Daniel Dennett e la questione sull’ateismo – Parte 3/5

Parte III — Il Clergy Project e il fenomeno dei ministri non credenti

Introduzione

Tra i temi più originali affrontati da Daniel Dennett nella conferenza oggetto di questa edizione, uno dei più rilevanti è certamente quello relativo ai ministri di culto che hanno progressivamente perso la fede pur continuando a esercitare il proprio ministero religioso.

Tale fenomeno costituisce il nucleo delle ricerche condotte da Dennett e Linda Lascola, dalle quali nacque uno dei progetti più discussi nel panorama contemporaneo della sociologia della religione: il Clergy Project.

L’interesse del fenomeno non risiede soltanto nella presenza di casi individuali di non credenza all’interno delle istituzioni religiose, ma soprattutto nelle implicazioni psicologiche, sociali e culturali che ne derivano.

La genesi della ricerca

Dennett racconta che le prime indagini furono avviate insieme alla ricercatrice Linda Lascola a partire dall’osservazione di un fenomeno scarsamente studiato: l’esistenza di sacerdoti, pastori e ministri religiosi che non condividevano più le convinzioni teologiche che erano chiamati a insegnare.

La ricerca iniziale si basò su interviste approfondite a un piccolo gruppo di membri del clero che avevano volontariamente accettato di discutere la propria esperienza.

Uno degli aspetti che colpì maggiormente i ricercatori fu il fatto che molti degli intervistati, pur avendo espresso dubbi radicali o una completa perdita della fede, continuassero a rifiutare l’etichetta di “ateo”.

Tale osservazione rafforzò una delle intuizioni centrali di Dennett: la perdita della credenza religiosa non coincide necessariamente con l’assunzione di una nuova identità filosofica o sociale.

La condizione del ministro non credente

Secondo le testimonianze raccolte, la situazione vissuta da molti ministri non credenti è caratterizzata da una profonda tensione esistenziale.

Essi si trovano infatti in una posizione peculiare:

  • svolgono funzioni religiose pubbliche;

  • guidano comunità di credenti;

  • amministrano rituali e sacramenti;

  • offrono sostegno spirituale ai fedeli;

pur nutrendo, in privato, dubbi sostanziali o addirittura una completa mancanza di fede nelle dottrine che rappresentano.

Tale condizione genera frequentemente sentimenti di conflitto interiore, isolamento e senso di colpa.

Molti degli intervistati descrivono la propria situazione come una forma di doppia vita: da un lato la figura pubblica del ministro religioso; dall’altro la progressiva trasformazione delle proprie convinzioni personali.

Il problema dell’uscita dal ministero

Una delle principali difficoltà emerse dalla ricerca riguarda l’abbandono della professione religiosa.

Per la maggior parte delle persone, un cambiamento di convinzioni può comportare conseguenze limitate. Per un ministro di culto, invece, esso può determinare la perdita simultanea di:

  • occupazione;

  • reddito;

  • abitazione;

  • status sociale;

  • rete di relazioni personali;

  • identità professionale.

In molti casi il ministero rappresenta l’unica attività professionale svolta per decenni.

Ciò significa che l’abbandono della fede non costituisce soltanto una crisi intellettuale, ma può trasformarsi in una crisi economica e sociale di grande portata.

Dennett sottolinea come questo elemento venga spesso sottovalutato da coloro che osservano il fenomeno dall’esterno.

Il Clergy Project

Per rispondere a tali difficoltà nacque il Clergy Project, un’organizzazione destinata a fornire supporto riservato a ministri religiosi in crisi di fede o già privi di convinzioni religiose.

Tra i promotori iniziali figuravano:

  • Daniel Dennett;

  • Linda Lascola;

  • Dan Barker;

  • la Richard Dawkins Foundation.

L’obiettivo non consisteva nel persuadere i ministri ad abbandonare la religione, bensì nel creare uno spazio sicuro nel quale essi potessero discutere liberamente delle proprie convinzioni senza timore di ripercussioni immediate.

Uno degli aspetti più importanti del progetto era la sua natura confidenziale.

Per essere ammessi era necessario dimostrare di appartenere realmente al clero o di averne fatto parte in passato.

Questa procedura di verifica rispondeva alla necessità di proteggere i partecipanti da intrusioni esterne, giornalisti o soggetti ostili.

La metafora dell’iceberg

Secondo numerose testimonianze raccolte da Dennett e Lascola, i casi emersi pubblicamente rappresenterebbero soltanto una piccola parte di un fenomeno molto più ampio.

Molti intervistati utilizzano implicitamente la metafora dell’iceberg: i ministri che dichiarano apertamente la propria non credenza costituirebbero la porzione visibile di una realtà più estesa e difficilmente quantificabile.

Naturalmente, tale percezione non equivale a una prova empirica.

L’effettiva diffusione del fenomeno rimane difficile da stabilire, proprio a causa della segretezza che caratterizza molti dei soggetti coinvolti.

Tuttavia, l’assenza di dati definitivi non elimina l’interesse sociologico del problema.

Il ruolo della pressione sociale

Uno degli elementi più ricorrenti nelle testimonianze raccolte riguarda la pressione esercitata dalla comunità religiosa.

In numerosi contesti, l’espressione pubblica del dubbio viene percepita come una minaccia all’unità della comunità o alla credibilità dell’istituzione.

Di conseguenza, molti ministri preferiscono mantenere il silenzio.

Dennett cita il caso di un membro del Clergy Project che decise di confidare la propria perdita di fede a una persona di fiducia appartenente alla propria comunità religiosa.

Secondo il racconto riportato nella conferenza, la notizia si diffuse rapidamente e il ministro perse il proprio incarico poco tempo dopo.

Al di là dell’accuratezza del singolo episodio, l’esempio viene utilizzato da Dennett per illustrare la percezione di vulnerabilità condivisa da molti partecipanti al progetto.

Un problema sociologico più ampio

L’interesse del Clergy Project trascende il caso specifico della religione.

Da una prospettiva sociologica, esso rappresenta un esempio di conflitto tra convinzioni private e aspettative istituzionali.

Fenomeni analoghi possono essere osservati in numerosi contesti professionali e culturali, nei quali l’espressione pubblica di determinate opinioni può comportare costi elevati.

La particolarità del caso religioso risiede tuttavia nel fatto che la fede viene spesso considerata non soltanto una convinzione, ma anche una vocazione e una componente fondamentale dell’identità personale.

Ciò rende particolarmente complessa qualsiasi ridefinizione pubblica della propria posizione.

Considerazioni critiche

Da un punto di vista accademico, è opportuno distinguere tra i dati empirici raccolti dal progetto e le interpretazioni offerte da Dennett.

I dati confermano l’esistenza di ministri religiosi che attraversano crisi di fede profonde o che non condividono più integralmente le dottrine delle proprie confessioni.

Più controversa è invece l’ipotesi secondo cui tali casi rappresenterebbero un fenomeno estremamente diffuso o strutturale all’interno delle istituzioni religiose.

La ricerca disponibile suggerisce prudenza nell’estendere conclusioni ricavate da campioni relativamente limitati all’intero universo del clero.

Ciò non diminuisce tuttavia l’importanza del fenomeno come oggetto di studio.

Conclusione

Il Clergy Project costituisce uno dei tentativi più significativi di analizzare il rapporto tra fede privata, identità professionale e pressione sociale all’interno delle istituzioni religiose contemporanee.

Attraverso le testimonianze raccolte da Dennett e Lascola emerge un quadro complesso, nel quale la perdita della fede non appare come un semplice cambiamento di opinione, ma come un processo capace di coinvolgere simultaneamente dimensioni psicologiche, economiche, relazionali e culturali.

L’esistenza stessa del progetto suggerisce che il rapporto tra convinzione religiosa e appartenenza istituzionale sia molto più articolato di quanto spesso venga rappresentato nei dibattiti pubblici.

Per Dennett, questo fenomeno costituisce una delle manifestazioni più evidenti della distanza che può emergere tra ciò che gli individui credono realmente e ciò che le istituzioni si aspettano che essi dichiarino di credere.

