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"Ti chiedo soltanto una cortesia: cerca di lavorare sulla tua autostima per capire qual e’ vero valore che vuoi dare a quello che scrivi. Per i tuoi lettori potrai valere anche quanto Hemingway, ma per un editore se ti fai pagare zero varrai sempre zero."
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Stralcio di articolo di Carlo Gubitosa a proposito dell'importanza di non svendere mai la propria professionalità...
Dialogo tra fede e fiducia
– Andrea, tu credi?
– No. Non ne sento la necessità.
– Però credi alla Scienza.
– No. Ho fiducia nella Scienza, è diverso.
– Non è vero, è la stessa cosa, la Scienza ti dice una cosa, tu la prendi come un dogma.
– No, sbagli. Uno o più scienziati mi dicono una cosa, perchè prima l’hanno dimostrata ad altri scienziati, che erano lì per giudicarli. Quindi non credo ai primi come si crede ad un dogma, ho fiducia che chi ha controllato lo abbia fatto come si deve.
– E se sono in malafede?
– Capita. Anzi è capitato. A volte non solo per malafede, ma proprio per un errore non visto o un test non effettuato. Ma fino ad oggi c’è sempre stato qualcuno che ha ricontrollato, ha cercato di capire e ha indicato l’errore. O la frode. Sempre.
– Non è vero. Quanti bambini deformi ci sono stati perchè la Bayern non ha ritirato il Talidomide. Faceva comodo e ci facevano un sacco di soldi.
– Veramente non era la Bayer, ma un’altra ditta tedesca, la Chemie Grünenthal, che esiste ancora oggi. E quel caso è proprio la dimostrazione che la Scienza funziona. E’ semplice da capire: hanno immesso sul mercato un farmaco che non era stato sperimentato sui topi in gravidanza, ma che veniva venduto anche alle donne incinte. Sono nati migliaia di feti deformi, alcuni ricercatori americani hanno studiato il caso e hanno scoperto l’associazione tra le deformazioni e il farmaco. Poco dopo il prodotto è stato ritirato. Quindi il sistema funziona.
– Sì però i vacci…
– No, scusa. Wakefield anche no. Quella era una truffa per vendere un suo prodotto.
– E allora, il tumore, non esis…
– Calma. Non esiste una sola forma tumorale. Sono circa 100, ognuna delle quali con caratteristiche precise e ed evoluzioni precise.
– Ehhh ma la chemio non…
– La chemio è l’unica arma, ad oggi, per provare a sconfiggere alcuni tumori. Sai come funziona?
– Sì ti iniettano sostanze nociv…
– No. Fermo. Ti iniettano un medicinale, che ha effetti collaterali evidenti, ma sai, l’alternativa è la morte. E lo sai che ci sono tre cicli diversi? ognuno con un farmaco differente, che hanno circa il 70% di funzionare nel primo ciclo, un 40% nel secondo e meno del 30% nel terzo. Via quelli abbiamo solo la morfina. Ma è per non soffrire.
– Ma sei sicuro di quello che ti hanno raccontato?
– Mi fido. Come mi fido dell’ingegnere che progetta il ponte su cui passo ogni giorno, o di quello che ha progettato i freni della mia auto o di quello che ha costruito il treno su cui viaggio a 300 km/h. Io non ho le conoscenze necessarie, loro hanno studiato, mi fido abbiano fatto un buon lavoro. Ho fiducia in gente che passa molti anni della propria vita, tra mille sacrifici, a studiare materie così complesse. Ho molta fiducia in queste persone. Non ho fede in un ipotetico dio, ma molta fiducia in queste fragili creature. Ma tu, tu hai studiato? Hai capito? Ti fidi di noi?
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Il ritorno alla Natura ovvero Perchè non c’è niente di etico nella vita di un vegano
POSTATO ORIGINARIAMENTE IL 13 OTTOBRE 2017
Uno dei concetti ribaditi più spesso dai vegani è il fatto che mangiare carne non sia naturale, in quanto l’uomo necessita di un’arma per catturare un animale e di strumenti atti a sezionarlo e cuocerlo.
Ciò che questa teoria non tiene in considerazione è che l’uomo, rispetto ad altre specie, ha sopperito alla scarsa prestanza fisica con l’intelligenza che gli ha permesso di sopravvivere e di raggiungere il vertice della catena alimentare.
È ovvio che tra un uomo e un lupo, sul piano fisico e senza l’ausilio di alcuna arma, l’uomo non abbia speranza; d’altro canto, nel corso dei secoli, l’uomo ha costruito degli strumenti che gli hanno permesso di difendersi efficacemente dai predatori e di procacciarsi nuove fonti di cibo.
È sensato pensare che, passato il periodo iniziale, il presunto “essere umano abbandonato a se stesso” tanto caro ai fruttariani, oltre a mangiare tutto ciò che trova in natura (frutti, sì, ma anche insetti e carcasse animali uccise da altri predatori) si dia a costruire ciò che gli permetta di avere un riparo, di ottenere nuove forme di cibo, di cuocere il suddetto cibo e di conservarlo. Ad esempio attraverso tecniche antiche quali la salatura, così da non dover consumare tutto subito e poter avere delle scorte per i periodi di difficoltà.
L’utilizzo dei primi strumenti in pietra risale al paleolitico; occorre domandarsi perché qualcuno, nel 2017, voglia ritornare a quell’epoca, in nome di una improbabile naturalezza da applicare esclusivamente al tipo di alimenti di cui nutrirsi… e nemmeno a tutti.
Nel loro bisogno di preistoria, in effetti, i teorici della “naturale alimentazione dell’uomo” non dovrebbero fare uso di supermercati, né dovrebbero mangiare niente che sia cotto, che necessiti di un qualsiasi strumento diverso da un sasso o da un ramo per essere reso edibile e che non rientri tra le colture stagionali e locali.
Questo renderebbe il cibo a nostra disposizione veramente molto esiguo, sia perché alcuni tipi di frutta e ortaggi sono stati modificati dall’uomo al punto da non avere più nulla in comune con ciò che erano in origine, sia perché escludendo ciò che non è né locale né stagionale resterebbe poco. Spaghetti di zucchine a Gennaio? No, amico crudista, perché per avere le zucchine in Gennaio devi far ricorso alle serre o importarle dall’estero (e non è naturale). Anzi, a dire il vero, dato che la zucca è una pianta importata dall’America (Una delle fonti/, ma sono molteplici) le zucchine non dovresti nemmeno averle, date le tue origini europee. E lo stesso dicasi per i pomodori, per il cacao, per le patate, per i peperoni, il mais e… i fagioli.
Se vogliamo essere duri e puri, escludiamo i cereali che possiamo mangiare solo dopo averli lavorati (dato che non siamo granivori) e ricordiamoci che la magica soia è originaria dell’Asia.
Via, dunque, la soia assieme a tutti i suoi derivati, per non parlare dell’amato avocado o della papaia, o del platano. Niente olio di cocco, a meno che non decidiamo di trasferirci in una zona del mondo in cui il cocco cresca, effettivamente; anche in quel caso, tuttavia, prendere un aereo e andare in Thailandia sarebbe compiere un’azione che vada contro la ”natura” dell’uomo perché l’uomo non può volare. L’uomo può camminare e nuotare. Buon viaggio!
Ah, e quanto alla carne che non possiamo mangiare cruda: qualcuno di voi ha mai mangiato una melanzana, cruda, mordendola come se fosse una mela? No, eh?
Nell’epoca in cui viviamo, o quantomeno nella ricca parte di mondo in cui abbiamo avuto la fortuna di nascere, l’approvvigionamento del cibo è semplice al punto che quasi nessuno di noi coltiva, alleva, caccia e pesca tutto ciò di cui si nutre. E allora perché il problema è solo la carne quando, con un click, posso andare su un sito e farmi arrivare, direttamente dal Giappone, qualsiasi stranezza mi venga in mente?
Non posso mangiare carne se non dimostro di poter uccidere solo con le unghie e con i denti, come farebbero altri animali, ma posso godere di tutto ciò che mi offre la vita moderna?
La caccia è di certo precedente all’invenzione dell’automobile, eppure dobbiamo rinnegare la prima e non la seconda?
Perché questi teorici del ritorno al pre-paleolitico non vanno a vivere, effettivamente, come se fossero tornati a due milioni di anni fa? Non in case riscaldate, ma in caverne di fortuna, senza vestiti, senza scarpe, mangiando solo ciò che trovano, non cuocendo alcunché, senza mezzi di comunicazione, senza contraccettivi, senza armi nemmeno per l’auto-difesa, abbandonando le basilari norme igieniche e utilizzando una lingua che non vada oltre suoni elementari e gesti, privi di ogni conoscenza medica, scientifica, umanistica.
