza fisica o psicologica che causano e alla loro utilità oggettiva, farmacologica e clinica. Questa è l’unica categorizzazione che ritengo logicamente possibile. Voglio sottolineare con forza che per “utilità” intendo anche l’essere uno strumento per la crescita e l’esplorazione personale, nonché una forma di intrattenimento (che è etimologicamente diverso dal divertimento). Credo fermamente che l’unico criterio per giudicare una sostanza sia l’equilibrio tra benefici e rischi: se questo è oggettivamente troppo sbilanciato verso i rischi, non ne vedo l’utilità.

L’alcol etilico è a tutti gli effetti una droga psicoattiva e sappiamo (o dovremmo sapere) che non esiste una dose minima sicura (https://www.who.int/europe/news/item/04-01-2023-no-level-of-alcohol-consumption-is-safe-for-our-health). L’OMS ne ha dato una definizione agghiacciante (https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/alcohol). Lo stesso vale per la nicotina.

Il National Survey on Drug Use and Health ha classificato le sei sostanze che creano maggiore dipendenza: cocaina, eroina, alcol, fentanil, nicotina e metanfetamina.

Detto ciò, se a qualcuno piace tirarsi le righe di bamba e in questo ci vede un’esperienza mistica, un’illuminazione o chissà cos’altro, la mia vita non cambia. Se qualcuno pensa di essere il nuovo Charles Bukowski perché si ubriaca ogni santo giorno, a me sta bene.
Non mi sta bene quando si sceglie di non guardare la realtà oggettiva e si tenta di sostituirla con scuse che sembrano giustificazioni. Non mi sta bene soprattutto quando si abbracciano (o si dovrebbero abbracciare) concetti come la riduzione del danno e del rischio, ma mi rendo conto che si tratta di un “problema” personale.
Per concludere.

Sono d’accordo che il cadavere trovato lungo la via per la cima dell’Everest non rappresenta un deterrente per gli alpinisti che vogliono comunque raggiungere quella cima, ma, da quanto ho letto, ci sono diverse vie per raggiungere la stessa cima. Trovo stupido e inutilmente rischioso voler a tutti i costi usare i passaggi più pericolosi, quando ci sono due vie principali relativamente sicure.

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