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Daniel Dennett e la questione sull’ateismo – Parte 2/5

Parte II — Credenza religiosa, identità sociale e il problema dell’autodefinizione

Introduzione

Dopo aver introdotto l’analogia della sindrome di Anton e il concetto di “negazione dell’ateismo”, Daniel Dennett sposta l’attenzione su una questione più sottile e sociologicamente rilevante: il rapporto tra credenza effettiva e identità dichiarata. La domanda centrale non è semplicemente se una persona creda o meno in Dio, bensì come essa definisca se stessa all’interno di una comunità religiosa e quali fattori psicologici, culturali e sociali influenzino tale autodefinizione.

Secondo Dennett, la categoria di “ateo” non rappresenta soltanto una posizione filosofica riguardo all’esistenza di Dio, ma costituisce anche un’identità sociale fortemente caricata di significati culturali. Per questa ragione, molte persone che hanno progressivamente abbandonato le credenze tradizionali continuano a rifiutare l’etichetta di ateo, pur non aderendo più alle dottrine fondamentali della religione di appartenenza.

L’identità religiosa come appartenenza culturale

Dennett osserva che, nelle società occidentali contemporanee, l’appartenenza religiosa spesso sopravvive alla perdita della fede dottrinale. Molti individui continuano a definirsi cristiani, cattolici o protestanti non tanto perché condividano integralmente le credenze teologiche associate a tali tradizioni, quanto perché esse costituiscono una componente della loro identità culturale, familiare o nazionale.

Questa distinzione tra appartenenza e credenza assume particolare importanza nell’analisi sociologica della religione. Una persona può partecipare a rituali, celebrare festività religiose e identificarsi pubblicamente con una confessione senza necessariamente accettarne tutte le affermazioni metafisiche.

Dennett ritiene che tale fenomeno contribuisca a rendere più complessa qualsiasi valutazione statistica della religiosità contemporanea. Le categorie utilizzate nei censimenti e nei sondaggi spesso registrano l’identità dichiarata, ma non sempre riescono a misurare con precisione il contenuto effettivo delle convinzioni individuali.

I dati sulla religiosità nel Regno Unito

A sostegno di questa tesi, Dennett richiama un’indagine commissionata dalla Richard Dawkins Foundation e realizzata dall’istituto Ipsos MORI nel Regno Unito.

Secondo i dati citati, la percentuale di persone che si identificavano come cristiane risultava significativamente inferiore rispetto a quella registrata nei precedenti censimenti. Ancora più significativo era il fatto che una parte considerevole degli individui classificati come cristiani non partecipasse regolarmente alle funzioni religiose e non accettasse alcune delle principali affermazioni dottrinali del cristianesimo tradizionale.

Particolare rilievo viene attribuito alla domanda riguardante la natura di Gesù. Dennett evidenzia come una quota consistente di persone che continuavano a definirsi cristiane dichiarasse di non credere che Gesù fosse letteralmente il Figlio di Dio.

Dal punto di vista dell’autore, questo dato suggerisce una progressiva separazione tra identità religiosa e credenza teologica.

La questione della credenza letterale

Per comprendere la posizione di Dennett è necessario distinguere tra interpretazione letterale e interpretazione simbolica delle dottrine religiose.

Nel corso della storia del cristianesimo, numerosi teologi hanno sostenuto che alcuni elementi della tradizione possano essere interpretati in modo allegorico, metaforico o simbolico. Tuttavia, Dennett sostiene che molte persone contemporanee si allontanino ulteriormente da tali interpretazioni, giungendo a rifiutare completamente alcune affermazioni fondamentali della fede cristiana.

Tra gli esempi citati figurano:

  • l’idea che Dio intervenga direttamente nel mondo in risposta alle preghiere;

  • la convinzione che Dio favorisca una particolare nazione o gruppo umano;

  • la credenza in una creazione divina diretta delle specie viventi;

  • la convinzione che Gesù possieda una natura divina unica.

Secondo Dennett, quando tali credenze vengono progressivamente abbandonate, diventa legittimo interrogarsi sul significato residuo dell’identità religiosa mantenuta dall’individuo.

Dissonanza cognitiva e resistenza al cambiamento

Una parte significativa dell’argomentazione di Dennett riguarda il fenomeno della dissonanza cognitiva.

Con questa espressione si indica la tensione psicologica che emerge quando una persona mantiene simultaneamente convinzioni incompatibili oppure quando il proprio comportamento entra in conflitto con le proprie credenze.

Nel caso della religione, la dissonanza può manifestarsi quando un individuo continua a identificarsi pubblicamente come credente pur avendo sviluppato dubbi sostanziali riguardo ai fondamenti della propria fede.

Tale situazione risulta particolarmente evidente nel caso del clero. Per un ministro religioso, riconoscere pubblicamente la perdita della fede non implica soltanto una trasformazione intellettuale, ma può comportare conseguenze economiche, professionali e relazionali estremamente rilevanti.

Dennett interpreta questa dinamica come uno dei motivi principali per cui molti soggetti preferiscono mantenere una posizione ambigua piuttosto che ridefinire apertamente la propria identità.

L’effetto dei costi irrecuperabili

Un secondo concetto richiamato dall’autore è quello dei costi irrecuperabili (sunk costs).

Nella psicologia economica e nelle scienze comportamentali, tale fenomeno descrive la tendenza a perseverare in un progetto o in una decisione semplicemente perché vi sono già state investite ingenti risorse di tempo, denaro o energia.

Applicato al contesto religioso, questo meccanismo suggerisce che un individuo possa continuare a sostenere una determinata visione del mondo non perché la ritenga ancora convincente, ma perché il riconoscimento del suo abbandono comporterebbe la necessità di reinterpretare una parte significativa della propria esistenza.

Per coloro che hanno dedicato decenni allo studio teologico o al ministero pastorale, questa prospettiva può risultare particolarmente difficile da accettare.

Il problema dell’autodefinizione

L’analisi di Dennett conduce infine a una questione filosofica più generale: chi ha l’autorità di definire ciò che una persona crede realmente?

La risposta non è semplice.

Da un lato, il principio di autonomia individuale suggerisce che ciascun soggetto abbia il diritto di descrivere le proprie convinzioni utilizzando le categorie che ritiene più appropriate.

Dall’altro lato, le parole possiedono significati condivisi e storicamente determinati. Se un individuo rifiuta sistematicamente tutte le credenze centrali associate a una determinata tradizione religiosa, diventa inevitabile interrogarsi sul significato dell’etichetta che continua a utilizzare.

Dennett non offre una soluzione definitiva a questo problema, ma lo considera uno dei nodi centrali del dibattito contemporaneo sulla religione.

Conclusione

La riflessione sviluppata in questa sezione suggerisce che il rapporto tra credenza religiosa e identità personale sia molto più complesso di quanto possa apparire a prima vista.

Le convinzioni religiose non costituiscono semplicemente un insieme di proposizioni accettate o rifiutate. Esse sono spesso intrecciate con la memoria, la famiglia, la cultura, la professione e il senso di appartenenza a una comunità.

Per questa ragione, il passaggio dalla fede alla non credenza raramente assume la forma di una rottura improvvisa. Più frequentemente si presenta come un processo graduale, caratterizzato da ambiguità, ridefinizioni e tensioni identitarie.

È precisamente in questo spazio intermedio, secondo Dennett, che emerge il fenomeno da lui definito “negazione dell’ateismo”: la persistenza di un’identità religiosa anche dopo l’erosione sostanziale delle convinzioni che originariamente la sostenevano.

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Daniel Dennett e la questione sull’ateismo – Parte 1/5

Parte I — La sindrome di Anton e la negazione dell’ateismo

Introduzione

Daniel Dennett apre la propria riflessione richiamando un fenomeno neurologico relativamente raro ma di grande interesse teorico: la sindrome di Anton.

Questa condizione appartiene alla più ampia categoria delle anosognosie, disturbi nei quali il soggetto non è consapevole di una compromissione neurologica che lo riguarda direttamente.

Nel caso specifico della sindrome di Anton, individui divenuti ciechi a seguito di una lesione cerebrale continuano a negare la propria cecità, comportandosi come se la capacità visiva fosse ancora presente.