Troppo facile abbracciare tutto ciò che l’evoluzione ci ha dato e il modo in cui ci ha portato a vivere e a rapportarci tra di noi, escludendo solo quella parte che non ci piace, ribadendo a più riprese sentimenti misantropi e anti-antropocentristi ma rimanendo, nel contempo, all’interno della società umana perché è comodo farne parte e arduo uscirne.
Sì, cari vegani, continuerò a mangiare involtini di pollo ripieni di formaggio e prosciutto, cotti sul gas nella mia casa riscaldata e in muratura, annaffiati con del vino e insaporiti con sale, aglio, salvia e rosmarino. Non mi interessa se non lo considerate “naturale”, perché nemmeno essere seduta sul divano lo è. Nemmeno avere una casa lo è. Nemmeno digitare sulla tastiera del mio portatile lo è, come non lo è prendere un autobus, comunicare con la mia famiglia a km di distanza tramite Skype, leggere un libro, guardare un film, ascoltare un concerto, andare in ospedale a farmi ricucire un brutto taglio, mettermi una coperta sulle spalle se ho freddo, lavarmi i capelli, aprire un rubinetto per bere acqua potabile e così via.
Alleviamo polli, pecore, vacche, maiali e quant’altro perché la nostra intelligenza ci ha spinto a procurarci il cibo in maniera sistematica e non casuale; è lo stesso motivo per cui coltiviamo, invece di limitarci a raccogliere ciò che la terra ci offre spontaneamente.
Abbiamo inventato cibi quali formaggi, salumi, conserve, per sopravvivere anche in periodi di carestia e di magra: cosa pensate che avreste mangiato se aveste dovuto fare i vegani in un inverno rigido di un paio di secoli fa? Cosa cresce in Febbraio, nella vostra zona? Sapete rispondere al volo o, presumibilmente, non ne avete idea?
Io abbraccio la civiltà che ci siamo costruiti e sono fieramente antopocentrista – specista, sì, e con orgoglio – in quanto rispetto gli animali, ma appartengo alla specie umana che indiscutibilmente si è evoluta e ha superato di molto i propri limiti fisici.
Perché dovrei rinnegare o disprezzare questa condizione? È grazie all’agio regalatovi dalla società in cui vivete se potete sbattere i piedini e dire: “Io questo non lo mangio perché non è abbastanza etico”; fuori da qui, un miliardo di poveri nel mondo riesce a sopravvivere solo grazie all’allevamento, alla caccia e alla pesca. Sono dati FAO, che potete facilmente verificare e ricercare.
Se siete così convinti del vostro anti-specismo, se vale a dire ritenete di dover essere allo stesso livello di tutte le altre specie animali, e se disprezzate al punto la compagnia umana e il nostro vivere moderno, dimostrate la vostra coerenza e rifugiatevi sulle montagne dove vivrete esattamente come vivrebbero i vostri fratelli animali.
Siete anche fortunati, perché rispetto al pre-paleolitico il clima è certamente più mite, seppure non deve essere piacevole ritrovarsi nudi e scalzi in un bosco in pieno inverno. Un pensiero particolare va alle signore, specie a quelle che dovranno affrontare l’esperienza del parto senza assistenza medica, ma anche a tutti coloro che dovessero soffrire di una banale (in apparenza) appendicite senza che si possa intervenire.
Una volta abbracciate fino in fondo le conseguenze del vostro pensiero, facendo seguire alle parole i fatti, quanto pensate di poter andare avanti?
È il 2017. Secondo tutti i film prodotti quando l’umanità pensava di poter curare gli omosessuali con gli schiaffi viviamo in un futuro da fantascienza. Certo, non abbiamo macchine volanti, non viviamo in un’era post-razziale o nelle colonie su Marte, però abbiamo l’etica. E un compasso morale formato dalle gif di Beyoncé che ci spiegano come navigarla.
Etica, infatti, è la parola del futuro. E quindi del nostro presente. Il lavoro è etico. La musica è etica. Lo sono le tasse. Anche le banche, ormai, sono etiche.
“Etica” è diventata la parola con cui definire noi stessi e chi ci circonda. Dividiamo le persone in buone o cattive a seconda di quanto rispecchiano la nostra idea di “etica”.
Ma cosa si intende esattamente con “etica”? Tutti i più grandi pensatori della storia hanno scritto e dibattuto sul suo significato. Da Aristotele a Socrate, fino a Confucio. Da Tommaso D’Aquino a Kant, fino a Giulia Innocenzi. Nessuno, prima di lei, aveva però mai trovato una definizione precisa e sintetica di “etica”.
Etica, sostiene la collaboratrice di Santoro nel suo libro “Tritacarne”, significa non uccidere gli animali.
Sarebbe intellettualmente disonesto, però, attribuire quest’idea esclusivamente alla giornalista de Il Fatto Quotidiano; una riflessione così complessa richiede un’estensione computazionale non ascrivibile singolarmente a Giulia Innocenzi. Per arrivare a questa epifania intellettuale sono stati necessari milioni di vegani nel mondo.
I vegani sono infatti ossessionati dalla parola “etica”. È quella a cui ricorrono quando viene chiesto loro che cosa li abbia spinti a cambiare dieta. È come definiscono loro stessi. Persone con etica.
Hanno pure creato il “Parma Etica Festival”, una rassegna in cui si celebrano culture, tradizioni e usanze alimentari allogene con il nobile scopo d’aiutare le persone a dimenticare di vivere a Parma. Tre giorni di talk, workshop e seminari sull’etica vegan e vegetariana. E sulla “psicogenealogia transgenerazionale”, una branca della psicologia che unisce le esperienze traumatiche dei tuoi avi del Rinascimento con le difficoltà di ricezione di Lifegate.
Ospite speciale del festival? Giulia Innocenzi.
Altro esempio di questa ossessione si può trovare nel ricettario-bibbia della comunità vegana italiana dal titolo “La cucina etica”. Scopo dei suoi tre autori è quello di proporre ricette “etiche, salutiste, ecologiche, spirituali, legate allo sviluppo sostenibile”. Uno dei primi capitoli è dedicato alla quinoa.
La quinoa è considerata uno degli alimenti più nutrienti in natura ed è utilizzata di frequente nelle diete vegane per l’alta concentrazione di proteine che contiene; viene coltivata nei due Paesi più poveri del Sud America– Perù e Bolivia– e da quando è stata scoperta nelle “diete etiche” ha completamente stravolto l’esistenza degli abitanti di entrambi i Paesi. Dal 2006 al 2011 il prezzo della quinoa è triplicato, fino a raggiungere i 3mila euro la tonnellata, ma alcune varietà più pregiate– rossa real e nera– possono superare i 4mila e gli 8mila euro.
Per questo motivo in Bolivia, un Paese in cui il 45% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno, gli agricoltori hanno cambiato la loro dieta, immutata per oltre 5mila anni. La quinoa, ormai troppo preziosa per essere consumata localmente, viene quasi interamente venduta o scambiata per Coca-Cola, dolciumi industriali e altri prodotti della dieta occidentale.
La situazione è così grave da aver creato un inedito banditismo locale, che lotta a colpi di rapimenti e di candelotti di dinamite per la conquista di terreni coltivabili a quinoa. La diversità biologica delle coltivazioni è stata inoltre quasi completamente distrutta per essere convertita in una monocoltura di questa pianta. Per gli agricoltori non avrebbe senso fare diversamente.
In Perù, dove il 22% della popolazione vive in povertà, la situazione non è migliore. Un chilo di quinoa costa dieci soles, circa 2,70 euro: più del pollo e quattro volte il riso. Secondo le statistiche governative il consumo è crollato a livello nazionale per questo motivo. Una notizia preoccupante, visto che proprio per le eccezionali proprietà nutritive la quinoa risultava fondamentale per sostenere la popolazione nelle zone più povere del Paese, colpite da un livello di malnutrizione infantile fra i più alti in Sud America. Secondo l’UNICEF il 19.5% dei bambini peruviani soffre oggi di malnutrizione cronica.
Il paradosso è evidente: mentre nei Paesi d’origine è diventato più conveniente mangiare l’hamburger di una multinazionale, i ricchi europei e americani possono consumare l’etico, salutista e sostenibile burger vegano di quinoa.