Per Dennett, tale fenomeno costituisce un punto di partenza particolarmente efficace per affrontare una questione più generale: la possibilità che gli esseri umani possano essere inconsapevoli di aspetti fondamentali del proprio stato cognitivo.

 

La sindrome di Anton

La sindrome di Anton prende il nome dal neurologo austriaco Gabriel Anton, che descrisse casi di pazienti colpiti da cecità corticale accompagnata dalla negazione della propria condizione.

Sebbene questi individui abbiano perso la capacità di vedere, continuano a fornire descrizioni dell’ambiente circostante e tentano di agire come se la percezione visiva fosse ancora integra.

Secondo Dennett, ciò che rende il fenomeno particolarmente interessante è il fatto che tali soggetti non sono necessariamente privi di intelligenza o affetti da psicosi.

Essi possono apparire perfettamente lucidi sotto molti aspetti e manifestare capacità cognitive normali in numerosi ambiti della vita quotidiana.

La loro difficoltà riguarda specificamente il riconoscimento della propria condizione.

Questo fenomeno dimostra che l’introspezione umana non è sempre affidabile e che possono esistere situazioni nelle quali una persona ignora una realtà che appare evidente agli osservatori esterni.

 

Dall’anosognosia alla credenza religiosa

A partire da questa osservazione, Dennett introduce una provocazione filosofica.

Così come alcuni individui possono negare la propria cecità pur essendo ciechi, egli suggerisce che possano esistere persone che continuano a considerarsi credenti pur non condividendo più le convinzioni fondamentali della tradizione religiosa alla quale dichiarano di appartenere.

Per descrivere questa situazione utilizza l’espressione:

Negazione dell’ateismo” (Atheism Denial)

L’autore non intende sostenere che tali individui stiano deliberatamente mentendo.

Piuttosto, suggerisce che possano trovarsi in una condizione di incertezza o inconsapevolezza riguardo al proprio effettivo sistema di credenze.

La provocazione di Dennett consiste quindi nell’applicare alla sfera religiosa una struttura interpretativa ispirata a un fenomeno osservato in ambito neurologico.

 

La ricerca sui ministri di culto non credenti

L’analogia conduce direttamente a una delle aree di ricerca sviluppate da Dennett insieme alla sociologa Linda Lascola.

Nel corso delle loro indagini, i due studiosi hanno raccolto testimonianze di ministri religiosi che avevano progressivamente perso la fede pur continuando a esercitare il proprio ministero.

Uno degli aspetti che colpì maggiormente i ricercatori fu la riluttanza di molti intervistati a definirsi “atei”.

In numerosi casi, tali soggetti:

  • non credevano più in un Dio personale;

  • nutrivano dubbi radicali riguardo alle dottrine tradizionali;

  • interpretavano simbolicamente gran parte del linguaggio religioso;

ma continuavano a rifiutare l’etichetta di ateismo.

Secondo Dennett, questo fenomeno suggerisce che l’identità religiosa non coincida necessariamente con il contenuto delle credenze effettivamente possedute da un individuo.

 

Le ragioni della riluttanza

Dennett individua diversi fattori che possono contribuire a spiegare tale atteggiamento.

Stigma sociale

In molte società, e in particolare negli Stati Uniti contemporanei, l’ateismo continua a essere percepito negativamente da una parte della popolazione.

Definirsi atei può comportare costi sociali, professionali o relazionali significativi.

Dissonanza cognitiva

Riconoscere pubblicamente di non credere più può entrare in conflitto con l’immagine che una persona ha costruito di sé nel corso degli anni.

Nel caso del clero, tale conflitto può risultare particolarmente intenso.

Effetto dei costi irrecuperabili

Dennett richiama inoltre il fenomeno psicologico noto come sunk cost effect.

Quando una persona ha investito una parte significativa della propria vita in una determinata attività o convinzione, può risultare estremamente difficile riconoscere la necessità di abbandonarla.

Nel contesto religioso, ciò può significare continuare a mantenere un’identità di credente anche dopo una sostanziale perdita della fede.

 

Ateismo e autoconsapevolezza

Uno degli aspetti più provocatori della posizione di Dennett consiste nell’idea che l’ateismo non debba essere interpretato semplicemente come una dottrina filosofica alternativa alla religione.

Piuttosto, egli lo considera la conseguenza logica dell’abbandono di determinate credenze teologiche.

Da questa prospettiva, la questione fondamentale non riguarda l’adozione di una nuova identità ideologica, bensì il riconoscimento del contenuto effettivo delle proprie convinzioni.

La domanda implicita posta da Dennett è la seguente:

Se una persona non crede più in un Dio personale, non ritiene che le preghiere vengano ascoltate e interpreta simbolicamente le principali dottrine religiose, in che senso continua a essere credente?

L’autore non offre una risposta definitiva, ma considera questa domanda uno dei problemi centrali della filosofia contemporanea della religione.

 

Considerazioni critiche

Dal punto di vista accademico, l’analogia tra sindrome di Anton e credenza religiosa deve essere trattata con cautela.

La sindrome di Anton è una condizione neurologica documentata, caratterizzata da specifici meccanismi patologici.

La perdita o trasformazione della fede religiosa, al contrario, costituisce un fenomeno psicologico, sociale e culturale molto più complesso.

Pertanto, l’analogia proposta da Dennett possiede principalmente una funzione euristica e provocatoria.

Essa non implica che i credenti o gli ex credenti siano affetti da una patologia, ma serve piuttosto a evidenziare la possibilità che gli individui possano non possedere una conoscenza pienamente trasparente delle proprie convinzioni.

 

Conclusione

La riflessione iniziale di Dennett utilizza un fenomeno neurologico raro per introdurre una questione filosofica di ampia portata: fino a che punto conosciamo realmente ciò che crediamo?

Attraverso l’esempio della sindrome di Anton, l’autore invita a considerare la possibilità che l’autoconsapevolezza umana sia meno affidabile di quanto comunemente si supponga.

Da questa prospettiva emerge il concetto di “negazione dell’ateismo”, inteso non come accusa o diagnosi, ma come strumento interpretativo per comprendere le tensioni che possono sorgere tra identità religiosa, appartenenza sociale e convinzioni personali.

L’intera riflessione successiva di Dennett si svilupperà a partire da questo interrogativo fondamentale, esplorando il rapporto tra credenza, linguaggio, conoscenza e trasformazione culturale delle religioni contemporanee.

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Le Letture Lisergiche ovvero Libri, Lussuria, LSD

Proposta al 90% seria che ho fatto ad un gruppo di persone e che è stata, giustamente direi, accolta un po’ con le pinze…

LETTURE LISERGICHE: LIBRI, LUSSURIA, LSD

Sostanze come il dietilamide dell’acido lisergico (LSD), 4-Po-DMT (Psilocibina), 4-propionyloxy-N-methyl-N-ethyltryptamine (4-Pro-MET), 12-metossi-ibogamina, (Ibogaina), Dimetiltriptamina (DMT), 5-metossi-N,N-dimetiltriptamina (5-Meo-DMT); quindi sostanze che contengono la struttura conosciuta come indolo e sostanze come la 3,4-metilenediossimetanfetamina (MDMA), la 3,4,5-trimetossi-β-fenetilammina (Mescalina) che non hanno la struttura indolica sono una classe di agenti allucinogeni che rivestono un’importanza culturale, spirituale e scientifica (McKenna, 1998; Nichols, 2016). L’etimologia del termine «psichedelico» deriva dalle parole greche ψυχή (psyche, «anima, mente») e δηλοῦν (deloun, «manifestare»). Pertanto, le sostanze psichedeliche sono «manifestazioni della mente/anima» e si ritiene che illuminino territori nascosti della psiche umana (Weil e Winifred, 2004).

“Psichedelici classici” è un termine generico che descrive una varietà di sostanze il cui meccanismo d’azione principale risiede nei recettori della serotonina (5-HT2A) nel cervello e che, a loro volta, producono profonde alterazioni della coscienza, comprese modulazioni del senso del sé, della percezione sensoriale e delle emozioni (Morris, 2008; Nichols, 2016; Speth et al., 2016).