Magari con una maionese di anacardi, altro alimento necessario per mantenersi etici e che nei piatti vegani risulta fondamentale per simulare ricette realizzabili tradizionalmente solo attraverso il latte animale, come la besciamella, i “formaggi” da spalmare, il ripieno della cheesecake, i gelati e le mousse.
Ma da dove arrivano gli anacardi che finiscono nei dolci cruelty free?
Per il 40% dal Vietnam, Paese che ha deciso di adottare per la loro raccolta una filiera produttiva che ricorda le dittature più tiranniche della storia, tipo la Corea del Nord di Kim Jong Un, la Romania di Ceaușescu o la Apple di Steve Jobs.
Secondo un dettagliato reportage di Human Rights Watch, gli anacardi vietnamiti provengono infatti quasi totalmente dal lavoro forzato nei centri di recupero per tossicodipendenti condannati. Moltissimi detenuti arrivano in questi centri senza essere stati difesi da un avvocato e senza un regolare processo e sono costretti a lavorare otto ore al giorno, sei giorni alla settimana, a un ritmo di estrazione di un anacardo ogni sei secondi. Chi non rispetta questi standard subisce svariate punizioni corporali: viene picchiato con bastoni chiodati, rinchiuso in celle d’isolamento, costretto al digiuno e privato dell’acqua. In molti casi torturato con l’elettroshock.
Per questo motivo Human Rights Watch li ha definiti “anacardi insanguinati”, come i diamanti africani.
La filiera però non termina in Vietnam: il 60% degli anacardi viene processato nel Sud dell’India, nelle zone più povere del Paese. Il guscio, spesso e resistente, viene spaccato a mano da donne che lavorano sedute nella stessa posizione per dieci ore al giorno.
Ma non è la fatica il vero problema. Gli anacardi sono protetti da due gusci interni che rilasciano un olio caustico formato da acidi anacardici, cardolo e metilcardolo: queste sostanze bruciano in modo profondo e permanente la pelle delle lavoratrici che non possono permettersi dei guanti di protezione. Per la loro mansione vengono infatti pagate appena 2,20 euro al giorno. In India gli anacardi sono considerati un lusso da consumare solo durante le feste più importanti.
Così, alla fine dei turni, le operaie vengono anche perquisite, come le donne in reggiseno e slip che tagliavano la cocaina per Pablo Escobar.
Ma è facile dimenticare tutto questo quando ogni nervo nella tua lingua vibra dopo aver assaporato questa cheesecake vegana crudista con fragole, mandorle e anacardi. Riesce a farti pensare nello stesso momento “non riesco a credere che la dolce cremosità non sia data da Philadelphia” e “fanculo le donne nel terzo mondo”.
È utile parlare anche della base di questo dolce, capace di innalzare lo spirito di chiunque da “crudo” a “etico”: è fatta di mandorle, l’ennesimo alimento esploso in popolarità– con un prezzo triplicato in 5 anni –, grazie al suo apporto naturale di calcio, essenziale nella dieta vegana.
Da questi frutti si ricava un latte utilizzato per realizzare mozzarella, ricotta e molti altri tipi di formaggi e creme. La richiesta è aumentata a tal punto da costringerci a importarle quasi totalmente dall’estero, nonostante le nostre millenarie tradizioni legate al loro consumo. Principalmente dalla California, responsabile dell’82% della produzione mondiale.
Un quasi-monopolio in crescita costante, che ha messo lo stato americano in ginocchio per il prosciugamento delle riserve idriche. Per produrre una singola mandorla sono necessari infatti oltre 4 litri d’acqua– e la California ne produce ogni anno più di 950mila tonnellate.
Le ripercussioni della siccità sulla fauna sono devastanti: sono morti oltre 4mila cervi in un anno; alci, linci, volpi, coyote e orsi sono talmente assetati da spingersi con sempre maggiore frequenza nelle zone abitate dall’uomo. Diverse tribù di Nativi Americani stanno cercando di salvare il salmone Chinook, un pesce fondamentale per la loro storia e cultura: peccato che l’acqua che potrebbe evitarne l’estinzione venga deviata per centinaia di km per essere usata nei frutteti di mandorle.
Ma a contribuire all’aridità dei terreni non sono solo le mandorle. L’altro grande responsabile è forse l’alimento più rappresentativo della moderna narrativa del cibo, passato da nutrimento a status symbol politico per food stylist: l’avocado. Per produrre mezzo kg di avocado vengono mediamente impiegati 270 litri d’acqua.
Il risultato sono i quattro anni consecutivi in cui la California registra la peggior siccità della storia. Brindiamo con questo avocado alle mandorle offerto da “La cucina etica”!
Certo, c’è chi se la passa peggio.
Il vicino Messico in meno di 10 anni ha decuplicato gli export di avocado– conosciuto ormai da quelle parti come “oro verde”–diventandone il primo produttore al mondo. L’offerta, però, non riesce a soddisfare la domanda. I prezzi in continua salita stanno portando a una deforestazione che tocca i 700 ettari all’anno; in dieci anni, per lasciare spazio ai frutteti di avocado, è svanita un’area di foresta grande quattro volte la Lombardia.
Come per la California, questa perdita sta trasformando radicalmente la vita di flora e fauna. Milioni di farfalle monarca scelgono per la riproduzione e lo svernamento proprio le aree in deforestazione del Michoacan, la capitale mondiale dell’avocado: senza vegetazione il loro destino è l’estinzione.
L’enorme quantità di pesticidi e fertilizzanti necessari per la coltivazione degli avocado stanno inoltre avvelenando le riserve acquifere da cui si abbeverano animali e popolazione locale.
Il controllo di questo enorme business è in mano al cartello dei “Cavalieri Templari”, l’organizzazione criminale responsabile della distribuzione di crystal meth negli Stati Uniti, che ha scoperto un inedito pollice verde da quando i ricavi della vendita di avocado sono passati dai 90milioni di dollari del 2000 agli 1.3 miliardi del 2012.
Le tattiche sono le stesse usate da tutti i mafiosi del mondo. Chi non paga il pizzo si trova i frutteti bruciati. Chi prosegue nel non assecondare i taglieggiatori va incontro alla morte o a quella dei propri cari. Molteplici i casi di stupro. Un giornalista di Vocativ racconta la storia del rapimento di due figli di un agricoltore. Per il riscatto da 1.5 milioni di dollari ha venduto tutto ciò che possedeva. I figli non li ha mai più rivisti.
Per questo motivo si parla di “avocado insanguinati”. Come i diamanti. Come gli anacardi.
Ma persino gli avocado non sono nulla in confronto al più grande distruttore di foreste del mondo: la soia. Per questo legume ogni anno viene raso al suolo il 3% della foresta pluviale Argentina, situata nella provincia di Cordoba. Otto milioni di ettari– un’area grande quanto il Portogallo. In Brasile, dal 1978 a oggi, sono sparite invece Italia e Germania.
Ma a chi importa, no? Del resto la foresta pluviale serve solo a produrre il 28% dell’ossigeno che respiriamo e a stabilizzare il surriscaldamento globale attraverso l’assorbimento di anidride carbonica. Certo, uccidere miliardi di persone facendo innalzare il livello degli oceani a causa dello scioglimento dei ghiacciai è un equo sacrificio rispetto alla vita di una quaglia del Molise, peccato che la foresta contenga anche il 40% delle specie animali viventi.
Questo però non intacca lo status della soia come alimento principe della dieta vegana– il sito de “La cucina etica” contiene 952 ricette basate su questo ingrediente. Secondo una ricerca dell’università di Oxford, il 73% dei vegani consumerebbe ogni giorno almeno 11 grammi di proteine provenienti dalla soia, ricca inoltre di fibre e minerali che altrimenti verrebbero a mancare nell’organismo di una persona che non mangia carne.
Ora so cosa staranno pensando i vegani. “La maggior parte della soia viene coltivata come mangime animale, non per l’uomo!”. È vero, il 70% della produzione mondiale di questo legume è destinata agli allevamenti di bestiame, ma la nota lobby dell’industria della carne, conosciuta anche come WWF, ha commissionato nel 2009 una ricerca alla Cranfield University che riflette proprio su questo dettaglio. Lo scopo dello studio è immaginare scenari che potrebbero ridurre del 70% l’emissione di gas serra. I ricercatori giungono a questa conclusione: “sostituire latte e carne con analoghi alimenti raffinati come il tofu potrebbe aumentare la quantità di terreno arato necessario per soddisfare il fabbisogno alimentare”.
Infine, se la propaganda “etica” funzionasse veramente e smettessimo tutti di consumare prodotti animali, la deforestazione e il surriscaldamento terreste aumenterebbero. Questo perché una vasta quantità di alimenti consumati dai vegani richiede una lunga filiera di lavorazione, dalla coltivazione a migliaia di km ai numerosi processi necessari per trasformare la soia nell’unico alimento più insapore del pollo: il tofu.
Provate a cercare un ristorante vegano interamente a km.0 nella vostra città. Non esiste. Il massimo che potete trovare è un ristorante possibilmente a km.0. La verità, come ipotizza la ricerca del WWF, è che una cucina vegana equilibrata non è sostenibile per l’ambiente. Certo, esiste chi si ciba solo di frutti autoctoni, ma i rischi cui si va incontro sono una carenza di calcio, una pericolosa mancanza di acidi grassi essenziali e una predisposizione ad ascoltare Enya.
Perché, quindi, la giunta Appendino, dopo essersi insediata, ha parlato di “promozione della dieta vegana sul territorio comunale come atto fondamentale per salvaguardare l’ambiente, la salute e gli animali”?
Perché l’unica critica rivolta ai vegani è quella di essere vegani. Basti pensare che negli ultimi anni hanno avuto come principale antagonista intellettuale Giuseppe Cruciani, il conduttore di uno Zoo di 105 per uomini che scrivono “Liceo Classico” nella bio di Tinder.
Ma non c’è nulla di sbagliato nell’essere vegani, è una scelta personale, come tante altre.
Il problema nasce quando si passa da una scelta di vita a una presunta scelta etica, motivata dal voler salvare l’ambiente o gli animali. Questo significa mettersi in una posizione di superiorità morale che semplicemente non trova corrispondenza nei fatti.
È solo un voler apparire ecologisti.
L’esempio migliore di questa ipocrisia è rappresentata dalla Tesla vegana. Un’auto da 115.800 euro che andrebbe guidata 8.2 anni senza mai fermarsi prima che la produzione della sua batteria compensi il CO2 rilasciato da una macchina a combustione.
Il movimento vegano usa la parola “specista” per apostrofare chi secondo gli adepti non mette vita animale e umana sul medesimo piano di importanza.
Quale parola dovremmo usare per identificare chi sceglie di dare priorità alla propria coscienza piuttosto che alla vita, alla salute e alla serenità di altri esseri umani? Soprattutto quando parliamo di persone che vivono nei Paesi in via di sviluppo, mentre la coscienza risiede in un corpo con un taglio asimmetrico che vive tra Berlino, Milano o Londra.
Nessuno lo può sapere. L’unica cosa che possiamo fare, la prossima volta che ci troveremo a mangiare in una hamburgheria artigianale con un amico vegano, è aiutare chi ci sta di fronte a scegliere.
Fra il burger di quinoa con guacamole e mayo di mandorle e l’unica scelta etica possibile: il digiuno.
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Cosa è una bufala? (BUTAC, 28 Ottobre 2017)
A quanto pare il mondo reale ha scoperto l’esistenza delle cosiddette bufale: i giornali cartacei e digitali ne parlano, i politici ne parlano e la gente ne parla. Certo, non è la prima volta, ma mai era capitato così di frequente e in questi toni. Senza dubbio la svolta c’è stata dopo le accuse alle notizie false diffuse durante le elezioni americane, ma come in un colpo di scena più che prevedibile si è visto che la maggior parte delle persone non ha capito niente.
Un po’ è colpa nostra – demistificatori e debunkers vari – e un po’ è la semplice pigrizia mentale tipica di ciascuno di noi: cosa è una bufala? Come si definisce una bufala? Sono le bufale il vero problema? Che danno può fare una bufala? Questi sono temi che abbiamo affrontato più volte senza riuscire a creare uno schema definitivo perché, come per tutto ciò che riguarda internet, la questione è in continua evoluzione, che siano i contenuti stessi o gli strumenti per diffonderle e riceverle.
Che cos’è una bufala?
Una definizione precisa di bufala non esiste e ciascuno di noi ha dei confini diversi entro il quale una notizia o un articolo possa ricadere nella definizione. Quando una cosa è difficile da definire vien da sé che sia difficile da capire. Senza approfondire l’etimologia della parola o la sua evoluzione nella lingua italiana – anche perché non vi interessa e ve la dimentichereste dopo due righe – è pacifico che con bufala si intenda “una storia falsa”. Questa può essere una notizia, un articolo o semplicemente una parte di questa. Il problema è che esistono vari gradi di bufala. Negli ultimi anni abbiamo cercato di fare dei distinguo tra appunto bufala, disinformazione, pseudogiornalismo e leggende metropolitane. In inglese esiste anche il termine misinformation che si piazza un po’ a cavallo di tutti i termini utilizzati finora che trova la sua vera incarnazione e più grande successo in quello che oggi vengono definite le fake news.
Le fake news sono quelle notizie costruite ad arte con il solo scopo di fare arrivare informazioni sbagliate ai lettori. Informazioni errate e volutamente studiate per indignare o causare una reazione emotiva nel lettore, possibilmente una rabbiosa e che ne stimoli la condivisione, soprattutto attraverso i social network. Le fake news non sono altro che la versione malvagia delle bufale tenere su storie di cagnolini, madri coraggio o miracoli che da sempre infestano il web dai tempi delle catene di Sant’Antonio via mail, dove si sfruttavano quasi solo le emozioni positive per spingere alla condivisione.
Le notizie inventate esistono da sempre. Se negli anni Novanta e inizio Duemila sul web le notizie sugli alieni la facevano da padrone, negli anni successivi la politica un po’ alla volta è diventato il campo di battaglia principale, sicuramente grazie alla novità della minaccia terroristica. Se ai tempi d’oro dei magazine di notizie inventate e tabloid era l’entertainment lo scopo principale, e non si pretendeva che la gente ci credesse davvero (se non gli sciroccati con la carta stagnola sulla testa), con l’aumento degli utenti della rete è diventato un sistema per fare propaganda e creare una rete di “fedeli clienti” che magari non comprano nulla, ma che consumano continuamente visite. Il punto non sono necessariamente i soldi, ma creare una base di utenti che possono essere stimolati e manipolati a piacere. Siti che propinano in continuazione notizie riportate male o reinterpretate sono antichi come il web, ma il vero problema oggi è l’escalation nei toni dei contenuti e soprattutto il numero di gente che legge e crede a queste fandonie.
Non è una novità.
Perché più gente finisce in queste trappole? La risposta è tremendamente semplice, ed è che c’è più gente che ha accesso a internet. Oggi quasi tutti possono accedere ad un computer con una connessione e alla peggio hanno uno smartphone col quale navigare. Soprattutto chi comincia a navigare con lo smartphone è un soggetto esposto maggiormente in quanto è molto, molto più scomodo fare ricerche, cercare fonti e capire il livello di affidabilità del sito che si sta guardando. Se consideriamo che quasi nessuno lo fa anche nelle condizioni ottimali, figuratevi chi non capisce neanche quello che sta facendo.
Non è una novità comunque propinare storie inventate al pubblico. Nel passato si usavano i libri: per esempio decidevi che eri un esperto di lingue mesopotamiche e potevi far dire ai vecchi testi sumeri quello che volevi. Praticamente nessuno poteva andare a controllare i testi originali sia perché difficili da reperire, che ovviamente da interpretare. Scrivevi dei libri, finivi in TV, facevi convegni e ti guadagnavi da vivere. La TV ha sempre avuto il suo ruolo, ma in quel caso è difficile guadagnarci perché lì alla fine sono i network a fare i soldi. Oggi i libri si usano ancora a questo scopo, ma via internet è più facile: pubblico potenzialmente illimitato che raggiungi in tempo zero.
Milioni di potenziali lettori e consumatori che non hanno filtro se non i propri pregiudizi e un enorme confirmation bias che li porta ad accettare passivamente quello che leggono e che conferma i loro pregiudizi. In Italia negli ultimi due anni i siti di fake news sono esplosi sia come numero che come volume di condivisioni. Un articolo di un sito importante magari viene condiviso mille volte, la stessa notizia manipolata o decontestualizzata finisce condivisa centinaia di migliaia di volte.
La vera novità rispetto a quello che succedeva nei decenni scorsi con libri, riviste e show televisivi, o nei primi anni dell’informazione digitale, è lo scopo per il quale si fa tutto questo. Se il guadagno ha ancora un peso importante nella faccenda, ovviamente, lo scopo principale è diventato influenzare l’opinione pubblica.