É stato dimostrato come la psilocibina riduce in modo significativo la connettività funzionale (FC) all’interno della rete predefinita (DMN) e aumenta la connettività cerebrale globale. In particolare, è stato documentato un disaccoppiamento tra nodi chiave della DMN, quali la corteccia prefrontale mediale (mPFC) e la corteccia parietale posteriore (PCC).

L’LSD agisce sulla DMN in modo molto simile alla psilocibina. Ad esempio, l’LSD riduce la connettività all’interno della rete (in particolare nella parte mediale-posteriore della DMN) e aumenta le connessioni tra le reti.

Da qui la mia proposta: incontri basati sull’assunzione di LSD o Psilocibina, in quantità tali da non essere “invalidanti” ma comunque sufficienti per permettere un certo tipo di elevazione e apertura mentale, spirituale e artistica; incontri basati sulla lettura di poesie, letteratura preferibilmente ma non esclusivamente psichedelica (Hofmann, Huxley, Jünger, Leary per citarne alcuni), ascolto di Musica o, preferibilmente, produzione di Musica; discussioni e confronti aperti e liberi, senza giudizi o pregiudizi.


CAVEAT

1 – la partecipazione è subordinata all’assunzione di LSD o Psilocibina in quantità sufficiente da ricevere una adeguata apertura, ricettività e disponibilità alla condivisione ma non in quantità tale da creare situazioni di disagio, malessere, sofferenza o disturbo; per se stessi e per gli altri partecipanti.

2 – non ci deve essere alcun obbligo alla permanenza, se qualcuno non si dovesse sentire a proprio agio è libero di allontanarsi anche se dovrebbe essere un imperativo del gruppo rinunciare alla attività in corso per sostenere e aiutare chi si dovesse trovare in uno stato di necessità.

3 – quello che succede durante l’incontro rimane all’interno del gruppo. Dovremmo essere tutti consapevoli che si stanno usando sostanze illegali, in questo tempo e in questo spazio. Dovremmo anche essere tutti consapevoli che queste sostanze hanno la capacità di metterci a nudo, di una nudità ben più profonda rispetto quella fisica. Queste cose devono essere rigorosamente rispettate senza alcuna eccezione.

4 – non sono ammessi osservatori neutri. In virtù del punto precedente, per tutelare l’incolumità e la riservatezza dei partecipanti non possono essere accettate persone che non abbiano la seria e volitiva intenzione di contribuire all’esperienza comunitaria.

5 – non sono ammesse persone che non abbiano mai avuto esperienze con sostanze psichedeliche. Il gruppo non è un cerchio di integrazione, non è una “scuola di psichedelia” e nemmeno è un centro di distribuzione di sostanze. Chi partecipa deve sapere cosa sta assumendo, perché la sta assumendo e perché è presente agli incontri.

Questi caveat non sono negoziabili.


PROPOSTA PRATICA

Considerando l’utilizzo di sostanze che oggettivamente impongono un certo tipo di sforzo mentale e possibilmente fisico, una proposta pratica è quella di effettuare gli incontri in un giorno che permetta a tutti di avere il giorno dopo libero, senza impegni, per poter recuperare mente e corpo.

Idealmente potrebbe essere un sabato tardo pomeriggio o sera.

Il setting dovrebbe essere quanto più confortevole possibile ma senza rinunciare ad un accento psichedelico: luci adatte, colorate, musica di sottofondo (se non ci dovesse essere nessuno che suoni) possibilmente niente roba ambient, psytrance/GOA e simili ma qualcosa di più in linea con il Rock Psichedelico o comunque con lo stile West Coast ‘60/’70.

Il set dovrebbe essere a questo punto chiaro ma lo ripeto: letture di poesie, letteratura, scienza, arte, spiritualità (NON religione), fare Musica, discutere o eventualmente non fare niente e lasciare che il flow ci accolga naturalmente.

La frequenza dovrebbe essere di una volta ogni 8/10 settimane, non di meno per permettere all’organismo di riassestarsi.


SCOPO DEGLI INCONTRI

Non è possibile non osservare un costante e neanche troppo lento deterioramento di un certo tipo di aggregazione, di condivisione e di pensiero. L’impressione che mi sembra fin troppo evidente è che si sta perdendo, se non è già perso, un approccio che sia al tempo stesso profondamente ribelle e anarchico; intimo e spirituale; tecnologico e scientifico. La tendenza che ho visto sorgere quasi in sordina venti anni fa è stata quella di un adagiamento pigro e inerziale (inteso nel senso secondo cui un corpo permane nel suo stato di quiete o di moto rettilineo uniforme a meno che non intervenga una forza esterna a modificare tale stato. Vale per un corpo così come per una mente), refrattario ad ogni tipo di cambiamento che comporti uno sforzo. “Don’t Make Me Think” sembra essere stato il motto di questi ultimi decenni e la dimostrazione è lo sfacelo delle nuovissime generazioni, la perdita totale di qualsiasi capacità critica delle generazioni precedenti, la globalizzazione e omologazione culturale che ha portato ad una omogeneizzazione dei pensieri, appiattimento dei costumi, mancanza di azioni/reazioni, la completa sanitizzazione di qualsiasi pensiero ritenuto “politically incorrect”, “offensivo” e la conseguente marea montante del “pensiero” woke e della “cancel culture”. Sempre ammesso che pensiero e cultura abbiano senso in quei contesti.

La Psichedelia per sua natura è l’esatto opposto della tragedia che si sta consumando. Lo è sempre stata. Dagli albori, quando probabilmente in maniera ingenua ma genuinamente controculturale e ribelle si opponeva alla dittatura di un governo che non poteva accettare un pensiero critico e indipendente perché questo tipo di pensiero metteva in luce le profonde crepe, incongruenze e i palesi errori di scelte politiche rivelatesi poi, letteralmente mortali.

Da quando è stato dimostrato che certe sostanze hanno degli oggettivi benefici, non solo dal punto di vista umano ma anche dal punto di vista medico, sono state percepite come minacce (in realtà lo erano, minacce) ad uno establishment che basava la sua prosperità sulla pigrizia e sull’inerzia socioculturale delle persone. Benefici che dopo decenni di oscurantismo e proibizionismo completamente infondati sotto il punto di vista scientifico (sto pensando a te, Lyndon B. Johnson) stanno tornando, finalmente, nel posto che spetta loro di diritto.

La Psichedelia è quindi ancora quella chiave necessaria e indispensabile per aprire le “porte della percezione” di Huxley e per provare, quantomeno, a liberare la nostra mente dalle costrizioni che più o meno inconsciamente abbiamo addosso. Che lo vogliamo o meno, che siamo in grado di riconoscere o meno ma che, parafrasando e decontestualizzando Hippolyte Taine, abbiamo addosso come risultato di tre fattori: quello ereditario (race), quello dell’ambiente sociale (milieu) e il momento storico (moment).

Incontriamoci, dunque; liberiamo le menti e gli spiriti; lasciamoli volare insieme. Abbiamo i mezzi, abbiamo diversi contesti di partenza, diverse esperienze e probabilmente un fine e un obiettivo comune.

Vale la pena provare.

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Trip Report: 13/06/2026

Alla fine ci sono riuscito, ho conosciuto Molly. Ma vista l’esperienza preferisco chiamarla, più rispettosamente, con il suo nome: MDMA, 3,4-metilenediossimetanfetamina.

L’ho provata il 13 Giugno 2026, di pomeriggio. In effetti non è la prima volta che l’assumo; già il 14 Maggio 2026 ne avevo mandato giù 0,214g (21,4 cg) e il 3 Maggio ne avevo ingeriti esattamente 0,100g (10cg) ma il 3 Maggio non avevo notato praticamente alcun effetto se non una leggera ebbrézza chimica.

Il 14 Maggio avevo sentito qualche effetto nel fisico; un ammorbidimento degli arti, una rilassatezza mentale e una aumentata sensibilità alla Musica che era diventata in qualche modo tattile, sinestetica: sentivo la Musica sulla pelle ma non in maniera eclatante, più in maniera delicata, quasi gentile.