I vecchi e i nuovi media.
Per anni l’idea che internet potesse essere un vettore di informazioni libere e indipendenti è stato recitato come un mantra da tutti. La speranza c’era perché i vecchi media erano diventati, tranne rari casi e facilmente individuabili, succubi della politica: ogni giornale segue una corrente politica, la TV di stato sembra appoggiare di volta in volta chi è al potere e la gente pretendeva informazione non filtrata. La speranza di poter attingere a informazioni libere dal filtro dei potenti, dei ricchi, dalle grandi aziende o da chiunque fosse il nemico in quel momento, insieme all’ignoranza digitale di chi si avvicinava a questo nuovo strumento, ha creato la base perfetta per quello che abbiamo oggi: una giungla fittissima e piena di miasmi dove non si capisce più niente.
La rete ha deresponsabilizzato chi riporta la notizia e deresponsabilizzato chi la condivide anche quando si rivela falsa, tanto lo ha detto la rete.
La fiducia cieca che la gente comune riponeva nei giornali e nella TV ora è stata spostata su internet, dove però non esistono morale o ordine.
Come hanno reagito i vecchi media? Hanno incrementato i controlli sulle notizie? Hanno imparato a fare fact checking come si deve? Hanno deciso di aumentare la qualità dell’informazione garantendo anche una maggiore pluralità di espressione?
Essendo tutto ciò troppo complicato e faticoso, hanno deciso di fare quello che era più facile: i vecchi media hanno copiato internet. Notizie riportate male, continua ricerca del click e dell’indignazione, incremento della politicizzazione delle notizie, nessuna cura nella qualità delle fonti e ogni occasione buona per alimentare il vespaio, il tutto condito dando voce a chi riesce ad indignare meglio e il più possibile il lettore/ascoltatore.
I paladini della Verità.
Come scritto all’inizio e come ben sapete esistono diversi tipi di bufale e di cattiva informazione e ognuna ha origini e scopi differenti. In comune c’è però qualcosa, ed è il tentativo di instillare il dubbio in chi legge, anche in argomenti in cui non ce ne dovrebbero essere o dove non ce n’è alcuno. Non c’è nessun male nel dubitare, anzi la curiosità e dubitare di tutto ciò che è imposto o dogmatico è ciò che ha creato la scienza moderna e quello che possiamo definire il mondo moderno.
Oggi viviamo in un mondo dove chi dubita non lo fa perché osserva e deduce, ma dubita perché gli hanno detto di farlo. La gente dubita perché chi gli dice di dubitare condivide gli stessi preconcetti.
La gente dubita che la Terra sia tonda. Dubita che esista la gravità. Dubita che Hitler sia morto. Dubita che l’Olocausto sia mai avvenuto. Dubita che dietro ogni attentato ci siano gli Illuminati. Dubita che dietro ogni cosa brutta che capita ci sia una regia occulta. Ma non dubita di tutto ciò perché ha osservato o perché ha investigato, dubita perché gli dicono di dubitare. Non capisce nulla di fisica, di storia o di politica e decide di ascoltare solo quello che vorrebbe che fosse la realtà, per cieca fede.
Il pubblico tipico delle bufale e delle fake news assorbe continuamente informazioni filtrate e manipolate da altri e critica, insulta e deride chi invece non si allinea a quelle informazioni e chi sostiene di pensarla diversamente, o di farsi un’idea propria attingendo da altre fonti.
La cosa ironica di tutto ciò è che quella controinformazione che seguono nasce appunto per essere indipendente dall’”informazione ufficiale” e finisce per essere vittima di un meccanismo ancora più perverso e forte. Accusano continuamente gli altri di essere servi del potere e di allinearsi a tutto ciò che è ufficiale, ma non sono in grado di distinguere un articolo di Lercio da uno di cronaca.
A questo punto della storia entriamo noi, in realtà semplici utenti della rete, pochi fessi che si accorgono che c’è qualcosa che non va. Si inizia cercando le fonti di quanto si racconta su internet e si procede investigando su cosa sia dimostrabile e cercando di dividere la realtà dalla fantasia. In tanti apprezzano quello che facciamo perché anche loro si accorgono che c’è qualcosa che non va in quello che gira in internet, ma non hanno il tempo di investigare.
Non nascondiamoci, oltre al tempo moltissima gente non è proprio in grado di cercare online e gli manca quello scetticismo necessario a fare quello che facciamo. Lo sanno e non si vergognano a chiedere a noi di investigare. Ma qui nasce quel misunderstanding importante che colpisce ancora molti: noi non siamo paladini della Verità.
Quello che facciamo non è stabilire la Verità. Soprattutto ultimamente, ma è sempre stato così, gli attacchi che subiamo si possono riassumere in una domanda: chi vi ha nominati paladini della Verità?
Ovviamente nessuno, e pensare che noi si cerchi di esserlo dimostra quanto poco molta gente capisca di quello che scriviamo. Noi vi chiediamo sempre di controllare le fonti e di correggerci se sbagliamo e ogni tanto capita. Però capita molto meno di quanto molti vorrebbero: raramente le critiche si basano su quanto abbiamo scritto o su eventuali errori, quasi mai oserei dire, ma nella maggior parte dei casi sono insulti basati su famigerate affiliazioni politiche – tra l’altro come ripetuto fino alla nausea ciascuno di noi ha allineamenti politici diversi – su attacchi ad hominem, su calunnie – tipo denunce mai fatte per crimini mai commessi, e così via. Poi beh, ci sono anche le minacce:
Questa è solo la più fresca, ma non vi preoccupate, perché in realtà tra di noi queste minacce generano solo ilarità. A me personalmente fa anche piacere, perché mi fa capire quanta distanza ci sia tra le persone razionali e certa gente che popola il web. Ammetto che queste cose mi fanno sentire una persona migliore.
Accusarci di erigerci a paladini della Verità è poi di fatto l’ennesima calunnia di chi non ha argomento alcuno nei nostri confronti. Quello che facciamo è, nei limiti possibile, fornire ai lettori gli strumenti per verificare le notizie o gli articoli con elementi oggettivi e a volte, anche spesso, accompagnate da osservazioni e opinioni, ma sempre ben distinguibili in quello che scriviamo. Il fatto che esprimiamo le nostre opinioni e che ci si metta la faccia – io, il dott. Pietro Arina, Noemi e Michelangelo non ci siamo mai nascosti e usare un nickname o pseudonimo su internet non è che poi sia una roba così strana, ma loro sono gente sveglia – fa arrabbiare molto i nostri detrattori.
L’odio e le soluzioni.
Come da dolcissimo commento riportato poco sopra, quello che le fake news e le bufale creano è una atmosfera di odio e tensione verso chi la pensa diversamente, una divisione tra un “noi” e un “loro”, la volontà di far credere a chi è già pronto ad accogliere tesi del genere che c’è sempre qualcosa dietro di sporco e di malefico che trama contro di “noi”. Google e Facebook, per l’ennesima volta, hanno promesso di porre un argine alla diffusione delle notizie false; la Presidente della Camera, che ogni giorno si prende insulti e minacce anche per frasi che non ha mai detto, chiede che si faccia qualcosa per fermarle. Anche il presidente dell’Antitrust chiede che si faccia qualcosa contro le bufale. Dovremmo essere tutti contenti, si vuole far qualcosa per limitare bufale e notizie inventate, e invece cosa succede? Invece di esserne felici si alza un coro di protesta, si vuole censurare la rete, dicono.
Quindi le bufale e le fake news sono la rete? Secondo noi la rete è molto di più e anche noi ne siamo parte, censurare la rete vorrebbe dire censurare anche noi, perché dovremmo auspicare di passare anche noi attraverso un organo censorio? Siamo come i piloti che dispensano scie chimiche e avvelenano anche i loro amici e le loro famiglie, nonché se stessi?
Chi si indigna per la lotta alle bufale si rifugia nella stessa domanda che viene fatta a noi: chi stabilisce che una notizia sia vera o falsa? Chi fa questa domanda dimostra ancora una volta di non aver capito il problema e cioè che non esiste e non può esistere un ente o un organo ufficiale che stabilisca la Verità, ma che se un fatto non è mai accaduto, se una frase non è mai stata detta, se si accusano persone senza prove e se si vuole colpire con la macchina del fango si stanno riportando menzogne scritte col solo scopo di mentire. Chi difende le fake news e le bufale lo fa perché mentirvi gli piace, o perché ci guadagna qualcosa.