Il 13 Giugno invece, il dosaggio è stato decisamente più importante: 0,305g (30,5cg) mandati giù a parachute con un sorso di cocacola, dopo un pranzo leggero, alle 16,37.

Per circa un’oretta non è successo nulla. Le mie aspettative non erano altissime, ho dei pregiudizi sull’MDMA (dovrei dire “avevo” dei pregiudizi…), in primis la mancanza dell’indolo che sono sempre più convinto è “l’anello magico” che dona alle sostanze la chiave per rivelare il mio spirito. Si, ho scritto spirito. Ho le mie motivazioni.

Mi sono messo a suonare la chitarra, senza aspettarmi nulla in particolare. Sapevo che la dose è considerata alta sotto tutti i punti di vista ma dovevo capire questa sostanza. Dovevo capire come avrei reagito io con questa sostanza nel cervello.

Quando dopo circa tre quarti d’ora ho smesso di suonare, continuavo a non avvertire nulla di particolare, nulla di eclatante. Sapevo però di dover avere pazienza, sapevo che a volte alcune sostanze ci mettono di più a fare effetto, a volte di meno. A volte la stessa sostanza ci mette un ora, a volte venti minuti (vedi il mio ultimo viaggio con l’LSD) quindi mi sono rollato una sigaretta e mi sono messo sul balcone a prendere un po’ di sole e fumare lentamente.

Sarà stato il caldo, sarà stata la nicotina, saranno state le molecole che hanno iniziato ad invadere gli spazi intersinaptici ma qualcosa, sul balcone, ha iniziato a cambiare. All’inizio è stata la Musica: gli altoparlanti erano nello studio ma i suoni erano più belli. Non posso dire che fossero più definiti (come con l’LSD) ma erano… Giusto più belli. Li sentivo addosso; provavo dei formicolii sulle gambe e sulle braccia che seguivano il ritmo della Musica. Non qualcosa di forte o di invadente ma qualcosa che si insinuava “sottopelle”, nella carne, indiscutibilmente sensuale anche se non apertamente erotico. Non ancora per lo meno.

Sono rientrato in casa e i suoni mi hanno avvolto. Non so come altro descrivere questa cosa. Li ho sentiti addosso me, come mani che mi accarezzavano e che esploravano il mio corpo, come tessuti morbidi, come un leggero vento tiepido. Mi è mancato il fiato. Non riuscivo a dire niente, a fare niente, ero sopraffatto da queste sensazioni, dai suoni. Era meraviglioso. Trascendentale. Era… Giusto.

E come al solito mi sono commosso, ho sentito qualcosa di caldo venire giù dagli occhi e scorrere sulle guance. Ho cercato, giorni dopo, qualcosa che potesse descrivere la sensazione che stavo provando e la cosa che più assomiglia è “estasi“. L’estasi (dal greco ἔκστασις, composto di ἐκ o ἐξ + στάσις, ex-stasis, «essere fuori») è uno stato psichico di sospensione ed elevazione mistica della mente, che viene percepita a volte come estraniata dal corpo: da qui la sua etimologia, a indicare un «uscire fuori di sé».

Non potrei definire meglio quello che ho passato quel pomeriggio. Non so per quanto tempo sono rimasto immobile, in piedi o seduto o sdraiato sul letto a contemplare e non-contemplare. Ad ascoltare e non-ascoltare. Perchè se da un lato ero nell’esperienza, ero nella Musica, ero nella tattilità, dall’altro ci sono stati momenti nei quali non ero. Non ascoltavo. Non percepivo nulla e forse proprio in quei momenti ho vissuto l’estasi più profonda.

Uno scivolare verso una sensazione di dissoluzione totale, intuire che il corpo si stava liquefando, sublimando in qualcosa che non era immanente, non era tracciabile, non era neanche pensabile. E infatti non pensavo. Non ricordo di aver pensato, o provato qualcosa. La mente, forse la coscienza non rispondeva più. Non c’era più? Era “soltanto” zittita momentaneamente?

Vagamente percepivo la gravità che si spostava in altri posti e mentre sentivo il corpo che mi lasciava (senza provare però paura o timore), sentivo che qualcos’altro iniziava a volare in una “assenza di spazio”, a staccarsi per seguire rotte che non sapevo e che ero più che impaziente di percorrere, anche se “impazienza” non è il sostantivo che meglio riflette quello che stavo vivendo. Forse era più una tensione verso l’ignoto?

Volevo, quindi da un lato c’era senz’altro un atto volitivo ma dall’altro c’era un totale abbandono, non ero più il mio corpo e probabilmente non ero più neanche la mia coscienza. Quanto è difficile, seppur divertente, descrivere quello che non si conosce!

“Qualcosa” stava raccogliendo con amore quello che era rimasto di me, quella parte che si era liquefatta e mi stava accompagnando altrove.

Abbandonarmi era l’unica cosa che potevo, volevo e dovevo fare. E così sono volato via, in mezzo a suoni che sentivo (nell’accezione anglofona di “to feel”) distintamente come vibrazioni che mi passavano attraverso ma attraverso cosa non l’ho capito; potrei giurare che non mi attraversavano il corpo. Erano troppo profondi, troppo ricchi, troppo colorati, troppo sensuali, forse il mio corpo non sarebbe stato in grado di recepirli o di capirli.

Non so davvero per quanto tempo sono rimasto in questa estasi, era tutto così morbido, tiepido, vagamente umido e profumato.

Mentre scrivo questo però mi rendo conto che le mie parole sono “nel presente”. In quel momento non c’erano parole e non c’erano pensieri. Mi viene in mente il non-essere di Parmenide che per definizione non è descrivibile. Non c’ero più, ero mescolato, sciolto in qualcosa di più grande di me, di così immensamente accogliente che mi sono accorto solo ore dopo che avevo inzuppato il cuscino di lacrime.

Ogni tanto, non so come, qualcosa mi spingeva ad aprire gli occhi e quello che ho visto è stato altrettanto trascendentale.

Sdraiato sul letto ho provato ad alzare le braccia ed ho visto la mia pelle nera, nero carbone con delle minuscole scaglie dorate sparse sulla superfice, dei minuscoli punti dorati. Se passavo un dito sulla pelle, questo lasciava una scia luccicante di questi punti dorati che lentamente svaniva nel nero carbone.

Questa cosa mi è piaciuta tantissimo! Non smettevo di passare le dita sul dorso della mano, sulle braccia! Anche perchè la sensazione tattile era assurdamente piacevole! Mi passavo le mani sul volto, sul torace e sentivo ogni singolo atomo che si strofinava sull’altro. Mi sono messo a ridere e sentivo il respiro come un vento caldo che usciva dalla mia gola, lo sentivo così chiaramente che per un momento ho pensato di essere Eolo e che stavo per scatenare una tempesta.

Sentivo la lingua battere sui denti, le labbra che si tendevano in un sorriso, la risata che risuonava nei polmoni. Mi sono morsicato le labbra e mi piaceva. Sentivo tutto ed era bello.

Ed è tornato quel desiderio… Quel fuoco. Questa volta solo per un istante, mentre i denti stringevano la carne delle labbra: ancora “lei”. Eccheccazzo! Mi è scappato un singulto, una parte di me voleva pensarla, una parte di me no.

Ho guardato il lampadario e per un momento mi sono spaventato. É stato giusto un attimo ma mi sono spaventato; ho visto qualcosa che assomigliava molto a lunghi capelli bianchi che fluttuavano sul soffitto, come se fossero immersi in acqua e il lampadario stesso era una strana stella rossa che pulsava a ritmo di Musica. TUTTO stava pulsando a ritmo, anche quello strano formicolio nelle gambe.

Non me lo aspettavo di vedere quei capelli bianchi sul soffitto, quello mi ha brevemente spaventato ma una volta che ho accettato la cosa, non ho potuto fare a meno di rimanere sdraiato a guardare quelle onde e quella stella che respiravano, che emettevano onde ritmiche.