Le notizie false inventate danneggiano tutta la società ed è il momento di crescere come utenti e come persone. Non importa che siate di destra o di sinistra, ricchi o poveri, laureati o abbiate fatto solo la terza elementare, chi diffonde notizie false troverà sempre il modo di colpire un vostro nervo scoperto, di stimolare la vostra rabbia e di sfruttarla. Il vero nemico non è il “sistema”, non sono i “poteri forti”, ma chi vi sfrutta e vi stupra intellettualmente senza che neanche ve ne accorgiate nella maniera più sciocca e facile del mondo, raccontandovi delle storielle.
L’unica soluzione al problema è che tutti imparino a collegare il cervello. Ce la faremo?
Ricordatevi di amare col cuore, ma di usare la testa per tutto il resto.
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Facile ≠ Semplice Parte Seconda
Siamo d’accordo, al popolo bisogna spiegare la Scienza in termini semplici, ma questi ultimi non devono essere “facili”.
La Scienza è “semplice”, non “facile”.
Di conseguenza, è obbligatorio mantenere un certo livello formale, facendo così comprendere anche che i fisici non sono (solo) filosofi.
L’effetto collaterale di certi atteggiamenti è che la curiosità del profano si declina in un controproduttivo ragionamento fantasioso circa le teorie scientifiche che, non avendo capito come si sviluppa il pensiero scientifico, portano solo al nulla. La gente interessata merita spiegazioni semplici, ma complete; la Scienza non è uno show.
Se i divulgatori scientifici andassero al di là dei “comuni discorsetti che farciscono certi spettacoli cicaleggianti” credo che gran parte della platea non li capirebbero. Per questo il divulgatore cerca di spiegare cose difficili a chi non ha troppe nozioni della materia.
Mi piace la distinzione facile-semplice.
Facile è quanto è immediatamente disponibile;
Semplice è quanto non ulteriormente scomposto nei limiti del discorso.
Semplice è un vettore, facile la freccia;
Semplice è l’interazione, facile la forza;
Semplice è il concetto, facile la metafora.
Rovelli, ad esempio, non è un divulgatore che con fatica cerca di portare un inesperto alla comprensione di un certo concetto e dei suoi correlati epistemici. Piuttosto, è uno scrittore che compone con attenzione metafore proposte da lui o mutuate da altri per produrre un effetto estetico.
Anche Baricco fa lo stesso in letteratura, la tendenza al metaforico è tipica della cultura italiana.
C’è la convinzione di Lucrezio che la medicina vada presa col miele, il problema è che troppo spesso si concentra l’attenzione sul miele. Forse un motivo per la parzialità del nostro sistema educativo sta nel fatto che in ogni campo di studi, già dalla scuola si agita una coltre di metafore, che per un certo periodo riescono a ottenere un effetto di incanto per poi svanire in fretta.
Ne pagano le spese quei campi dove le metafore non funzionano (Matematica, Fisica e la Scienza in generale) o dove sono fortemente fuorvianti (capacità di osservare il campo sociale, economico, politico).
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Insulti Scientifici
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È talmente evidente quanto tua madre sia zoccola che la dimostrazione la lasciamo al lettore
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Sei talmente brutta che non riusciresti ad eccitare un elettrone nemmeno se si strofinasse su di te
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Tua madre è così troia che può essere assunta come il kernel di un applicazione bilineare fi (il ker di fi è un sottospazio vettoriale di quello di partenza V, inoltre ker di fi è ortogonale, in gergo a 90°, a tutti gli altri elementi dello spazio vettoriale V, ora io non so quanto potrebbe piacervi essere a 90° rispetto ad ogni elemento di questo universo)
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Il tuo quoziente intellettivo è pari al lavoro di una trasformazione isocora
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Sei così stupido che quando hai caldo apri la finestra per far entrare il freddo
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Sei talmente grasso che hai un ingombro sterico piú grande del t-butile!
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Sei così grassa da non poter essere considerata trascurabile nella legge di gravitazione universale
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Hai il cervello talmente piccolo che riesco a vederne la figura di diffrazione
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La mia docente di chimica organica era talmente vecchia quando è andata in pensione che per capire quanti anni avesse bisognava tagliarla a metà e contare gli anelli aromatici.
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Sei così ritardato che quando ti chiedono le condizioni iniziali rispondi con data e luogo di nascita.
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Sei talmente stupido che rappresentando sull’asse delle ordinate il livello della tua stupiditá bisognerebbe creare un infinito di ordine superiore all’esponenziale
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Sei così capra che se dico butanone pensi a tua madre.
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Sei più lento di un logaritmo.
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Sei talmente stupido che pure il tuo quoziente intellettivo è un numero irrazionale.
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Il tuo cervello non è connesso neanche per archi.
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C’è più indeterminazione nel calcolare il ritardo dei terrapiattisti che in quello di conoscere contemporaneamente velocità e posizione di una particella.
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Sei così stupido che quando ti hanno chiesto cos’è un quasar hai risposto un detergente per vetri.
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Sei peggio delle formule di prostaferesi.
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Sei talmente grasso che le tue misure stanno in R4 e no, nessuna dipendenza lineare tra i vettori.
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Vali meno di ε/2.
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Sei talmente grasso che modifichi di brutto lo spazio intorno a te.
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Sei talmente brutto che la tua temperatura si misura in gradi CESSIUS
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Sei talmente stupido che dx credi voglia dire destro.
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Sei talmente grosso che quando morirai diventerai un buco nero.
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Sai cos’hanno in comune tutte le tipe che vengono a letto con te? Che al quadrato fanno -1.
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La derivata di una costante vale più di te.
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Sei entusiasmante quanto la derivata di ex
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Sei talmente ignorante che semplifichi (log x)/x tagliando le incognite e lasciando solo log.
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Così ritardato che dopo la centrifugazione, per prelevare il solvente, inserisci nella provetta la Pasteur con la tettarella gonfia d’aria, e premi.
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Sei così stupido che dopo aver studiato il teorema di Bolzano-weierstrass chiedi se c’è anche quello di Trento-Weierstrass.
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Hai la capacità relazionale di un gas nobile.
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Sei così ritardato che dopo aver chiesto 10 volte al Matlab simbolico di derivare ex e vedere sempre lo stesso risultato, hai ben pensato di riavviare il PC.
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Sei talmente stupido che quando si parla di acque dure ti fai la doccia col giubbotto antiproiettile.
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Sei talmente grassa che per misurare le tue dimensioni bisogna porsi in coordinate sferiche.
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Sei talmente ignobile che l’elenco dei tuoi pregi ci sta anche nel margine delle pagine dei libri che usava Fermat.
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Sei talmente stupido che se ti parlo del Trizio tu mi rispondi Caio e Sempronio.
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Sei più moscio della prima parte di un grafico di una titolazione conduttimetrica tra un acido debole titolato con una base forte in cui pendenza è negativa…
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Tua madre è talmente cicciona che curva lo spaziotempo e crea un whormhole dove, dal buco nero fagocita il cibo e dall’altro esce il lardo.
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Sei talmente tardo che a confronto il logaritmo corre a 130 Martin Garrix si volaaa!!!
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Stai così inguaiato che se riproduci il ritmo di un tamburello “juvemmerda” lo fai sfasato di π/2 rispetto all’originale.
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L’Universo in espansione non basta a contenere la radice cubica del cazzo che me ne frega.
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i coefficienti della serie di fourier del tuo encefalogramma hanno norma zero in tutte le norme su RN
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La dimostrazione della tua esistenza è lasciata al lettore come esercizio.
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Sei così sfigato che se ti integri in un percorso chiuso perdi (il) lavoro.
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Sei utile come la radice quadrata di 1.
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sei talmente stupido da pensare che la teoria del corpo nero parli di una persona di colore.
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Tua madre è così grassa che alla nascita le hanno valutato il peso in dB.
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Sei cosi stupido che qualsiasi equazione ti sottoponga mi rispondi sempre: 18
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Sei utile quanto il palladio in una reazione di ossidazione di un alcool primario a carbossile.
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Se ponessimo ad x la tua stupidità per calcolarne i limiti,essa tenderebbe a +∞.
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Sei così stupido che credi che l’anno luce sia un’unità di misura per il tempo.
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Sei peggio di un fisico teorico quando si avvicina ad una strumentazione!
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Sei così veloce a letto che, in confronto, lo spostamento di elettroni della fotosintesi è leeeeento.
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Sei così limitata che ti si può applicare il teorema di Weierstrass.
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Il tuo QI è così alto che svetta sulla cima della gaussiana.