E lentamente un pensiero è emerso: “se un dio ci deve essere in questo universo, è la Musica“. Ed ho ricominciato a piangere, di una felicità che non posso non definire sovrannaturale. Ero talmente, intimamente fuso con la Musica che ancora una volta stavo perdendo i confini del mio corpo. Non sentivo più le mie mani, i miei piedi. I confini si stavano disfacendo in onde sonore ed era totalmente una gioia sentirsi diventare Musica.

“Stai con me, stai con me, stai con me. Non andare via, ti prego”

Ho ripetuto questa frase, forse l’ho pronunciata, forse l’ho soltanto pensata. Ma la ripetevo come un mantra. Non volevo che quella sensazione finisse. Non volevo tornare indietro.

Ma mi stavo nascondendo qualcosa… Stavo ancora pensando a “lei”. Stavo implorando il mio pensiero di non lasciarla andare via dalla mia mente. Quel sentirsi Musica, quell’essere non più confinato in uno spazio fisico implicava la sua presenza in spirito e carne ma, data la situazione, anche solo come ricordo o desiderio (beh, più desiderio a dire il vero) e non volevo che una improvvisa bonaccia o peggio, una corrente crudele, me la portasse via. Stavo pregando.

Se chiudevo gli occhi, volavo via. Se li aprivo, la stella rossa e il mare di capelli bianchi erano li, pronti a riaccogliermi. Il tutto avvolto dal calore musicale. Qualsiasi scelta era giusta. Era buona.

Ovviamente, perchè a quanto pare non si sfugge dalla propria natura, c’è stato un momento nel quale ho visto un esercito di papere di gomma, gialle con il becco arancione,che galleggiavano in un oceano di porpora, mentre una di queste, più grande e imponente mi guardava sorridendo apertamente. Piero, il papero psichedelico era passato a trovarmi.

Era un sorriso tranquillo, rassicurante. Il sorriso di un amico che ti conosce e che ti sta dicendo “tranquillo, sta andando tutto come deve andare. Lasciati cullare, sono qui”.

Per un qualche motivo mi sono alzato dal letto. Era strano camminare. Scalzo, sentivo ogni imperfezione delle piastrelle del pavimento. Vedevo la Musica intorno a me, vedevo il movimento delle particelle d’aria e polvere, lo sentivo sulla pelle, nelle orecchie e forse lo sentivo nel mio spirito, più che nel mio corpo. Estasi. Trascendenza. Sublime.

Sono andato in bagno e quel che ho visto allo specchio è stata la cosa più incredibile: il mio riflesso allo specchio aveva delle stelle negli occhi. Dei punti di luce così netti e brillanti che quasi nascondevano le pupille. La pelle nera come il carbone punteggiata di minuscoli granelli dorati. La barba che si muoveva lentamente come alghe.

Ero io? Ho provato a raggiungere quella immagine tendendo una mano ma lo specchio mi ha fermato e mi sono sentito subito triste, volevo raggiungere quella persona, volevo abbracciarla ma non potevo.

“Mi dispiace, non posso raggiungerti, non ci riesco. Mi dispiace, perdonami”

Potrei giurare che la figura dall’altra parte dello specchio non fosse altrettanto triste. Non felice ma non triste come me. Potrei giurare che il suo sguardo fosse rassicurante, silenzioso ma rassicurante. Io invece avevo un disperato bisogno di toccarlo.

Ho aperto il rubinetto e la sensazione dell’acqua fredda sulle mani è stata un’altra esperienza incredibile.

La sentivo come qualcosa di vivo. Qualcosa che stava avvolgendo le mie mani, che stava giocando con le mie dita. Era straordinario… Continuavo a farla scorrere, fredda ma giusta, volevo sentirla fredda, in contrasto con il calore che emanava la pelle.

E quando ho alzato le braccia, ho sentito ogni singola goccia che colava verso i gomiti.

Ogni. Singola. Goccia.

Ho sentito ogni goccia che da fredda diventava tiepida, ho sentito ogni singolo percorso che veniva tracciato sulle braccia ed ogni percorso è stato un brivido di piacere. Sono andato avanti per ere geologiche così, a raccogliere acqua nelle mani e farmela colare sulle braccia, sul torace, sull’inguine. Fino a che non ho deciso di bagnarmi la faccia.

Ho raccolto dell’acqua nel cavo delle mani ed ho tuffato il volto in quella minuscola piscina. Era morbida. L’acqua è morbida? Per me lo è stata. Vellutata come la pelle dell’interno coscia di una donna.

Mi sono passato le mani bagnate sul viso, ascoltando come colava sul collo e sul petto, leccandomi le dita per sentirne il sapore. Il contatto della lingua con la punta delle dita è stato intenso, il sapore della pelle, la sensazione ruvida e morbida della lingua sulla punta delle dita, sentire nel frattempo l’acqua che colava su tutto il corpo… Ero, ancora una volta, in una totale estasi.

Ma questa volta c’era una nota molto chiara, forte e squillante di erotismo. Il cuore batteva forte, il sangue invadeva veloce ogni parte del mio corpo, i pensieri si erano liberati da ogni censore. Il mio corpo rispondeva in accordo. Cazzo se era piacevole!

Ho riaperto gli occhi, non so quando e non so come ma le stelle che avevo visto prima erano ancora più brillanti, non c’erano più le pupille, c’erano queste luci bianco-azzurrine che facevano risaltare i granelli dorati incastonati nella pelle nera.

Ho inziato a ridere senza ritegno, non potevo non ridere. Tutto intorno a me stava pulsando, respirando. Ora che il mio corpo era bagnato sentivo ogni corrente d’aria come una mano fresca che mi carezzava ed era assolutamente bello, dolce e profondamente erotico.

Sono rimasto in piedi in casa a respirare suoni e visioni per una eternità e mezzo. Altre volte mi sono sentito sublimare e perdere i confini, non me lo aspettavo ma ho abbracciato la cosa con gioia.

C’è qualcosa in quel dissolversi, in quel perdersi. É uno disfacimento che non mi fa paura perchè forse non è un vero disfacimento ma un ricongiungimento. A cosa, non lo so. Ma lasciarmi dietro il corpo per ritornare verso… Boh. Non so verso cosa. Torno a casa? É questo il “sense of homecomeing” del quale ha parlato Ann Shulgin? Ha senso questa frase? Quale casa? Ha poi davvero senso farsi queste domande?

Si, credo di si, è la mia natura, è la natura dell’uomo farsi domande anche quando queste non avranno mai risposta.

Quindi si, dissolversi e ricongiungersi. In qualche modo. Con qualcosa. Di bello.

La prima annotazione che sono riuscito a prendere è stata alle 20,47.

“Non andare via ti prego”

Stavo percependo che gli effetti iniziavano a scemare e non lo volevo, volevo stare con… Con la droga? No, non con la droga. Volevo rimanere con l’entità che la droga mi ha fatto percepire. Volevo stare con μουσική.

Volevo stare con “lei”.

Non volevo che se ne andassero. Ma sentivo che stavano allontanandosi e mi ha preso una tristezza cosmica che mi ha fatto davvero male. Non volevo.

Ho pianto, ho pregato disperato, ho implorato che non se ne andassero via ma era inevitabile. Lo sapevo ma non di meno mi stavo sentendo derubato e spogliato. Mi stavo sentendo solo. Non sapevo cosa, a chi chiedere aiuto.

Devi accettare questa condizione, hai ricevuto, ora devi restituire. É la condizione del navigante.” qualcosa mi ha sussurrato questi concetti ma non mi hanno consolato per niente…

Ho pianto senza ritegno. Che altro potevo fare? Che altro si può fare di fronte all’inevitabilità?

E poi è accaduto quello che non avrei mai potuto prevedere, immaginare, temere. E non so ancora perchè mi è successo. É accaduto qualcosa che mi ha fatto davvero male, nel profondo.

Ho pensato alle persone che ho perso nel corso della mia vita. Perso davvero, senza possibilità di ritorno o redenzione perchè sono persone che sono morte.

Ho pensato ai miei amici che sono morti, alle persone che ho amato e che sono morte. Alcune fisicamente, altre morte dentro (e forse, forse è una morte peggiore) ma in ogni caso morte.

E con loro pezzetti di me.

Ho ricordato i loro nomi, uno per uno. Ho ricordato come sono morte (incidente in automobile, overdose, suicidio, guerra, morte “naturale” per quanto può essere naturale morire a 39 anni di “insufficienza cardiaca”). Ho ricordato il pezzo di vita che ho condiviso con loro, l’ultima volta che le ho viste. I litigi, le riconciliazioni, i progetti, le grandi fughe insieme, l’amore fatto, le banalità che all’improvviso non erano più banalità.

E cazzo se ho provato dolore. Non sono neanche riuscito a piangere, ero paralizzato sul letto. Non riuscivo a muovermi, a parlare, forse non sono neanche riuscito a respirare in maniera appropriata, forse sono rimasto in apnea.

C’era solo questo orribile senso di schiacciamento dietro lo sterno, questo atroce annaspare nel chiedersi perchè sapendo (e forse questo rendeva il dolore ancora più penetrante) che non ci sarebbe mai stato alcun perchè e che la mia domanda sarebbe solo servita a stare peggio.

Ma non potevo non chiedermelo. Non riuscivo a fermarmi.

Stavo sprofondando nelle sabbie mobili.

Con il dolore è venuta la rabbia, sono venute le urla e i pugni tirati all’aria. Non riuscivo ad accettare niente di tutto quello. Non capivo perchè dovessi stare così male quando poco prima (poco?) stavo così bene, non capivo perchè le persone che ho amato avevano dovuto morire, non capivo perchè non dovessi avere una risposta. Me la meritavo una risposta. Non capivo, non capivo un cazzo di niente, non avevo uno straccio di risposta, una qualsiasi risposta mi avrebbe confortato e invece non avevo niente.

Un vuoto talmente sterile che probabilmente mi avrebbe ucciso se avessi continuato a indagarlo.

La rabbia era soffocante, il dolore era assordante; tutto era diventato cacofonia oscura, melassa nera nella quale annaspavo. Non sapevo cosa cazzo fare, solo una cosa mi era chiara: non potevo continuare a rimanere in quella situazione ma non sapevo cosa fare.

La Musica era diventata una minuscola particella, lontana, quasi muta, distorta.

Ho provato a fare l’unica cosa che so fare: arrendermi. Non so fare altro quando le cose diventano difficili, durante un viaggio.

Ho provato a pensare, non so se ci sono riuscito davvero ma ci ho provato.

“Bene, se devi distruggermi in questo modo, allora vieni a me, fai quello che devi e finiamola qui”

Credo di avere pensato qualcosa di simile, non verbatim, non con parole ma il senso era quello. Stavo per cedere sotto un peso che non mi aspettavo di dover subire, che non ero sicuro di poter gestire e che rispetto al quale non avevo le forze necessarie per reggerlo. Quindi che mi schiacciasse pure, non vedevo alternative.

E volevo che quello strazio finisse velocemente.

Ho chiuso gli occhi, ho provato a regolarizzare la respirazione con il box breathing e forse in qualche modo ci sono riuscito perchè lentamente (ma più velocemente di quanto sperassi) il dolore ha iniziato a diluirsi, la rabbia ha iniziato a calmarsi e la Musica è tornata vicina. Ci è voluto tempo e non è stato facile; ogni tanto i nomi e i volti tornavano e con quelli tornavano fitte di dolore ma piano piano la marea si è ritirata ed ho ricominciato a respirare.

Era notte quando, infine, è passato tutto. Ho controllato l’orologio ed erano le 23,44. Ero stanco, distrutto. Ma curiosamente lucido, la mente era in qualche modo chiara e limpida. Ho bevuto come un cammello perchè avevo una sete pazzesca, avevo sudato tantissimo, avevo pianto tantissimo.

Ho passato la domenica successiva (14 Giugno) a camminare nel parco Sempione, a fumare sigarette, a bere bibite e acqua e a riflettere.

É stata una esperienza intensa. Ho provato picchi di gioia, ho provato l’estasi, lampi di piacere e un abisso di dolore. Beh, in fin dei conti posso definirla una esperienza psichedelica completa. Difficile, impegnativa ma completa. E decisamente NON un bad trip.

Ora che è passato qualche giorno e che sono ancora in un tenero e piuttosto complesso afterglow (a quanto pare la MDMA mi da un afterglow, proprio come sua Maestà LSD) posso trarre alcune conclusioni.

Questa sostanza mi è indubbiamente “amica” in qualche modo. La Musica con essa è qualcosa di talmente fisico che si fonde con il sensuale. Decisamente di più che con l’LSD.

Tutta la sfera della percezione viene lanciata nell’iperspazio e capisco molto bene perchè questa droga viene definita come quella che dona “aumento della sensibilità, della percezione o della sessualità” o effetti entactogenici. Oh se lo capisco adesso!

MA… C’è una discreta differenza tra MDMA e LSD che ritengo sia importante sottolineare. E sottolineo che questa differenza vale solo per me, non so se qualcun’altro ha la mia stessa impressione.

L’MDMA mi ha regalato sensazioni ed emozioni più centrate sulla fisicità. A parte il momento di pura estasi (che comunque vorrei sperimentare con una dose equivalente di LSD per capire se il momento estatico è legato alla molecola o ad una mia predisposizione, preparazione o cos’altro) e il momento di dolore abissale ma la maggior parte del viaggio è stato un viaggio fisico: la Musica era fisica, le sensazioni erano fisiche, l’eccitazione era scaturita dal contatto, dal toccare, dal leccare. Piacevole in maniera quasi sovrumana!

L’LSD invece fa scaturire la sua piacevolezza, il suo essere entactogeno da qualcosa che è anche, profondamente, spirituale e non solo fisico. La Musica assume significati più profondi, non è “solo” vibrazioni meccaniche che vengono amplificate e amplificano; è una sostanza che rende iperrecettiva la mente al messaggio ineffabile della Musica stessa, quel mistero per il quale molecole che si muovono in sincrono scatenano emozioni, ricordi, desideri.

Una riflessione riguardo la Musica è che, ad esempio, non ricordo il nome di un pezzo che ho ascoltato insieme all’MDMA. Invece, con l’LSD ricordo bene ogni musica che ho ascoltato, nonostante i dosaggi.

La sensualità e l’erotismo dell’LSD nasce da un desiderio che non è solo carnale ma che ha radici in qualcosa di più profondo, che cerca questa profondità e ne ha bisogno per manifestarsi. Non è il “semplice” desiderio di toccare qualcuno, di sentirne il corpo e di accoppiarsi, è il desiderio di fondersi, di conoscere quel qualcuno, di farsi avvolgere dalla luce dell’altro e di penetrarne non solo il corpo ma anche il suo spirito. E di farsi penetrare in egual modo.

É come se l’MDMA fosse una piccola parte dell’esperienza che invece può regalare l’LSD. Senza negarne la piacevolezza, lo stupore e la meraviglia ma la mia personale sensazione è che se paragono l’MDMA a l’LSD, questa mi sembra incompleta.

Bella, intensa ma incompleta.

Tra qualche mese (parecchi, direi. So che l’MDMA è piuttosto tossica per l’organismo e non va in alcun caso abusata quindi si, mi prenderò molti mesi di pausa da essa), probabilmente ripeterò l’esperienza in un contesto diverso e vedremo che cosa imparerò allora. Voglio lasciare passare un bel po’ di tempo perchè in programma ci sono altri viaggi con altre molecole, altre cose che devo provare, capire.

Ma il mio rapporto con questa signora non è finito qui. Non ora, per lo meno.

Dopo questa esperienza ho scritto due poemetti.

E una riflessione su uno spiacevole evento accaduto due giorni dopo il viaggio.