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sei così asociale che persino ex si integra meglio di te!
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Persino le identità matematiche hanno utilità maggiore della tua.
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Sei più triste del quark top: è grasso e muore prima di poter fare qualunque cosa.
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Sin(x) all’infinito è meno indeciso di te.
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Vali quanto la derivata parziale di d(y)/dx dove y(z) = z2 e risparmia il fiato se non conosci la risposta!
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Sei talmente ignorante che pensi che lo Stronzio sia un insulto…
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Sei credibile come il fluoro che cede elettroni.
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Sei così stupido che se ti chiedessi di disegnare il diagramma H-R avresti altezza in ordinate e raggio in ascissa.
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Sei talmente grasso che quando mangi emetti onde gravitazionali.
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Tua mamma è talmente grassa che tra poco raggiunge le 0,5 masse solari e si accende in una nana bianca.
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T’accolli peggio di un effetto Coandă.
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Sei talmente ignorante che per contare da zero a infinito ti serve il pallottoliere.
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Sei talmente brutta che anche la funzione di gauss diventa lineare alla tua vista.
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sei utile come due equazioni linearmente dipendenti in un sistema lineare…
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sei nato stupido perchè tuo padre non ha saputo calcolare la stima di incertezza del suo sperma.
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Sei diamagnetico rispetto alla donna.
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Sei così scemo che pensavi che la Zeta di Riemann fosse il sequel di un film di zorro.
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Sei così grasso che il sole ha cominciato a rivolvere attorno a te portandosi dietro pianeti e tutto il resto.
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sei talmente sfigato che il numero della tua ragazza dei sogni equivale alla radice quadrata di -1.
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sei così stupido che se ti parlo di GAG mi dici che anche tu hai fatto gli squat in palestra.
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Sei cosi stupido che credi il plesso del Santorini essere, una meta turistica.
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Sei talmente ignorante che per verificare la presenza di un singolo neurone ci vuole la spettrometria di massa.
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Tua madre è talmente grassa che per calcolare il suo peso si utilizza l’intensità della forza gravitazionale di Giove.
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Dire che tua madre non è una zoccola è una dimostrazione per assurdo.
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sei antipatico come una forma indeterminata.
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Sei simpatico come una dissezione aortica e bello come un BAV di terzo grado.
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Il tuo pene é cosí piccolo tale da essere considerato un punto materiale!
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sei talmente antipatico che ho perso al gioco ma tu no, perché sei l’unico escluso.
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Sei talmente vacca che la frase che meglio ti rappresenta è “entropia, esco troia”.
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il limite per x che tende a infinito del tuo cervello è uguale a zero!
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Il tuo problema mentale è talmente complesso da avere bisogno di “i”, forse dovresti estirparlo alla Radice.
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Bevi così tanto che potresti contrarre il melanoma per eccesso di esposizione ai raggi UVA.
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Sei così sfigato che potresti essere Achille nel paradosso di Zenone.
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Sei talmente carogna che dopo averti parlato anche lo stronzio si lava le mani.
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La tua ragazza è come un modulo con annullatore non banale.
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Sei più inutile di una pentola di gallio.
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La tua testa ha i tempi di reazione di un azeotropica.
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sei più confuso di un terrapiattista.
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Sei così stupido che quando ti dico di provare con de l’Hopital inizi a cercarlo su Facebook.
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Sei talmente pericoloso che nell’esame di misurazione e gestione del rischio hanno dedicato una sezione apposita per te.
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Sei come un sistema isolato… Conservi la quantità di moto del mio giramento di coglioni.
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tua madre per crearti ha scelto le particelle più brutte dell’universo e le ha messe insieme.
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Sei così stupido che per te il risultato dell’integrazione dell’esponenziale è l’esponenziale.
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Sei talmente grasso che il tuo lardo può essere usato per creare un livello di scollamento tettonico a scala regionale.
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Nel dominio di Laplace saresti e(-sT) con T>>1
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il tuo QI è uguale a 1-0.9 periodico.
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Sei così troia che sei pro-pene.
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Vali come 1/x con x che tende ad infinito.
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Sei così grasso che il tuo baricentro ha un baricentro.
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Per me sei come l’ultima cifra decimale del π, non esisti.
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Sei affidabile quanto una curva di calibrazione passante per 2 punti.
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Sei inutile come l’operatore derivata davanti ad un esponenziale!
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Sei così ignorante che quando si parla di integrale pensi alla farina.
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Sei più inutile di un modulo quando hai un numero al quadrato.
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Sei così cagna che Pavlov ti avrebbe usato per i suoi esperimenti.
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Sei una testa di y = |sin(x)| + 5*exp(-x100)*cos(x).
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Sei così pesante che quando ti sto vicino il mio orologio rallenta.
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Love it!

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Ti capita mai di sentirti fuori posto rispetto al ritmo frenetico della vita di tutti i giorni?
A volte mi sembra che il mondo vada troppo veloce per il modo in cui vorrei vivere. Tutto ruota intorno al fare di più, più in fretta, apparentemente meglio.
Ma d’altra parte mi rendo conto di essere vecchio. Sia in termini di età che di mentalità, e sebbene mi stia bene essere vecchio, ho la netta sensazione che il mondo stia procedendo a un ritmo malsano.
Lo vedo ovunque intorno a me. Mamme che spingono i passeggini come se fossero in una gara, persone che non riescono ad aspettare nemmeno un minuto per nulla senza perdere la testa, tutti vogliono risultati immediati e facili.
È doloroso e non riesco più a capirlo. E mi rendo conto che mi sto isolando sempre di più per trovare il tempo di cui ho bisogno per fare ciò di cui ho bisogno: sedermi, creare, ascoltare, pensare, godermi il silenzio.
Mi sento come un dinosauro sull’orlo dell’estinzione.
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Un interessantissimo ragionamento sulla psichedelia da parte di Creaky Blinder
Di solito, quando qualcuno viene bocciato in Scienze di base, non viene promosso a “prescelto”. Non si tratta di sbloccare poteri nascosti. Si tratta piuttosto di stufarsi del fatto che la realtà non sia d’accordo con te. E quindi te ne inventi una tutta tua che soddisfi le tue narrative. In genere sbagliando clamorosamente.
Quindi, i viaggi con la cannabis. Essendo un bravo ometto, ho sempre evitato le droghe, ma sono affascinato dall’idea delle sostanze psichedeliche che in qualche modo espandono la tua coscienza, permettendoti di vedere cose che normalmente non vedresti nella vita di tutti i giorni.
Il cervello umano è fondamentalmente una macchina per individuare schemi. Anche quelli che non esistono realmente. La Pareidolia. Ora, se aggiungi sostanze psicoattive al mix, non stai espandendo nulla. Stai interferendo con il sistema che normalmente filtra le assurdità. Quindi non stai sbloccando livelli nascosti della realtà. Stai avendo allucinazioni.
E c’è più di un motivo per cui nessuno distribuisce chiavi di auto o bisturi a persone impegnate ad “espandere la propria coscienza”.
Se la tua verità emerge solo dopo un’alterazione chimica, non si tratta di una profonda intuizione universale. È un effetto collaterale.
Se prendi una doppia dose di acido e non succede nulla, la verità più probabile è che sei stato fregato in un parcheggio. Non significa che il tuo cervello sia una fortezza.
Devo essere onesto, ho sempre pensato che tutti i sostenitori di certe narrative psichedeliche (narrative come gli “elfi meccanici in grado di trasformarsi”, i viaggi extracorporei, la telepatia, le premonizioni che avvengono puntualmente sempre dopo e altri rigurgiti post ““Summer of Love”) fossero costantemente sotto l’effetto di qualcosa.
Voglio dire, devono esserlo per credere alle assurdità in cui credono.
Vedere dei disegni che si muovono su una parete bianca non è mistico. Si chiama allucinazione visiva ed è un po‘ ciò per cui sono famosi i funghi allucinogeni. E per quanto riguarda la questione di certe famose “visioni ricorrenti e inspiegabili”, si tratta di criptomnesia da manuale.
Ma di criptomnesia, all’interno di determinati circoli, non se ne parla mai. Mi chiedo perchè.
Il cervello conserva un archivio pazzesco di tutto ciò su cui hai mai posato lo sguardo, anche solo per una frazione di secondo. Aggiungi la psilocibina, l’LSD o quello che più ti stuzzica e quel bel sistemino di archiviazione va a rotoli. Non stai scaricando lingue antiche o antiche verità, buffoncello. Stai prendendo rumori visivi casuali e li stai forzando attraverso ciò che hai già in testa.
Se avessi passato gli ultimi 20 anni immerso nella mitologia norrena, non vedresti pantere, elfi o frattali. Fisseresti le rune e lo definiresti una rivelazione. Invece hai letto degli elfi di McKenna, hai letto degli sciamani amazzonici che vedono le pantere, hai letto dei frattali (anche se non hai la più pallida idea di cosa sia un frattale o di cosa significhi davvero “frattale” ma hey, fa tanto cool riemprisici la bocca) e quindi è quello che vedi.
Normalmente il tuo cervello filtra circa il 99% delle sciocchezze inutili che ti circondano in modo che tu possa funzionare. E quando sei fatto quel filtro si rompe e improvvisamente il modo in cui cade un’ombra o la polvere si muove sembra profondo, ma non stai imparando fatti nuovi. Stai semplicemente perdendo la capacità di distinguere tra un pensiero realmente profondo e uno totalmente casuale.
E sembra una rivelazione perché il tuo cervello sta riversando sostanze chimiche gratificanti su ogni banale osservazione che fai. È solo logica da sballato. Sembra una svolta finché non provi a spiegarla a qualcuno che non è fatto.
Ora, la buona vecchia “lattuga del diavolo” (ma mi piace di più il termine “zaza”) inibisce il meccanismo di filtraggio nel nostro cervello. Di solito il tuo cervello direbbe: “Sì, il muro è blu” e andrebbe avanti. Ma quando sei fatto, il cervello smette di filtrare e tu diventi iperconcentrato. Non ti sei reso conto che i muri sono sempre stati blu. Hai semplicemente perso la capacità di ignorare il fatto che fossero blu.
E per quanto riguarda l’ascoltare e capire sei conversazioni contemporaneamente, no, sono solo stronzate.
Hai ascoltato bene? Di cosa parlavano quelle conversazioni? Scommetto che non te lo ricordi.
Nella Scienza, l’esperimento viene prima del risultato. Quindi, se conosci già il finale, come può essere un esperimento? Non stai verificando un’ipotesi. Se hai già preparato il discorso prima ancora di avere i dati, non sei un ricercatore.
Sei un narratore, e anche uno di quelli strafatti.
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Angina Pectoris
Ultimamente ho visto molti (troppi) interventi riguardo questo duo canadese; tutti inneggianti ad un supposto nuovo miracolo musicale.
Come personale divertissement, ecco i miei due centesimi a riguardo.
Per me la Musica è una questione di emozioni. Un bravo musicista, una buona band è quella che mi fa provare gioia, rabbia, energia, stupore!
La Musica che amo è quella che mi fa venire voglia di fare headbanging, di tenere il tempo con il piede, di dirigere un’orchestra invisibile e di ballare (nonostante il fatto innegabile che io sia aggraziato quanto un orso).
La Musica che amo è quella che mi fa riflettere, meditare, pensare a qualcosa di importante e profondo, oltre che ridere a crepapelle! La Musica deve commuovermi. Calmarmi, se necessario. Motivarmi.
Pur essendo totalmente d’accordo sul fatto che la tecnica sia importante, potrebbe non essere “obbligatoria” purché il contenuto emotivo sia forte e chiaro. Penso al punk, per esempio.
Quei due ragazzi… Mah. Potranno anche avere una tecnica musicale decente, ma non provo letteralmente nulla quando li ascolto. Nessuna emozione. A parte la noia.
Non sto dicendo che siano assolutamente pessimi. O bravi. Sicuramente piacciono a molti, anche se mi chiedo perchè.
A me sembrano artificiali e privi di anima. Un’inutile esibizione di tecnica che non è nemmeno poi così innovativa visto che il Math Rock e il Prog Rock non sono niente di nuovo (ammesso che quei due suonino Rock). La Musica microtonale poi è datata 1912 quindi assolutamente nulla di sconvolgente.
Ma, come sempre: “ognuno ha l’immenso che si merita”.
Io sono un Musicista
Chi è un musicista?
Un musicista è un artista ma chi è un arista?
Un artista è una persona che crea opere d’arte in vari ambiti, come pittura, scultura, teatro, danza e, naturalmente, Musica. Gli artisti possono esprimere la loro creatività attraverso diversi mezzi e forme, e il loro lavoro può essere visivo, performativo o concettuale. Gli artisti si concentrano sull’espressione e sulla trasmissione di emozioni o messaggi attraverso le loro opere, indipendentemente dal medium utilizzato.
Un musicista è specificamente qualcuno che si dedica alla Musica, sia come performer che come compositore. I musicisti possono suonare strumenti, cantare, comporre canzoni o creare arrangiamenti musicali. Il loro focus è sulla Musica e sul suo impatto emotivo o culturale.
Mentre tutti i musicisti possono essere considerati artisti, non tutti gli artisti sono musicisti. Gli artisti possono spaziare in una varietà di discipline artistiche.
Entrambi i ruoli richiedono creatività, ma gli artisti potrebbero esplorare concetti e forme in modi che non sono necessariamente legati alla Musica.
Definizione di Musicista: Un Approccio Rigoroso
Una definizione rigorosa di “musicista” può variare a seconda dei contesti culturali e professionali, ma generalmente include i seguenti aspetti:
Competenze e Attività
1. Esperienza Musicale: un musicista deve possedere competenze tecniche nella musica, come la capacità di suonare uno o più strumenti o di cantare. Questo implica una formazione, che può variare da studi formali a autodidattismo.
2. Creazione e Interpretazione: un musicista non solo interpreta musica esistente, ma può anche comporre opere originali. La capacità di scrivere canzoni o di creare arrangiamenti è un aspetto fondamentale della musicalità.
3. Impegno nella Pratica Musicale: essere un musicista non richiede necessariamente guadagni finanziari o fama. Qualcuno che compone e suona musica per passione, senza ottenere compenso, è comunque un musicista. Il termine abbraccia chiunque si dedichi attivamente alla musica, indipendentemente dal riconoscimento sociale o economico.
4. Identità e Autopercezione: la saggezza popolare e la percezione individuale giocano un ruolo. Se una persona si identifica come musicista e dedica tempo e impegno alla Musica, è ragionevole considerarli tale, anche se non guadagna soldi o fama.
Conclusione
In sintesi, una persona che compone e suona musica, anche senza trarne profitto o riconoscimenti, può essere considerata un musicista. La definizione si basa su competenze musicali, attività di creazione e interpretazione, e un impegno concreto verso la musica.
Cosa intendo per “impegno concreto verso la Musica“?
L’impegno concreto verso la Musica può manifestarsi in diverse modalità, tutte riflettenti la dedizione e la serietà con cui una persona si approccia a questa forma d’arte. Ecco alcuni aspetti chiave che possono definire questo impegno:
1. Studio e Pratica
– Formazione: partecipare a corsi, lezioni o workshop di musica per acquisire competenze tecniche e teoriche.
– Pratica Regolare: dedicarvi tempo costante, su base quotidiana o settimanale, per migliorare la propria abilità strumentale o vocale.
2. Composizione e Creazione
– Scrittura di Musica: creare brani originali, canzoni o arrangiamenti musicali. Questo può includere anche la scrittura di testi o la creazione di melodie.
– Sperimentazione: esplorare diversi generi musicali e stili, dimostrando voglia di innovare e mettersi alla prova.
3. Performance
– Esibizioni: partecipare a concerti, eventi, o anche piccoli spettacoli locali, mostrando la propria musica al pubblico.
– Collaborazione: unirsi ad altri musicisti per suonare insieme o partecipare a gruppi, collettivi o band.
4. Contributo alla Comunità
– Insegnamento: condividere le proprie conoscenze musicali attraverso lezioni o tutoraggio, contribuendo alla crescita di altri.
– Attività Volontaria: partecipare a eventi o progetti musicali comunitari, come concerti di beneficenza o programmi educativi.
5. Passione e Dedizione
– Impegno Personale: mostrare interesse attivo verso la musica, come ascoltare vari generi, studiare la storia della musica, o seguire artisti e tendenze.
– Persistenza: superare ostacoli e sfide, continuando a dedicarsi alla musica nonostante le difficoltà.
Conclusione
In sintesi, l’impegno concreto verso la Musica si esprime attraverso un insieme di attività pratiche, creatività, e un atteggiamento proattivo nei confronti di questa disciplina. Non è solo una questione di successo o visibilità, ma di una dedizione autentica alla pratica musicale e alla crescita personale.
Ergo: io sono un Musicista.
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