Il Momento Di Sconforto

 

Posted in Articolo, Chimica, Letture, Psichedelia, Trip Report | Tagged , , , , | Comments Off on Trip Report: 13/06/2026

Non Ti Amo

Ich liebe dich nicht

Aber ich weiß, ich würde auf die Knie fallen, um deine Hüften zu umarmen
Und deinen Bauch zu küssen
Wenn du mir deine Hände entgegenstrecken würdest

Ich liebe dich nicht

Aber ich könnte an Gott glauben, wenn er mir
Das Wunder deiner Lippen auf meinen gewähren würde

Ich liebe dich nicht

Aber ich könnte die Kraft eines Schwarzen Lochs besiegen
Wenn sich deine Arme mir entgegen öffnen würden

Ich liebe dich nicht

Aber es gibt ein Feuer, das in mir lodert
Bereit, zur Schmiede zu werden, wenn dein Blick
In meinem verharren würde

Ich liebe dich nicht, Ich liebe dich nicht
Ich liebe dich nicht, Ich liebe dich nicht


Non ti amo

Ma so che cadrei in ginocchio ad abbracciare i tuoi fianchi
E baciare il tuo ventre
Se mi tendessi le mani

Non ti amo

Ma potrei credere in dio se mi concedesse
Il miracolo delle tue labbra sulle mie

Non ti amo

Ma potrei vincere la forza di un buco nero
Se le tue braccia si aprissero verso di me

Non ti amo

Ma c’è un fuoco che ruggisce dentro di me
Pronto a diventare forgia se il tuo sguardo
Si fermasse nel mio

Non ti amo Non ti amo
Non ti amo Non ti amo

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Lächelnd – Sorridendo

Sie sind nicht tot.

Sie sind einfach verschwunden.

Wie der Nebel in der morgendämmerung.

Und jetzt geht es mir besser.

Nur ein wenig schlechter geschmack auf der zunge.

Nur ein mittelmäßiger speicher.

Nur ein bedauern, dass die zeit repariert.

Ich kann über sie und lächeln denken, jetzt

 


Non sono morti.

Sono semplicemente scomparsi.

Come la nebbia all’alba.

E ora sto meglio.

Solo un leggero retrogusto sgradevole in bocca.

Solo una memoria mediocre.

Solo un rimpianto che il tempo sanerà.

Ora riesco a pensare a loro e a sorridere

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Il Momento Di Sconforto – Parte 1

Temevo che prima o poi sarebbe arrivato qualcosa di simile. Ed è arrivato. Dopo il viaggio con l’MDMA e il dolore che per qualche tempo ho provato, oggi ho sentito uno sconforto abissale e per la prima volta sono ricorso al THC per zittire quello sconforto.

Non è la prima volta che ricorro a “sostanze” per silenziare le mie emozioni. Per decenni ho sofferto di Binge Eating Disorder (e mi fa davvero molto strano scriverlo pubblicamente e senza circonvoluzioni, per la prima volta): in parole molto povere ma spero chiare, il BED è un disturbo che porta a trattare il cibo esattamente come una droga. O per lo meno lo è stato per me. Quando le emozioni raggiungevano o oltrepassavano una certa soglia, avevo bisogno di qualcosa che le sedasse e avevo trovato quel “qualcosa” nel cibo. Non in tutto il cibo ma in alcune tipologie specifiche; ad esempio non toccavo gli zuccheri ma i carboidrati, tra gli altri.

Oggi il BED è completamente sotto controllo anche se il suo richiamo, ogni tanto lo sento ancora. Ho le risorse per non esserne più succube ma come ogni persona che ha passato una fase acuta di dipendenza, ne sento ancora l’invito, in alcuni frangenti.

L’ho sentito. Estremamente potente. Prima di rollarmi una canna con circa 60cg di cannabis (che per me è una quantità veramente elevata) ho avuto la prontezza di scrivere qualche riga sul diario. Non ho usato il cibo, come usavo fare anticamente. Ma il richiamo era lo stesso e la mia risposta, purtroppo, la stessa.

“Oggi mi drogo perchè ho paura di sentire  quello che ho dentro di me. Il Vuoto, gli errori del passato, le persone che ho allontanato, le persone che ho perso per sempre, le occasioni che ho perso.

Ho sentito tutto questo ed è un dolore quasi insopportabile che oggi non ho la forza di tollerare.

E non so se ho più paura di assumere questa sostanza che mi anestetizzerà oppure ho paura di non assumerla e stare con l’angoscia che mi sta stringendo il cuore come filo spinato.

NO! Ho scelto. Userò questa molecola, questa droga. Probabilmente andrò in green out ma per oggi ho SCELTO di farlo. Ho un cazzo di bisogno di questa anestesia, di questa analgesia.

Oggi il dolore è troppo grande e io sono troppo piccolo per contenerlo tutto.

AMEN.

Che la dolce Musica abbia pietà di me.”

É servito? Si. Sono effettivamente andato in green out e non è stato piacevole ma è servito a mettere a tacere la cippatrice che stava sbrindellando il mio cuore. Mi sono addormentato senza che neanche me ne rendessi conto.

E mi sono sentito in colpa. Avrei voluto reagire meglio, avrei voluto non ricorrere ad una canna per stare con il mio malessere, avrei voluto sentirmi più pronto, forse più maturo, meno fragile, meno solo ma non è stato così e sento una punta di vergogna.

Non voglio stare a chiedermi se queste sensazioni siano adeguate, giuste o idonee. Al momento non mi interessa chiedermelo. Ci rifletterò, semmai, più avanti.

Questi ultimi tre giorni sono stati parecchio difficili, ho bisogno di tempo e spazio per tirare le fila di tutto quanto e probabilmente nell’immediato futuro scriverò a riguardo.

Per ora mi lecco le ferite e tant’è.

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An open letter to Roger Waters (I don’t even remember what was all about but hey…)

Dear mr Waters,

My apologies for clogging your comment wall with my opinion. But I feel the urge to say something.
I think you are partially right when you say that “read, read, read, read and then read again” is the heavy lifting. I think, on the other hand and based on my own experience, that this is mere fifty percent of the heavy lifting.

The other fifty is observe the people around you, interact with the people around you. The more, the better. The most geographically distant, the better.

And then keep on reading and keep on observing, keep interacting. That’s the one hundred percent “heavy lifting” in the way you, mr Waters, very probably meant it. And as far as your video showed, you did that, but for some reasons you did not mention it at all. Or at least that what it seemd to me.

Reading, studying, going deep inside any matter is not just a right of human beings. It’s a fucking DUTY; is a primary, fundamental, vital necessity, without which we are not human beings. We are not even trained monkeys.

We are a chocking weight for all humanity. We are a deadly burden to those around us, to those who live literally next door to us or thousands of kilometres away. A burden that mercilessly drags us into a dark abyss from which, to come out, will cost sacrifices that we cannot even imagine today, but of which we are having some sad and tragic taste.

Cultivating culture, the real kind, the kind that we may not like and that absolutely does not give a damn about ‘muh emushuns’, our desires, our anger and revenge and our fears, is as absolutely and inescapably indispensable and vital as breathing, eating reproducing; as Art and Science.

The ‘cancel culture’ first and foremost is not culture.

It is the fascist administration of a homogenised product that is insipid and poor in nutrients but full of drugs that make us weak, sluggish in critical thinking, full of muscles but deprived of brain circumvolutions; deprived of the right ‘antibodies’ to live in this often poisonous and indifferent broth called the Universe that was not made for us, but which we have stumbled into by a bizarre chance, and let me tell you, often through the ‘fault’ of an irony so cruel and incomprehensible that it can destroy a human being’s sanity if we do not have those antibodies I mentioned earlier, antibodies which only a proper culture, deeply rooted but with branches reaching everywhere, can help growing and preserve.

Mr. Waters, those are your words. Do you remember them at all?

We watched the tragedy unfold
We did as we were told, bought and sold
It was the greatest show on Earth
But then it was over
We oohed and ahhed
We drove our racing cars
We ate our last few jars of caviar
And somewhere out there in the stars
A keen eyed lookout spied a flickering light
Our last hurrah
And when they found our shadows
Grouped ’round the TV sets
They ran down every lead
They repeated every test
They checked out all the data on their list
And then
The alien anthropologists
Admitted they were still perplexed
But on eliminating every other reason for our sad demise
They logged the only explanation left
This species has amused itself to death
No tears to cry
No feelings left
This species has amused itself to death

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Marx Predicted Gavin Newsome’s Technofascist Plan

From YouTube channels NonCompete and Luna oi!

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